«I Contratti di unione solidale sono una nostra vittoria, ma io non li voterei»
Coerentemente con quanto scritto a pagina 72 del programma Per il bene dell’Italia, il governo Prodi, nei mesi scorsi, tramite l’iniziativa di due sue ministre ha proposto i Dico. Poi è andata come è andata: un milione di persone in piazza e tanti saluti ai diritti e doveri dei conviventi (che sono già, oggi, garantiti dal codice civile e che potrebbero essere ulteriormente protetti con alcune modifiche del codice stesso, come suggeriscono i vescovi e tanti laici di buona volontà). Adesso il senatore Cesare Salvi, presidente della Commissione Giustizia, ha inventato un nuovo acronimo, i Cus (Contratti di unione solidale), che sono dei Dico di fatto e che sulla questione più rilevante (la reversibilità della pensione), così come i Dico, rimandano a un futuro poco cristallino. I Dico si stipulavano all’anagrafe, i Cus davanti al giudice di pace. In sintesi, hanno cambiato ufficio e nome, lasciando intatta la sostanza della cosa. Impiccata a una vaga dichiarazione di principio che le servì in campagna elettorale per mettere d’accordo l’ala sinistra con l’ala moderata, la maggioranza non sa più cosa inventare. Anagramma le consonanti a beneficio dei suoi elettori più focosi, ben sapendo di non avere i numeri in Senato per far passare alcun provvedimento su questo tema. Fin qui è strategia mediatica, un po’ bolsa, ma ognuno fa quel che può. Quel che non è logicamente comprensibile e politicamente suicida è ignorare il popolo del Family day e ritenere che piazza San Giovanni sia stata riempita dai lefebvriani e non invece anche da tanti che avevano dato la propria fiducia a Prodi. Impantanata nelle sue contraddizioni, questa maggioranza è ben rappresentata dalla dichiarazione del teodem Enzo Carra al Corriere della Sera: «I Cus sono una nostra vittoria, ma io non li voterei».
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