Non tutte le cooperative sono Coop e non tutti possono dire: “Abbiamo una banca”

Di Tempi
19 Luglio 2007
una tradizione popolare a rischio

C’era una volta un glorioso movimento popolare. Quello cooperativo e di mutuo soccorso che agli inizi del secolo scorso e poi tra le due guerre consentì all’Italia di risorgere dalla distruzione. è una peculiarità tutta italiana che ha le sue radici in quel movimento socialista e cattolico che ha costellato la penisola di opere e di idealità al servizio del bene comune. Oggi, si sa, il mondo è cambiato. E così le cooperative corrono a quotarsi in Borsa e le banche popolari a trasformarsi in grandi Spa. Sarebbe un errore rassegnarsi alla loro scomparsa e a una visione meramente mercantilistica dell’economia globalizzata. Accettare senza colpo ferire legislazioni restrittive (come si preparano a realizzare a Bruxelles) in materia di impresa cooperativa è accettare di veder morire quelle realtà che, come la piccola e media impresa, costituiscono la vera ricchezza e originalità del tessuto sociale e produttivo italiano. Intendiamoci, le aziende che usano il marchio della cooperazione e si muovono sul mercato del grande consumo e della grande distribuzione con fatturati e utili stratosferici, non hanno certamente più diritto a godere di privilegi e facilitazioni fiscali. Ma per quelle realtà in cui i fatturati servono per pagare i costi del lavoro e gli utili vengono reinvestiti nell’impresa (è il caso delle cooperative di produzione e lavoro o quelle che operano nell’ambito dell’assistenza e dell’educazione) non sarebbe un crimine costringerle a competere sul mercato come se si trattasse di normali aziende? Da un governo di sinistra si sarebbe aspettato un po’ di attenzione a questo mondo. In realtà, anche su questo terreno la sinistra si è dimostrata indifferente alle realtà popolari. Non a caso l’Unipol che ha fallito la scalata alla Bnl ora pare che non fallirà la scalata alla Banca di Credito Cooperativo.

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