L’imbroglio del broglio
Adesso che la denuncia di brogli nel voto degli italiani all’estero nelle elezioni del 2006 arriva da Repubblica tutti mettono i titoli in prima pagina, ci aprono i telegiornali e il presidente della Camera invita il governo a intervenire. Quando nell’aprile-maggio dell’anno scorso le stesse malefatte, e molte altre ancora, le denunciava Tempi, quasi nessuno se ne faceva un baffo. Sì, perché di schede incettate, di voti espropriati a centinaia, di video incriminanti e delle prodezze dei signori Fedi e Randazzo il nostro settimanale ha scritto in lungo e in largo già quindici mesi fa: chi voleva sapere doveva solo sfogliare le nostre pagine. Riprendete in mano i numeri 15, 16, 17, 18, 21 e 22 di Tempi del 2006 e ritroverete tutto.
Ritroverete Marco Fedi e Nino Randazzo, candidati a Camera e Senato per l’Unione in Oceania, che diffondevano propaganda elettorale con la propria candidatura usando buste con la scritta «materiale elettorale in arrivo dal consolato – non gettare questa busta». Ritroverete le schede elettorali rastrellate da squadre di militanti che entravano nelle case facendosi passare per pubblici ufficiali o che semplicemente le rubavano dalle buchette delle lettere, dai patronati che si incaricavano di votare al posto degli elettori che erano loro utenti, da gente che andava a “comprarle” nei bar frequentati dagli italiani (abbiamo pubblicato addirittura un “tariffario”, che riproponiamo nella pagina a fianco, col prezzo delle schede nei vari paesi, in euro, franchi svizzeri e dollari). Ritroverete la storia di un video del tipo di quello australiano ma proveniente dal Belgio trasmesso addirittura da Striscia la notizia, ma passato sotto silenzio persino quando noi di Tempi avevamo scovato e convinto a rivelarsi il suo anonimo autore. Nel video si vedevano centinaia di buste di quelle che contenevano i bollettini di voto, con le diciture consolari, gettate per terra in uno stanzone insieme a certificati elettorali privi del tagliando per il voto: la prova che qualcuno aveva sottratto agli elettori o per lo meno rastrellato illegalmente le schede per poterle votare con comodo. La voce fuori campo dell’autore attribuiva la responsabilità dell’operazione a simpatizzanti dell’Unione. Avevamo individuato l’autore del video e, grazie alla collaborazione degli europarlamentari Mario Mauro e Andrea Tajani, realizzato una conferenza stampa presso il Parlamento europeo a Bruxelles dove rivelavamo le sue generalità alla stampa italiana e internazionale: si trattava di un residente italiano di Charleroi di nome Sebastiano Scandereberg, militante della Lista Tremaglia. Alla conferenza stampa erano presenti giornalisti e corrispondenti di Ansa, Apcom, Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore, l’Unità, Rai Uno. I telegiornali nazionali di Belgio e Lussemburgo diedero la notizia in prima serata, completando i servizi con un’intervista a Sebastiano Scandereberg (che veniva definito «militante fascista»). La stampa e le televisioni italiane non dedicarono una riga o un secondo di trasmissione alla denuncia. Alla conferenza stampa Lorenzo Consoli di Apcom disse: «È la prima volta che vedo il video; visto così non mi sembra che dimostri un granché. Non dimostra che quelle siano schede votate, ci vuole qualche cosa di più per dare l’evidenza che quelli sono voti che sono stati raccolti e non dati personalmente». Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera rincarò la dose: «Ci avevate promesso delle evidenze che avrebbero mostrato che il risultato elettorale era stato ribaltato: non mi pare che questa evidenza ci sia. Non si capisce da che parte siano venute le irregolarità: plichi non consegnati, tagliandi mutilati, buste sottratte dalle caselle postali, squadre di persone. Qui si parla di partiti, probabilmente tutti i partiti, quindi la lezione da trarre da questa pagina piuttosto grottesca che si è rivelata l’elezione degli italiani all’estero è che il governo l’ha gestita in maniera catastrofica. Essendo malizioso potrei chiedere se questa conferenza sarebbe stata fatta se il risultato elettorale fosse stato opposto». Stesso delizioso cinismo da parte del collega Enrico Brivio del Sole 24 Ore: «I più maliziosi potrebbero pensare che siccome si credeva che il voto degli italiani all’estero fosse fondamentalmente di centrodestra (contrariamente a quanto poi si è visto), c’è stata anche la volontà di non fare grandi controlli per facilitarlo».
Ammettiamo di esserci un po’ scoraggiati dopo queste professionalissime reazioni e man mano che il silenzio dei media sulla nostra inchiesta si faceva tombale. Ma non al punto di abbandonare completamente la pista. Così oggi siamo in grado di aggiungere un altro tassello alla nostra inchiesta e di dimostrare che lo stesso scrutinio dei voti degli italiani all’estero a Castelnuovo di Porto è stato gravemente irregolare. Stavolta non si tratta di denunce verbali da parte di scrutatori o rappresentanti di lista, ma di ammissioni contenute in un documento ufficiale: un verbale dell’Ufficio centrale per la circoscrizione Estero presso la Corte di Appello di Roma. In questo verbale (riprodotto in questa pagina a fianco) presidente, segretario e componenti dell’Ufficio ammettono di aver ritoccato i dati di alcuni seggi della circoscrizione Estero (18 della Camera e 6 del Senato) che presentavano «errori di aggregazione dei dati di lista e di preferenza». Che tipo di errori? Dallo scrutinio risultavano voti di preferenza ai candidati superiori al numero di voti ricevuti complessivamente dalla lista. Immaginate un verbale dove, per esempio, l’Unione ha 1.000 voti ma due suoi candidati sommati insieme hanno 1.800 voti. È chiaro che c’è un errore, o addirittura un broglio. Che cosa ha fatto allora l’Ufficio centrale? Secondo i suoi componenti, la legge non permetteva loro di rifare lo scrutinio del seggio scheda per scheda. Allora «si è proceduto a rettificare il voto di lista in modo da ottenere un risultato minimo accettabile. Esempio: voti di lista 5 e voti complessivi di preferenza per quella lista 20; se relativi a Ripartizione che consentiva una sola preferenza si è rettificato l’errore sostituendo il voto di lista con il numero delle preferenze – nell’esempio 20». Capito? La Corte di Cassazione di Roma ha taroccato i risultati di alcuni seggi, aumentando i voti di lista per farli coincidere con le preferenze attribuite ai candidati. Anziché denunciare scrutatori e presidenti di seggio incapaci o truffaldini, ha deliberato e attuato una sanatoria. Signori della grande stampa e della tv, adesso vi interessa questa storia?
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