Harakiri radicale
«E adesso ci sono in giro pure le scorie», dice Angiolo Bandinelli, storico esponente dei Radicali («da quando avevo i pantaloncini corti», precisa). «La situazione politica italiana è un po’ quella che si è venuta a creare recentemente in Giappone: prima il sisma, poi la fuga radioattiva dalla centrale». Tenendo conto che Marco Pannella ha più volte detto che i radicali «saranno gli ultimi giapponesi del governo Prodi», non è una prospettiva rassicurante. «Noi col centrosinistra abbiamo stipulato un contratto – prosegue Bandinelli – e lo rispettiamo». A veder l’andazzo, c’è da registrare che lo sconquasso è vicino: «Quanto durerà Prodi? Il Partito democratico è evanescente, Berlusconi è criticato e mal sopportato. Però io sono anche fiducioso, perché la mossa di Emma Bonino di rimettere il suo mandato nelle mani di Prodi è stata giusta e tempestiva. E poi non dimentichiamo che siamo vicini alla vittoria su una storica battaglia dei Radicali, quella sulla pena di morte. Glielo ho anche detto a Pannella: ‘Marco, se la moratoria va a buon fine possiamo anche chiudere. Che altro potremmo volere in più dalla vita?’».
I Radicali sono inclassificabili per scelta, vanitosamente «irriconoscibili», così come da consiglio di Pier Paolo Pasolini. Partito della doppia tessera, della mistica dei panni sporchi lavati in pubblica piazza, di Ilona Staller, delle canne e delle riunioni in diretta in cui far volare «cazzi», bestemmie e stracci. Sono il partito che da sempre si consuma tra gli estremi opposti di una libertà intesa come scelta individualistica incondizionata da tutto e tutti, cui per aderire basta chiederlo («Noi anche a Stalin e Hitler daremmo la tessera», afferma il direttore di Notizie radicali Gualtiero Vecellio), e il polo opposto occupato in toto del mastodontico carisma di Marco Pannella, dai suoi umori e dalle sue mattane, dal suo intendere il partito come il contenitore privato di una libertà imposta a tutti. Ora, però, che un anno di governo Prodi è passato, che i sondaggi mostrano percentuali di consenso lillipuziane, e che la serietà promessa dal professore di Bologna è finita in burla, anche dentro i Radicali i malumori affiorano oltre il pelo dell’acqua. Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale di stanza a Parigi, una solida competenza letteraria alle spalle, la mette così: «I Radicali sono sempre stati i rappresentanti dell’umanesimo tragico leopardiano. Ora si rischia di estinguersi con Pannella perché i pannelliani non sanno nemmeno più chi sia Leopardi».
Tutta politica e scevra di ogni riferimento zibaldonesco è stata invece la critica di Vittorio Feltri sulle ‘finte dimissioni’ di Emma Bonino riguardo alla trattativa sulle pensioni. Feltri l’ha rappresentata a modo suo su Libero, dipingendo la Bonino come una «ballerina, soubrette di seconda fila che non vuole uscire di scena». «Feltri – commenta Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale – è un montanelliano vivace. Sinceramente in quell’articolo c’erano delle concessioni al cattivo gusto che non condivido». Al di là della prosa, però, «certo un problema politico si pone, stretti come siamo tra il principio di rimanere gli ultimi giapponesi a presidiare l’isola del governo e la constatazione che il centrosinistra è un disastro. La scelta di inserirci in questa coalizione non è stata fatta a occhi chiusi – aggiunge Bordin -. Ne conoscevamo i limiti. D’altronde far parte di un gruppo e poi smarcarsi non è bello».
Benedetto Della Vedova, radicale approdato in Forza Italia, si è differenziato a suo tempo. «Si sono svegliati tardi? Certo dovevano pensarci prima delle elezioni. Che questo fosse il destino della maggioranza era scritto da tempo. Bonino ha fatto bene a criticare l’ala massimalista di sinistra, ma è scontato constatare che Radicali e comunisti non possono convivere. In fondo, non è altro che la fine di un’illusione. L’elettore potenziale radicale sta a destra, non a sinistra». Così la pensa anche Giovanni Cominelli, a suo tempo dirigente radicale: «Nel 2000 i Radicali commissionarono un sondaggio all’istituto Cattaneo dopo l’exploit alle europee in cui avevano raggiunto l’8 per cento. Risultò che circa due terzi di quegli elettori erano orientativamente di destra, un terzo di sinistra. Gli elettori Radicali, come dimostrato da un’altra ricerca commissionata nel 2002 da cui risultava che il grosso dell’elettorato radicale era composto da pensionati e casalinghe e che fu tempestivamente abbandonata in un cassetto, sanno essere molto liberi nel confermare il loro voto a Pannella». A molti non è piaciuto che «i Radicali abbiano scelto Prodi solo perché avrebbe vinto e ciò avrebbe garantito la sopravvivenza economica».
Lorenzo Strik Lievers, docente universitario ed esponente storico del partito, afferma di parlare a titolo personale anche se una certa esperienza del microcosmo pannelliano può vantarla («La tessera credo di averla presa nel ’64, però la mia prima campagna elettorale da esterno la feci nel ’56. Ero un lettore di Pannunzio allora. Facevo la prima media»). Strik Lievers difende sia la scelta della Bonino sia l’opzione a sinistra: «La scommessa dei Radicali con Romano Prodi è stata di far avanzare un’alternativa socialista e liberale dentro il centrosinistra. C’è una partita da giocare, ma, come ha detto Pannella, si trattava di scegliere tra i buoni a nulla e i pronti a tutto. Entrambe le coalizioni sono espressioni di un ‘regime’ e la scelta è stata fatta a partire dall’alternanza per costruire un’alternativa».
I militanti scontenti di Emma però aumentano. Di lei si ricorda solo qualche gaffe sulla Cina e poche critiche al governo: «è la capoclasse. Se il maestro è Pannella è la più pannelliana di tutti. Se il maestro è Prodi è la più prodiana di tutti. Una volta alle assemblee ogni sua parola era seguita da mezz’ora di applausi. Ora è già tanto se si leva un battimano». Non è così per Vecellio, che difende «l’amica Emma che conosco dal ’73 e non è una da giri di walzer». Però la musica politica sta cambiando. «Vero – prosegue Vecellio – e Prodi deve mantenere le promesse. Ha detto che avrebbe fatto le riforme? Ne abbia il coraggio. Se uno ha ambizioni di governo non può continuare a privilegiare gli interessi di Rifondazione comunista su quelli del paese, né pensare di andare lontano con un Senato che si regge sulla presenza in aula di una signora di 95 anni e di un extracomunitario argentino». Pannella insiste: saremo gli ultimi ad abbandonare l’isola. «Pannella ha anche detto che saremo gli ultimi giapponesi finché l’imperatore non comincerà a spararci addosso. Non è che staremo fermi a farci crivellare dai colpi».
Sotto i colpi del fuoco amico
I colpi giungono anche dal fuoco amico. Il 10 luglio è apparsa su internet una ‘Lettera aperta a Marco Pannella e a tutti i dirigenti nazionali radicali’ in cui duecento militanti hanno messo nero su bianco la propria insofferenza per le parole usate dalla dirigenza contro l’ex segretario Daniele Capezzone. Scrivono i militanti che l’antagonismo a Capezzone «si dimostra sempre di più come una lotta interna di crescente violenza, colma di colpi bassi e senza regole, che ci sta portando a esaurire in questa follia collettiva le nostre già poche energie». E aggiungono: «Noi, firmatari di questa lettera, vediamo il rischio della fine di una storia (.) che oggi vediamo messa in discussione dal comportamento di buona parte della dirigenza radicale». La vicenda Capezzone-Panella è nota: il primo, delfino del secondo, non è stato rieletto alla segreteria, ha lanciato un suo network (decidere.net), non ha lasciato la carica di presidente della commissione Attività produttive della Camera. Soprattutto non ha lasciato i Radicali e pare che la cosa infiammi le viscere del vecchio leader. Sfruttando l’adagio che ‘dai Radicali non si caccia nessuno’, Capezzone continua a mantenere la posizione acquisita. Il 4 luglio sul Foglio e sul Riformista è stata pubblicata una pagina a pagamento da parte dei Radicali. è tutta contro Capezzone. I più malevoli fanno notare che nelle prime righe è scritto in caratteri maiuscoli «a ciascuno il suo DECIDERE», come a segnalare che la querelle profuma poco di politica e puzza molto di ripicca. Se Strik Lievers minimizza («Capezzone ha un certo seguito, ma non organizzato»), altri come Vecellio glissano («è ormai uno che naviga da solo»), altri come Bandinelli attaccano («il posto glielo abbiamo dato noi, dovrebbe dimettersi»), altri come Della Vedova scuotono i sassolini dalle scarpe («Non basta differenziarsi il giorno dopo, occorre il coraggio di trarre le conseguenze»).
Sta di fatto che sui siti e i forum radicali della ‘questione Daniele’ si fa un gran parlare. Soprattutto perché «il ragazzo è sveglio, ambizioso e secchione», lo dipinge chi lo conosce. è stato un segretario ciarliero e longevo (cinque anni), si è costruito una rete di rapporti e un seguito. Non è paragonabile agli altri delfini ‘decapitati’ da Pannella. Tra i militanti si ricorda che «quando Francesco Rutelli se ne andò, a seguirlo c’era solo Roberto Giacchetti. Capezzone è invece attorniato da giovani brillanti e preparati». Questi ragionamenti mandano di traverso il cappuccino al vecchio leone Pannella. Così come l’altra malevolenza secondo cui «è la prima volta che Marco fa fuori il delfino senza avere l’alternativa. Marco Cappato? «Senz’altro il preferito di turno, ma meno carismatico. E non ‘buca’ in tv».
Enrico Boselli il parassita
«Giancarlo Perna è un genio che rasenta la malignità» se la ride Bordin ricordando il ritratto che il corsivista del Giornale ha stilato di Enrico Boselli, leader Sdi e Rosa nel Pugno. Lo ha paragonato a un paguro, un parassita, pronto ad allearsi con chiunque prima delle elezioni e pronto ad abbandonarlo subito dopo. Scusi Bordin, ma allora perché vi siete fidanzati col paguro? «Che il paguro fosse farfallone lo sapevamo. La cosa nacque con la comune battaglia ai tempi del referendum sulla legge 40 e quindi si trasferì nelle politiche. Oggi noi non stiamo benissimo, ma Boselli sta peggio». «Ricordiamoci – dice Strik Lievers – che erano dieci anni che i Radicali erano fuori dall’uno e dall’altro polo. La scelta della Rnp è stata una scelta strategica. Io l’ho condivisa, ma oggi vedo la difficoltà a conciliare due modi di stare in politica molto diversi. I radicali, per dirla alla Turati, sono sempre stati animati da una ‘indignazione di fondo’ che li ha portati a battersi anche contro i propri interessi e sempre in nome del rispetto delle regole del diritto. I socialisti, come tutte le forze politiche italiane, hanno invece sottostimato sempre questi obiettivi». «Io ammiro Boselli» chiosa Bandinelli. «Però la sua idea di dar vita a una costituente socialista la ritengo sbagliata. La Rnp è stata il tentativo di creare un soggetto politico nuovo, anche se non è cresciuta come si sperava».
Come a Tempi anche a Rufi è giunta all’orecchio la notizia che Pannella, invitato alla presentazione del libro di Lanfranco Pace (Nicolas Sarkozy. L’ultimo gollista), abbia declinato motivando il diniego per la sua «ignoranza sulle vicende francesi degli ultimi vent’anni». «Non fatico a crederci», conferma Rufi. Il corrispondente da Parigi non si capacita del fatto che Pannella non abbia espresso, nella campagna elettorale francese, una preferenza per Sarkozy, barcamenandosi invece tra improbabili appelli a François Bayrou affinché appoggiasse Ségolène Royal. Bandinelli e Strik Lievers, pur apprezzando certe scelte sarkozyane («Ammetto che inizialmente la scelta della Royal mi sorprese», confida Bandinelli), sostengono l’idea pannelliana: «Sarkozy è per l’Europa delle patrie – ripetono all’unisono – e noi siamo contrari». Per Rufi si tratta di un abbaglio. «Nel ’94 puntammo su Berlusconi perché convinti che fosse l’unica possibilità di contrasto al ‘regime’. Oggi Sarkozy, addirittura con meno imbarazzi, rappresenta la stessa idea». L’appoggio al neopresidente francese era per Rufi «una scelta scontata. Non eravamo noi a definire il ‘Bonino di Francia’ Bernard Kouchner, attuale ministro degli Esteri? Perché affermare, come ha fatto Pannella, che Sarkozy ha ‘geni fascisti’? Solo perché Capezzone l’ha fiutato prima di lui? Pannella è stato un grande esperto di Francia. Della Francia degli anni Cinquanta».
«E adesso copiamo i ciellini»
Cominelli è drastico: «L’unico collante rimasto ai Radicali è l’anticlericalismo. Di economia nel partito ci capivano qualcosa solo Della Vedova e Capezzone. Adesso che si sono resi conto che anche nel centrosinistra certi temi non sfondano (Dico docet), si trovano in difficoltà, non sapendo più che ruolo recitare». Strik Lievers la pensa diversamente: «I Radicali non hanno mai usato le battaglia sui diritti civili per nascondere proprie incompetenze in campo economico». Tuttavia, proprio lui, sul referendum sulla legge 40 assunse pose diverse rispetto a quelle pannelliane: «è vero, non sono in sintonia col partito. Ho rispetto per l’umanità potenziale dell’embrione e ritengo errato infierire con una forzatura sul compiersi di processi che sono naturali». La pensa così anche Rufi: «Sull’embrione covo qualche dubbio. C’è un mistero riguardo alla vita che nasce. Mi piacerebbe che fossimo più laici nel valutare certe questioni». Che vuol dire? «Da Pannella a Benedetto XVI vedo una grande confusione, nessuno ha più le idee chiare. Che il Papa non abbia un atteggiamento laico non mi stupisce, ma che non lo abbiamo noi mi pare grave. E poi, non eravamo noi quelli dei gesti sconcertanti? Prendiamo ad esempio la scuola: sa cosa farei io? Copierei in blocco il programma di Comunione e Liberazione e lo incollerei sul programma della Rosa nel pugno. è la cosa più laica da fare».
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