Con il fiato sospeso
Si intravvede forse una luce in fondo al tunnel libanese, a distanza di un anno dalla “guerra d’estate” che ha opposto l’esercito di Israele agli Hezbollah. Un anno magro da tutti i punti di vista, durante il quale il paese dei cedri è apparso spaccato in due schieramenti opposti, con le istituzioni praticamente paralizzate: il presidente della Repubblica che minaccia lo scioglimento del Parlamento, il Consiglio dei ministri bloccato dall’ostracismo di una sua parte e il presidente del Parlamento che non convoca l’Assemblea. Un primo barlume di speranza è stato la ripresa, a metà luglio nella periferia parigina di La Celle-Saint-Cloud, dei colloqui tra 14 diversi partiti e formazioni politiche libanesi, per trovare una soluzione all’impasse iniziata nel novembre scorso con le dimissioni di tutti i ministri sciiti dal governo di Fouad Siniora.
A lanciare l’iniziativa è stato il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, che lo scorso maggio ha scelto Beirut come sua prima visita all’estero. Mentre a lavorare ancora dietro le quinte per assicurare il proseguimento del dialogo a Beirut (dove Kouchner è atteso il 28 luglio) è l’emissario Jean-Claude Cousseran, che effettua un continuo andirivieni fra Il Cairo, Riyadh e Damasco. Alla conferenza stampa conclusiva, Kouchner ha messo l’accento sui due punti concordati: pieno rispetto dei fondamenti dello Stato libanese, ossia gli Accordi di Taif che hanno messo fine alla guerra in Libano attraverso una ridistribuzione del potere, e il rifiuto di vedere il Libano trasformarsi di nuovo in teatro di confronto regionale attraverso il «rigetto di ogni tutela straniera». Nonostante il suo stile retorico, il primo punto rimane di fondamentale importanza perché mette fine alle speculazioni che parlavano di una revisione della parità tra cristiani e musulmani al Parlamento e al governo, sostituendola con una distribuzione a tre tra sunniti, sciiti e cristiani.
Nessun successo, invece, sul fronte del vero pomo della discordia, ossia la soluzione del rebus governativo. Hezbollah (assecondato dall’altro movimento sciita, Amal, e dal partito del generale Michel Aoun) insiste sulla formazione di un governo di unità nazionale in cui l’opposizione possa avere un diritto di veto. Un eventuale fallimento dei prossimi colloqui aprirebbe il Libano ai peggiori scenari: l’impossibilità di eleggere un nuovo presidente della Repubblica il prossimo 25 settembre, la formazione di un governo parallelo a quello attuale e, non ultimo, lo spettro di un nuovo conflitto. Forse più esteso questa volta. La ripresa del riarmo di Hezbollah (mai disarmato in verità), la guerra senza fine nel campo palestinese di Nahr al Bared tra l’esercito libanese e il gruppo radicale Fatah al Islam, ma soprattutto le recenti esercitazioni siriane e israeliane sulle alture del Golan fanno temere il peggio. Il tutto condito, oltre alla spaccatura interna, con il proseguimento della “misteriosa” catena di assassini politici contro figure libanesi antisiriane (per ultimi, i deputati Pierre Gemayel e Walid Eido) nonché con l’attentato contro i caschi blu della nuova Unifil che ha provocato sei morti nelle file del contingente spagnolo.
Che il Libano sia una sorta di cassa di risonanza di quanto avviene nel Medio Oriente lo si sa da tempo. Il braccio di ferro tra la comunità internazionale e l’Iran sul dossier nucleare, la spaccatura tra i due governi dei Territori palestinesi, il protrarsi di una appena celata guerra confessionale tra sciiti e sunniti in Iraq rappresentano tutti una miscela che può far saltare i delicati equilibri sui quali si regge il Libano. Anche per questo il premier Siniora ha tenuto, nel primo anniversario della guerra, a sollecitare l’opposizione a mettere fine alla sua lunga prova di forza. La maggioranza, che aveva rigettato categoricamente le richieste dell’opposizione con il timore di vedere intralciata, dall’interno dell’esecutivo, l’istituzione del tribunale internazionale destinato a giudicare i responsabili della morte dell’ex premier Rafik Hariri, può ora ripensarci. Ma lo potrà fare solo in cambio di precise garanzie sulla figura del prossimo presidente della Repubblica. Il 30 maggio scorso, infatti, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la costituzione del tribunale, mentre il segretario generale, Ban Ki-moon, pochi giorni fa ha chiesto ai paesi membri del Consiglio di indicare i nomi dei giudici. Secondo fonti diplomatiche, l’Italia ha rifiutato di ospitare la Corte “per motivi di sicurezza”, mentre sono ancora attese le risposte di Spagna e Grecia.
Il rapporto che inchioda la Siria
L’incognita, come sempre, rimane la posizione siriana. Riuscirà questo esordio della nuova diplomazia francese a spazzare via dal cammino dell’intesa libanese il principale ostacolo, che i precedenti mediatori hanno individuato essere a Damasco? In altre parole, la Siria permetterà un’intesa libanese? E soprattutto quale sarà la contropartita? L’inchiesta preliminare delle Nazioni Unite, lo ricordiamo, aveva puntato il dito contro settori dei servizi segreti siriani, in combutta con parte dell’intelligence libanese. Nel suo ultimo rapporto, discusso all’Onu il 19 luglio, la commissione indipendente del Palazzo di Vetro che indaga sull’assassinio ha dichiarato per la prima volta di aver individuato dei sospettati coinvolti nell’attentato, compiuto con una potente autobomba il 14 febbraio 2005 nel centro di Beirut. Nel rapporto, redatto dal procuratore belga Serge Brammertz, si legge che le prove raccolte dagli investigatori della commissione «hanno consentito di identificare alcune persone. che potrebbero essere implicate a vario titolo nella preparazione e nell’esecuzione dell’attentato». Brammertz afferma soprattutto che il movente della strage è da ricercare nel ruolo avuto da Hariri nell’approvazione della risoluzione Onu che nel 2004 ha chiesto il ritiro delle truppe di Damasco dal Libano. Forse per questo il rapporto mette in guardia contro «la degenerazione del clima politico e della sicurezza» in Libano, che «avrà probabilmente un impatto negativo sul lavoro della commissione d’inchiesta nei mesi a venire». Il magistrato belga afferma che i suoi investigatori continueranno il loro lavoro nei prossimi mesi, con oltre 200 interrogatori in relazione all’uccisione di Hariri e un centinaio per l’uccisione di alcuni politici e giornalisti antisiriani in Libano. Nel rapporto si legge inoltre che la commissione ha indagato sul presunto kamikaze che in un video pre-registrato rivendicava l’attentato, giungendo alla conclusione che egli non si è immolato nell’attentato, ma che è stato «probabilmente ucciso» dopo aver registrato il messaggio.
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