Lontano da qui

Di Rodolfo Casadei
26 Luglio 2007
Le tristi vite dei profughi cristiani iracheni a Beirut. La miseria, le angherie, il ricordo dei cari perduti. E un solo progetto: andare a vivere in America, in Europa, in Australia

Beirut

Più triste del racconto delle nequizie patite e della precarietà del presente, del passato di terrore e del presente di ansia, è il martellante ricorrere del proposito di andarsene lontano, tanto lontano. La presentazione che ogni profugo iracheno cristiano fa di sé si conclude sempre, magari dopo aver fatto mostra di soppesare le possibili vie di uscita, nella mesta constatazione che non ci sono alternative all’abbandono definitivo della terra in cui si è nati, alleviata appena un po’ dal pensiero che là dove si cerca di trasferirsi c’è già qualche parente. Chi raccoglie le testimonianze dei cristiani iracheni deve conoscere la geografia, perché menzioneranno nomi di paesi ai quattro angoli del mondo.
«Il mio nome è Haikal Shaoka, ho cinque figli. Due dei tre maschi, 14 e 15 anni, sono sordomuti, ma da quando siamo qui in Libano sono loro che mantengono la famiglia lavorando in nero in una fabbrica del tessile. Da quando ci siamo trasferiti qui, due anni fa, io non ho trovato lavoro. A Baghdad ero un impiegato del ministero dell’Informazione, e anche per questa ragione ho cominciato a ricevere minacce. La prima volta è stata nel febbraio 2005, mi hanno chamato al telefono per dirmi: “Sei una spia degli americani”. In maggio hanno tentato di rapire mio figlio Dani per strada, mentre tornava a casa dal panettiere. Da mesi ormai non mandavamo a scuola i ragazzi per paura che li rapissero, ma quel giorno ci sono quasi riusciti. Però Dani, che allora aveva 18 anni, ce l’ha fatta a fuggire prima che lo prendessero. Dopo quel fatto è partito subito per l’estero e adesso vive da clandestino in Grecia. Un’altra figlia maggiorenne si è trasferita in Turchia. Il resto della famiglia ha abbandonato l’Iraq nel luglio 2005, poco dopo un’altra telefonata di minacce che mi era arrivata. Per passare dalla Siria al Libano clandestinamente abbiamo dovuto pagare 200 dollari a testa, 1.000 in tutto. I soldi che mia moglie e i due ragazzi portano a casa, 500 dollari, ci aiutano a vivere, ma solo di affitto ne spendiamo 250 e io mi sento in colpa perché nessuno dei miei figli va più a scuola. Per fortuna la Società di beneficenza caldea e monsignor Kassarji ci aiutano con questi pacchi alimentari. Hanno pure pagato l’operazione che ha dovuto fare Milad, mia figlia che ha 9 anni. All’Agenzia dell’Onu per i profughi ci hanno riconosciuto lo statuto di rifugiati e ci hanno detto che ci aiuteranno a stabilirci in un paese terzo. A noi va bene qualunque paese, purché sia un posto dove i ragazzi possano andare a scuola e ci vengano riconosciuti i nostri diritti di esseri umani. In Iraq non abbiamo più niente, ci abbiamo messo una croce sopra. L’unica cosa che abbiamo in mente è andare all’estero».
«Mi chiamo Amal Gorgis Mansour e mi sono rifugiata in Libano cinque mesi fa insieme a uno dei miei figli, Roni di 17 anni. Gli altri due, maggiorenni, si trovano uno in Australia e l’altro in Grecia. Mio marito, invece, è scomparso il 25 maggio 2006 e da allora non abbiamo più avuto notizie di lui. Noi siamo di un villaggio nei pressi di Ninive, ma avevamo un negozio di liquori a Mosul. Dopo la caduta di Saddam Hussein e la nascita delle bande terroriste mio marito è stato minacciato verbalmente varie volte perché chiudesse il suo negozio. Lui non ha obbedito perché la rivendita era l’unica fonte di sussistenza della nostra famiglia. Il 20 maggio 2006 ricevemmo una lettera di minacce che ci intimava di chiudere la nostra attività, pagare 50 mila dollari alla “resistenza” e cambiare religione nel giro di cinque giorni, altrimenti mio marito sarebbe stato rapito e ucciso. Non denunciammo le minacce, perché le spie che stanno fra i poliziotti di Mosul avrebbero subito riferito ai terroristi la nostra reazione e quelli sarebbero diventati ancora più selvaggi contro di noi. Ma cinque giorni dopo il magazzino di mio marito fu assalito, dato alle fiamme e distrutto, mentre lui scomparve. L’ho cercato dappertutto, ma di lui non c’è traccia. Il 29 gennaio scorso abbiamo lasciato l’Iraq e il giorno dopo siamo entrati in Libano passando dalla Siria. Vivo con mio figlio in casa di mia sorella Kafy, che era già qui. Siamo registrati come rifugiati e aspettiamo di trasferirci in Australia dall’altro mio figlio, che è arrivato là da clandestino quattro mesi fa ma ora è in regola. Qui non vedo un avvenire per me, anche se mia sorella mi ospita gratuitamente e ieri mio figlio ha finalmente trovato un lavoro al magazzino della Coca Cola per 10 dollari al giorno. Non abbiamo nessuna speranza di rientrare in Iraq e continuo a non avere nessuna notizia di mio marito. Vi lascio il numero di telefono di mia sorella, nel caso che riusciate voi a sapere qualcosa».

Un affitto troppo caro
«Il mio nome è Racha Georghe, sono in Libano da quattro anni insieme a due figli piccoli che sono nati qui e a mio marito. Il nostro principale problema è la sua malattia: soffre di epilessia, e quando i datori di lavoro lo scoprono, lo cacciano via. Abitavamo ad Agadir, un quartiere di Baghdad, e producevamo cartelli pubblicitari e stradali. Hanno cominciato a minacciarci con la scusa che mio padre aveva un negozio di alimentari e fra i prodotti in vendita c’erano alcolici. Siamo andati in Siria con un visto regolare e da lì, dopo tre giorni, siamo entrati in Libano clandestinamente, pagando 300 dollari a persona. Abbiamo attraversato la frontiera travestiti da contadini, su un trattore, poi ci hanno portati a Jounieh. Intanto a Baghdad la nostra casa e il nostro magazzino sono stati confiscati da musulmani. Mio marito ha trovato subito un lavoro come portinaio qua, ma quando ha avuto la prima crisi lo hanno licenziato. Abbiamo accumulato tre mensilità di affitti arretrati dove viviamo, e adesso il vescovado caldeo ci sta aiutando a pagarli. La cosa più brutta è quando il proprietario viene in casa e, approfittando dell’assenza di mio marito, si comporta male con me e dice che ci butterà tutti sulla strada se vado in giro a dire quello che mi fa. Adesso sta per scadere il nostro permesso di soggiorno e dovremo pagare 260 dollari per rinnovarlo, altrimenti torneremo a essere dei clandestini che possono essere espulsi. Mi sento impazzire quando penso ai nostri problemi. Non voglio tornare in Iraq, non c’è più nessun nostro parente laggiù. Voglio un posto dove i nostri figli possano crescere e andare a scuola, e dove si possa fare qualcosa per la malattia di mio marito».

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