Com’è difficile per un saudita dire che il jihad è una moda wahabita
È significativo che l’ambasciatore saudita in Pakistan abbia dichiarato, non senza orgoglio, che «non ci sono sauditi tra gli asserragliati all’interno della Moschea rossa». Il governo di Riyadh, infatti, è ben conscio che i suoi cittadini sono ormai presenti su tutti i fronti del jihad internazionale. In Libano è stato provato che decine di volontari sauditi hanno preso parte ai combattimenti, che proseguono senza sosta dal 20 maggio, tra l’esercito regolare e la banda armata radicale di Fatah al Islam nel campo palestinese di Nahr al Bared (nella foto, gli scontri). Anche la Siria ha ammesso di detenere nelle sue carceri parecchi sauditi (i secondi per numero dopo gli iracheni), senza dimenticare che, pochi giorni fa, le autorità americane hanno riconsegnato a Riyadh 16 sauditi detenuti a Guantanamo dai tempi della guerra in Afghanistan. Come mai il saudita è diventato un terrorista internazionale? Il giornalista Abdul Rahman al Rashed risponde sulle pagine di al Sharq al Awsat: «Perché i sauditi sono preparati mentalmente e polticamente, come fossero bombe a orologeria, disposti a fare da marionette nelle mani di regimi che hanno progetti politici molto pericolosi». Dobbiamo cercare di capire, prosegue l’autore, «perché il cittadino saudita è disposto a morire per una causa di cui non capisce nulla». Una mezza verità, questa, che cerca di scaricare la colpa esclusivamente su terzi. Il giornalista omette di parlare della dottrina religiosa, il wahabismo, che governa le sorti (e le menti) dei sauditi da circa un secolo. Perché lo fa? Perché al Sharq al Awsat è di proprietà del figlio del ministro della Difesa saudita. Non si sputa nel piatto in cui si mangia, insomma. Ma questo non aiuta il lettore a farsi un’idea corretta del problema. camilleid@iol.it
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