Preti di mondo

Di Marina Corradi
26 Luglio 2007
La tv li vuole uccelli di rovo. La stampa li usa solo quando predicano contro i paparazzi. La Corte europea li accusa di plagio. Marina Corradi invece ne ha conosciuti quindici, e dice che sono uomini straordinari

«Hai fatto ciò che desideravi. Hai trovato ciò che ti aspettavi?». «Ho trovato di più, perché io, che ho sempre da ragazzo seguito quello che avevo in testa, finalmente cammino su una strada che non ho tracciato io. E finalmente è la libertà: la felicità l’ho trovata, seguendo ciò che Cristo mi domanda». Ecco, prendete Marina Corradi e mettetela alle calcagna di un gruppo di giovani preti. Puledri della scuderia internazionale della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo presi al lazo dall’illustre editorialista di Avvenire (e di Tempi). E messi sotto il torchio di domande dirette, non filtrate dall’ecclesialese o dal massimocacciarese di una facoltà teosofica nei pressi di Milano. Un’esperienza singolare.
Nata dal carisma di don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, la Fraternità oggi guidata da don Massimo Camisasca ha un seminario a Roma e case a Madrid e a Praga, a Taiwan e in Siberia. I preti missionari di San Carlo, annota la Corradi, «Erano in sei all’inizio; oggi quei cento “figli” sono in Asia, America, Africa ed Europa. Non vivono soli, ma in case comuni. Perché la prima testimonianza che crediamo di dover dare agli uomini – dice don Massimo – è l’unità». L’unità? Adesso quindici di questi giovani sacerdoti sono uniti da altrettanti ritratti asciutti, laici, umanamente comprensibili a tutti, raccolti dentro un libro delle edizioni San Paolo e dal titolo asseverativo, Innanzitutto uomini.
Uomini? Pensate al destino dell’embrione, del feto, del giovane, dell’anziano, del malato incurabile. Nell’epoca che rivendica la libertà funeraria dell’autodeterminazione e dell’autonomia che senso può avere ancora la parola “vocazione” per degli “uomini”? «Vocazione – ricorda Marina nella sua introduzione – significa “essere chiamati”. Significa. in sostanza obbedire». Insomma, «siamo agli antipodi del dovere morale di oggi, secondo il quale ciascuno si “realizza” facendo ciò da cui si sente al momento attratto, pronto a virare quando l’inclinazione cambi».
Cattolica irregolare e, come suo padre Egisto, formidabile talento narrativo, incredibilmente intimo, limpido, petroso, la Corradi si è andata a cacciare nella storia meno politicamente ed esteticamente corretta che si possa oggi immaginare. Oggi che le domande zuccherine suggerite da blog, giornaletti e canzoncine sono leggere come le prediche dei preti petulanti e ammodino che svolazzano per le chiese e gli oratori estivi. Perché sono coinvolti in tanti scandali? Perché non si possono sposare? Perché non dovrebbero lavorare, avere un mestiere, come accadeva ieri in Unione Sovietica, oggi in Cina? Perché in Italia, sede del Vaticano, il Concordato realizzato non dai democristiani, ma da un socialista morto esule in Tunisia, permette di devolvere loro l’8 per mille delle tasse dei cittadini? Perché i Concordati tra Stato e Chiesa sono ancora vigenti in quasi tutta Europa? Perché, insomma, come riferisce Gennaro Acquaviva, uomo chiave della trattativa concordataria, bisognerebbe ancora dar retta a Bettino Craxi che diceva che «non si devono affamare i preti»?
Dire che il sacerdote cattolico non gode più di tanta buona stampa e di una grande reputazione sociale è dire poco. Infatti, il vero status del prete di oggi è quello dei paria. La sua figura è quella della copertina morale che viene tirata a sorte e stiracchiata da una parte all’altra. Come i centurioni romani si giocavano a dadi la veste di Cristo sotto la croce, vada bene o no alla destra o alla sinistra, ai filo-occidentali o ai dhimmi dell’islam, la figura umana che – secondo le parole della Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI – incarna «la bellezza e l’importanza di una vita vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio», è comunque fatta fuori. Un po’ dalla modernità nicciana. Un po’ dall’autodissoluzione spiritualistica, moralisteggiante e, infine, perfetta sintesi di tutto ciò, dall’intellettualismo privo di profondità educativa dell’umano trionfante in tanti (e vuoti) seminari.

Una modernità sfidata da Cristo
Oggi, più che ai tempi di Enrico IV, Parigi val bene una messa. Nel senso che il prete può ancora guadagnarsi qualche posticino al sole se si fa teologo subalterno al secolarismo. O se accetta una parte nel teatrino dei pupi nei brandelli di cronaca usa e getta. Si intende. Il prete che predica contro i paparazzi o quello che si sdraia sulle rotaie del treno per protestare contro la Tav o la discarica. Ma ecco lo scandalo di questo libro: dai quindici ritratti della Corradi emergono profili che ribaltano l’immagine dello smunto prete poveraccista (o, quando va proprio bene, uccello di rovo) che emerge nei cicli di Domenica in e delle messe domenicali. Nei bellissimi e baldanzosi profili raccontati da Marina Corradi c’è il ragazzo che odiava la Chiesa e se ne andava sbattendo la porta durante l’ora di religione. Quello anticlericale e comunista che chiamava i preti “corvi neri” e quello fricchettone che tirava giorno suonando jazz nei locali romani. Il ragazzo venuto dall’Africa a cui hanno ammazzato il padre. E quello quasi ammazzato da una educazione cattolica esangue. Insomma, c’è una carellata di giovani che hanno il pregio di essere persone normali e perfettamente inserite, non in fuga, nella postmoderna società del benessere sfidata da quel Cristo che da duemila anni «deve morire». E invece.
A proposito di Nietzsche. Considerato come preti e credenti che non parlino la stessa lingua del New York Times godano di poca stima in Occidente (mentre in Oriente va già bene se i cristiani la sera portano ancora a casa la pelle) non è da escludere che presto o tardi le persecuzioni si rivedano anche dalle nostre parti eurocentriche. Sapete, la settimana scorsa un ex seminarista (non di questi di don Camisasca) ha ottenuto in sede di Corte europea dei diritti dell’uomo che la Chiesa cattolica venga imputata di plagio. «Rea appunto – come ha segnalato sulla cronaca di Libero Caterina Maniaci raccogliendo le soddisfatte parole del querelante – di imbrogliare l’intera umanità con le sue fandonie su Gesù Cristo». Ecco, i preti giovani che sfilano nelle pagine del libro di Marina Corradi sono gente di cui ti viene da dire: «Bene, questi sono giovani, i nostri giovani, i nostri giovani preti pronti a essere condotti in schiavettoni davanti alla Corte europea».

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