Dounia Ettaib
Bella personalità Dounia Ettaib, la vicepresidente per la Lombardia dell’Associazione donne marocchine in Italia. I meccanismi del circo mediatico sceso in pista all’indomani dell’aggressione di cui è stata vittima nei pressi della moschea di viale Jenner a Milano da parte di due correligionari non ne hanno adulterato la spontaneità. La sua genuinità poggia sulla solidità della sua biografia e su caratteristiche personali già mature prima dell’assalto dell’informazione spettacolo. La vicenda degli spintoni, delle mani addosso e delle minacce («ricordati che la bellezza non dura sempre») per aver partecipato in maniera militante al processo di Brescia contro gli assassini della giovane Hina, la pachistana uccisa dai parenti per essere andata a vivere col fidanzato italiano, non ha fatto che enfatizzare il fascino di una personalità la cui ricchezza sta nei contrasti: Dounia è razionale ed emotiva, timida e battagliera, semplice e colta, ingenua ed astuta, sensuale e modesta nello stesso tempo. E soprattutto credibile nel rivendicare per sé e nel difendere una religiosità islamica differente da quella degli islamisti, dei Fratelli Musulmani, dell’Ucoii. Il suo islam moderato non è un’operazione a tavolino, ma un esempio di fedeltà alle proprie radici, a volti pieni di affetto e a ricordi struggenti.
Gentile signora, chi era Dounia Ettaib prima dell’incidente di viale Jenner che ha fatto di lei un personaggio?
Dounia Ettaib è solo una donna che vive la sua quotidianità nel modo più normale possibile. È una figlia, una madre, un’amica. È una donna impegnata nel sociale da due anni, che mette anima e corpo nell’ascoltare le esigenze delle donne che non hanno i mezzi per far conoscere la loro situazione drammatica, perché non hanno studiato, non frequentano amiche che possano aiutarle, non parlano italiano. Quando incontrano me, che parlo la loro lingua, si aprono e mi raccontano la loro quotidianità fatta di angoscia e di paura. E io faccio tutto quello che posso perché queste donne vedano riconosciuta la loro dignità.
Socialmente attiva solo da due anni: è un impegno recente. Com’è nato?
Due anni fa mi sono sentita interpellata dal caso di due ragazzi marocchini autistici che rientravano in patria. Mi sono rivolta alla nostra comunità perché mettessimo a disposizione del Marocco il know how giuridico e socio-sanitario maturato in Italia per agevolare l’accesso ai servizi e al lavoro di categorie svantaggiate come quella degli autistici. Dopo sono stata incaricata di rappresentare la comunità marocchina italiana all’incontro annuale dei marocchini nel mondo col re in Marocco. Lì mi sono resa conto di quanto fosse arretrata la condizione delle donne marocchine in Italia, raffrontata a quella delle donne che vivono in Francia, in Spagna o negli Stati Uniti. Dei 95 mila marocchini regolari residenti in Lombardia il 60 per cento è costituito da donne, che però sono praticamente invisibili: non lavorano, non escono mai con le amiche, non vanno a colloquio con gli insegnanti nelle scuole. Finalmente all’inizio del 2006 ho conosciuto Souad Sbai e ho cominciato a impegnarmi con la sua associazione.
Perché, nell’Italia del 2007, è giusto manifestare fuori dall’aula del processo agli assassini di Hina?
È giusto che nell’Italia del 2007 una ragazza sia assassinata perché i genitori la giudicano una cattiva musulmana? E che l’intera comunità pachistana della zona nasconda per giorni gli assassini e sia necessario un negoziato perché li consegnino alla giustizia? Secondo me andrebbero tutti processati e condannati per concorso in omicidio. Il giudice ha deciso in base alla legge che la nostra associazione non poteva costituirsi parte civile nel processo, ma io chiedo: è normale che quel giorno in tribunale non ci fossero pachistani insieme a noi? Che ci si dica che le marocchine non c’entrano nulla con le pachistane? Qui le bandiere non c’entrano: una donna è stata uccisa perché voleva vivere libera, tutte le donne e tutti gli uomini dovrebbero farsi sentire.
Attorno alla sua naturalizzazione italiana è sorta una polemica.
Senza nessuna ragione. Il decreto di naturalizzazione è stato firmato il 9 giugno, ben prima del fatto di viale Jenner. La pratica ha seguito i tempi burocratici, l’aggressione non ha inciso per nulla. Ci mancherebbe.
Lei è sposata con un italiano non musulmano. Come l’ha presa la sua famiglia? Quando andate in Marocco siete accettati?
Non amo rispondere a domande sulla mia vita privata. Dico solo che ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che non solo mi ha dato la migliore educazione, ma mi ha insegnato che la vita è mia e io sono responsabile delle mie scelte. E che siamo tutti esseri umani al di là delle differenze di razza, religione, classe sociale. Loro approvano il modo in cui vivo, e quando vado in Marocco con mio marito siamo considerati una coppia come le altre.
Com’è cominciato e com’è oggi il suo rapporto col Corano e con la religione? Ha fatto studi particolari?
Il mio rapporto col Corano e con la religione è cominciato da bambina: ogni sera prima di andare a letto mia madre mi leggeva una sura del libro. La sura che mi incantava di più è quella di Mariam, Maria, la mamma di Gesù, perché capivo che il suo amore materno era divino. Il pensiero che da sola ha cresciuto, protetto ed educato un figlio nato dallo spirito di Dio mi commuoveva. Provavo tante emozioni anche per le sure su re David, sul peregrinare di Mosè, sulle sofferenze di Maometto che dovette lottare contro gli arabi miscredenti che non lo riconoscevano come profeta. Poi ho avuto la fortuna di frequentare da bambina, a Casablanca, una scuola gestita da suore dove studiavano insieme cristiani e musulmani. Facevo tante domande a mia mamma sulla Pasqua, perché, si sa, noi musulmani non crediamo che Gesù sia morto in croce, ma che un suo compagno abbia preso il suo posto. E lei mi diceva: «A Pasqua è festa perché quel giorno Dio ha fatto scendere Gesù dal cielo per dire a Maria, che piangeva da tre giorni sul cadavere del crocifisso, che lui non era morto».
Chi sono i fondamentalisti?
È gente che non crede veramente in Dio, perché se ci credessero non cercherebbero di sostituirsi a Lui nel giudizio. Non direbbero che la donna vale meno dell’uomo, che deve coprirsi con un velo perché così dice la religione, che il padre è autorizzato dall’islam a negare la prosecuzione degli studi alle figlie, che qui in Europa viviamo nella terra degli infedeli. Se questi sono i paesi degli infedeli, perché non vanno a vivere nei paesi che considerano veramente credenti? È gente che non sa rispettare gli altri, e perciò non rispetta veramente nemmeno se stessa.
Che cos’è un musulmano praticante? Lei si definisce tale?
Io sono musulmana. Non prego cinque volte al giorno perché non ne ho il tempo. Per me la preghiera è una cosa seria, non è una formalità: coi tempi di lavoro odierni, io non posso pregare veramente cinque volte al giorno. Leggo il Corano, faccio il digiuno, pago la zakat, l’elemosina. E spero un giorno di poter fare il pellegrinaggio alla Mecca. Intanto cerco di migliorarmi, di aprire la mia mente, di conoscere persone da cui posso imparare. Non mi permetto di giudicare gli altri. Ringrazio ogni giorno Dio perché mi fa vivere in Italia, un paese democratico dove posso conoscere cristiani, musulmani ed ebrei da cui ogni giorno imparo qualcosa.
Lei ha scritto in un forum sul sito di Panorama: «Restiamo ferite nel vedere che molti intellettuali si mobilitano di più magari per giustificare i terroristi che per difendere le donne musulmane». A chi stava pensando?
A tanti. Non dimenticherò mai che è stato fatto uno sciopero della fame perché Saddam Hussein è stato condannato a morte, però non è stato fatto uno sciopero della fame quando lui ammazzava migliaia di curdi. E non sono mai stati fatti scioperi della fame per le donne lapidate, per i bambini che hanno subìto violenze sessuali, per le 20 ragazzine che morirono in una scuola in fiamme in Arabia Saudita perché i pompieri non le lasciarono uscire a causa del fatto che non erano più coperte dal velo. Quando cominciamo a fare questi scioperi della fame?
Come si può riformare l’islam se i riformatori vengono condannati a morte, come Mohamed Mahmud Taha, o costretti all’esilio come Nasr Abu Zayd?
Oggi si parla sempre di globalizzazione dell’economia e dei flussi dell’emigrazione, ma mai di globalizzazione della democrazia. Facciamo la guerra a un dittatore come Saddam Hussein in nome della democrazia, ma intanto abbiamo grandi rapporti economici e politici con paesi dove non esiste nessun diritto. Quando si tratta di importare petrolio ed esportare il made in Italy, non ci vergogniamo di stringere mani sporche di sangue. Se non vogliamo altri casi come quelli di Mohamed Taha e di Abu Zayd dobbiamo globalizzare la democrazia.
Qualcuno dice che saranno le donne musulmane a riformare l’islam e a salvare il mondo dalla scontro di civiltà. Una romanticheria senza senso o una profezia destinata a compiersi?
Che sia una romanticheria o una profezia, dobbiamo dare alle donne musulmane le basi per poter riformare l’islam. Se in Italia l’80 per cento delle donne musulmane sono analfabete, come potranno riformare l’islam? Cominciamo a incentivare i corsi di alfabetizzazione, a farle partecipare alla civiltà, a riconoscere la loro dignità. Vedrete che dopo ci saranno meno Khomeini in circolazione.
Com’è cambiata la sua vita dopo l’aggressione che ha subìto in viale Jenner? Ha paura? Suo marito e i suoi cari non le chiedono di smettere? Perché va avanti?
La vita è cambiata, purtroppo: ho dovuto lasciare il mio lavoro, vivo sotto scorta. E convivo con la paura, certamente. Ma nessuno dei miei cari mi ha mai chiesto di rinunciare al mio impegno. Io vado avanti grazie all’educazione che ho ricevuto, alla solidarietà di chi mi sostiene e all’esempio di tre donne: mia madre, che mi ha dato tanto; Souad Sbai, che lotta da vent’anni per i diritti delle donne, che si alza dal letto anche alle tre o alle quattro del mattino per la telefonata di una donna che si sente in pericolo; l’onorevole Daniela Santanché, che è venuta a cercarci prima di tutti gli altri chiedendoci di spiegarle cosa stava accadendo alla donne musulmane, e che ci sostiene anche se il suo partito, Alleanza Nazionale, l’ha isolata. Non posso fermarmi, per tutte quelle donne che patiscono violenza quotidianamente e non possono denunciarla, e perché non posso accettare l’idea che un giorno mio figlio non sia libero.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!