Un pilota sotto la lente

Di Manes Enzo
26 Luglio 2007
Gli chiesero di correre negli Stati Uniti. Ma tra questa e l'avventura imprenditoriale, iniziata dal padre nel bellunese, Vittorio Tabacchi scelse la seconda. Una "vettura" che oggi fattura più di mille milioni di euro

Il 4 dicembre 2006 è una data che gli sta particolarmente a cuore. Quel giorno, a Roma, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano consegnava nelle sue mani il premio Leonardo Qualità Italia 2006, per i risultati conseguiti dall’azienda nei mercati internazionali a riprova dell’eccellenza del made in Italy. E chissà quanti pensieri si saranno rincorsi in quel momento. Un procedere a ritroso nel tempo, alle pagine esaltanti, alle inevitabili difficoltà, al ricordo di papà, il cavaliere del lavoro Guglielmo Tabacchi, da cui prese il via la bella avventura imprenditoriale, nel 1934. Che fa di nome Safilo, oggi un gruppo ai vertici nell’occhialeria di alta gamma e lusso, guidato dal presidente Vittorio Tabacchi.
«Sono entrato in azienda nel 1961 con in tasca un diploma ottenuto all’Istituto tecnico industriale a Udine. Ma se devo dire che allora mi vedevo perfettamente realizzato in azienda, sarebbe una bugia. Mi piaceva da matti lo sport. Lo sci e i motori, soprattutto». Con papà Guglielmo aveva trovato un punto d’incontro. Stava in ditta dal martedì al giovedì, per il resto allenamenti e gare. E se la passione per gli sport invernali – dice di avere pure provato l’ebbrezza del bob – è del tutto naturale visto che la famiglia è originaria del Cadore, meno scontata quella per i bolidi. «Correre in macchina è una sensazione piacevolissima. Io poi lo facevo abbastanza bene. Mi ero fatto notare. Specie negli anni Sessanta mi sono cimentato con le competizioni. Anche con la Porsche ufficiale. Poi però è venuto il momento di scegliere che cosa fare da grande. Mi era giunta la proposta di andare a correre negli Stati Uniti. A quel punto non potevo permettermi di continuare a stare in mezzo al guado». Ne parlò in famiglia, venne consigliato, ma lui assicura che scelse da solo. «Decisi di restare a lavorare in Safilo. Dove ho provato a mettere in pratica i valori che trasmette lo sport. Sono infatti convinto che se uno riesce nello sport riesce anche nel lavoro. Tenacia, serietà, capacità, concentrazione. In fondo si tratta di un’educazione che ha dato i suoi risultati». Nel 1993 Vittorio Tabacchi assume la carica di presidente di Safilo. Ha tra le mani “una vettura” di grande affidabilità e capace di uno spunto notevole. Può così guidarla verso altri traguardi. Altri primati. In giro per il mondo. «Certo che erano cambiate le responsabilità, tuttavia non trovavo e non trovo grandi differenze nel mio modo di affrontare la giornata lavorativa. Credo di essere mosso dallo stesso spirito di quando ho deciso seriamente di imparare a fare l’imprenditore cercando di fare tesoro del talento di mio padre, che aveva avuto un eccellente fiuto a entrare nel mercato dell’occhialeria».
Appunto nel 1934. Succede che il signor Guglielmo Tabacchi acquista il primo complesso industriale italiano produttore di lenti e montature, che era stato fondato addirittura nel 1878 a Pieve di Cadore, località ai piedi delle Dolomiti, in provincia di Belluno. «Mio padre è nato nel 1900 negli Usa, a Solvay. Gran lavoratore e con nella testa il desiderio di mettere in piedi una propria attività. In America dimostra di saperci fare. Così quando fa ritorno a casa, subito si anima per dar vita a una piccola attività», ricorda il figlio. Impara a dovere nel settore della meccanica tanto che a 18 anni viene arruolato con la funzione di “aggiustatore”. Arriva la Grande guerra che frena un po’ tutto. Tabacchi, dopo il conflitto, decide di partire per la Polonia dove, con un gruppo di amici, apre una fiorente attività nel campo della gelateria. «A 34 anni, e alle spalle già una discreta esperienza, torna a Pieve. E coglie al volo l’opportunità di acquistare un’azienda sul punto di fallire».
Vittorio Tabacchi ci dice che il bellunese è sempre stata una zona a forte vocazione per l’occhialeria. Nella seconda metà degli anni Trenta lassù si esprimeva quasi il 90 per cento della produzione nazionale, con ben 17 fabbriche. «Come noto il Veneto è stata un’area di massiccia emigrazione. In quegli anni Safilo riusciva ad assicurare un buon livello d’occupazione grazie al successo che riscontravano i suoi prodotti». Sta crescendo l’attenzione verso l’occhio, insomma. Inizia a manifestarsi il gusto per modelli originali e montature di personalità. Non è estranea l’influenza del cinema americano grazie agli accessori sfoggiati dai divi di Hollywood. «Questo è sempre stato un mercato esigente. Che domanda prodotti di qualità, comodi e piacevoli da portare». Non è stato semplice farsi largo, anche perché i maggiori competitori, i tedeschi, eran proprio bravi tecnicamente. «Mio padre, per non partire col piede sbagliato, riesce a portare a lavorare in Safilo un tecnico tedesco che viveva a Jena. Tecnica teutonica e creatività italiana, un’ottima combinazione. Ma anche stavolta arriva a frenare gli entusiasmi la guerra». Ricostruzione, ripresa, boom. Safilo interpreta al meglio queste fasi che segnano il ritorno a una nota di positività nel nostro paese. Da autentico innamorato dello sport Vittorio Tabacchi ricorda l’importanza dell’evento Olimpiadi della neve in quel di Cortina d’Ampezzo. Nel 1956. «Quella splendida manifestazione si rivela un momento promozionale dell’occhiale che protegge da luce e vento. Questo fatto giocherà un ruolo decisivo nel successivo successo dell’industria italiana degli occhiali a livello internazionale». Il che significa dare nuovo e definito impulso a quella tendenza che ne fa un accessorio di moda e non più solo un semplice mezzo correttivo della vista.

Due figli «proprio come me»
Nel 1983 Safilo compie l’ennesima accelerazione, entrando nel mondo del cosiddetto firmato. Via via, e tanto più di questi tempi, il gruppo coltiva una proficua collaborazione con le più celebri firme internazionali della moda. Ma anche dello sport con i marchi Carrera e Smith. Quotato in borsa dal 1987, l’anno seguente acquisisce un’importante area di 25 mila metri quadrati a Padova destinata ad assumere il volto di headquarter, di punto nevralgico per lanciare nuove sfide. Ugualmente intensa l’apertura di poli produttivi, specie nel Triveneto, per rispondere alla crescente domanda di qualità. Come la progressiva apertura di filiali estere per monitorare più da vicino i territori ritenuti maggiormente strategici. «Oggi siamo presenti in cinquanta paesi. I clienti di tutto il mondo ci apprezzano anche per l’eccellenza del servizio. Però la qualità del prodotto non deve mai venire meno. In tal senso la ricerca su materiali e sulle nuove metodologie operative è una battaglia quotidiana da vincere. I miei figli? Lavorano in azienda. Massimiliano è co-amministratore delegato, Samantha è responsabile corporate communication. Pare proprio che siano amanti della competizione. Come me».

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