Mercato turco. Cosa dovrà fare Erdogan

Di Ottaviani Marta
02 Agosto 2007
Confermato alla guida del paese, il premier sarà costretto a mediare con i Lupi Grigi per l'elezione del capo dello Stato

Ankara
Per il momento sembra finita nel migliore dei modi possibili. Il premier islamista uscente Recep Tayyip Erdogan ha vinto le elezioni in modo plebiscitario, ma in forza della legge elettorale avrà meno seggi della vecchia legislatura; il che, tradotto in termini pratici, significa meno possibilità di movimento e maggiore necessità di soluzioni mediate. Potrà formare un governo monocolore e guidare il paese nei prossimi cinque anni, ma per il Presidente della Repubblica dovrà scendere a patti, soprattutto se intende candidare un uomo del suo partito islamico. Le possibilità sono due: o cerca di procurarsi l’appoggio dei 27 deputati indipendenti, 24 dei quali appartengono alla minoranza curda, e arrivare alla fatidica soglia dei 367 deputati presenti in aula, necessari per eleggere il Capo dello Stato, oppure prova con l’Mhp, il Partito ultranazionalista a cui fanno capo anche i Lupi Grigi.
Il problema, adesso, è capire chi sceglierà il premier. Si possono attribuire molti difetti a Recep Tayyip Erdogan, ma non quello di non essere un politico intelligente e avveduto. Se vorrà riconfermare questa opinione che molti hanno di lui, cercherà di trovare un candidato alla prima carica dello Stato che possa andare bene a tutti: a lui, ai filo-islamici, all’opposizione e ai militari, che lo scorso aprile avevano mandato a questo proposito un chiaro messaggio, che a molti ha richiamato alla mente l’ultimo golpe del 1980.
Da allora però è passato oltre un quarto di secolo. E per quanto Erdogan sia un leader divisivo, controverso e certo ambiguo nella sua politica, la Turchia è, almeno sulla carta, un paese moderno e laico, che sta percorrendo un cammino, anche se faticoso, per entrare nell’Unione Europea. Il premier appena riconfermato ha già dato dei segni di maggior moderazione e, in una qualche misura, anche di apertura. Durante la campagna elettorale ha letteralmente epurato le liste dei candidati del suo partito dai nominativi degli ex-fedelissimi di Necmettin Erbakan, capo storico della destra islamista turca; ha candidato oltre 40 donne di cui 7 in testa di lista e in collegi chiave. Adesso, fresco di vittoria, sta già pensando alla formazione del nuovo governo e negli ambienti dell’Akp, il Partito per la Giustizia e lo sviluppo che Erdogan ha fondato nel 2001, in molti sono certi che cadranno molte, illustri teste. La prima potrebbe essere proprio quella di Bulent Arinc, presidente uscente della Tbmm, la grande Assemblea nazionale turca, nonché capo della corrente più conservatrice del partito. Lo stesso che ad aprile avrebbe costretto Erdogan a candidare il ministro degli esteri Abdullah Gül, decisione che ha provocato il caos politico che per settimane ha riempito le pagine dei giornali.
Questa volta il primo ministro, prima di scegliere un candidato così controverso, ci dovrà pensare bene per almeno due motivi. Il primo è l’impatto che una decisione del genere potrebbe avere sull’establishment militare. Il secondo è che, in caso di bocciatura, le conseguenze politiche e la sua perdita di credibilità sarebbero devastanti, anche avendo alle spalle un’elezione vinta in modo così trionfale. Erdogan potrebbe sempre giocarsi la carta del referendum popolare, aspettare che il 21 ottobre l’elettorato approvi la riforma costituzionale che lui ha fatto votare in appena 10 giorni e che la Corte Costituzionale, lo scorso luglio, non si è sentita di bocciare per un solo voto. A quel punto avrebbe le mani libere e, con l’elezione diretta del Capo dello Stato in vista, potrebbe fare veramente quello che vuole, persino candidarsi in prima persona. E mentre una parte degli analisti crede che Erdogan troverà un nominativo di compromesso, il suo delfino Abdullah Gül ha fatto sapere di non essere per nulla intenzionato a mollare la presa. «Non posso non considerare il volere del popolo – ha detto ai giornalisti – quindi non posso dire che non sarò più il candidato».

Benessere disomogeneo
Questo è il quadro politico. Fuori dai palazzi c’è il paese reale, e il paese ha scelto in maniera massiccia che il premier islamico continui a governare anche per i prossimi cinque anni. Su oltre 42 milioni di elettori chiamati alle urne, oltre 16 hanno scelto Erdogan. Lo hanno fatto per diversi motivi. Pensare che l’elettorato dell’Akp sia rappresentato solo da persone che auspicano realmente un islam moderato al potere in Turchia sarebbe miope e scorretto. Ce ne sono alcuni che apprezzano questo modello e auspicano una sua applicazione in Turchia, è chiaro. Ma ce ne sono altri, e sono la maggioranza, che hanno votato Erdogan per quello che ha fatto nei passati quattro anni e mezzo. O almeno per i risultati che il premier durante la campagna elettorale ha propagandato fino alla nausea: le trattative per l’adesione all’Ue, la crescita degli investimenti di capitali stranieri nel paese, le privatizzazioni e l’aumento del benessere generale. Poco importa che i negoziati di ingresso a Bruxelles abbiano subìto una secca battuta di arresto, che i capitali entrati siano soprattutto quelli provenienti dai paesi arabi e che il tanto enfatizzato benessere generale sia distribuito in maniera disomogenea. La Turchia, o meglio, il nuovo governo Erdogan dovrà risolvere molti problemi urgenti, primo fra tutti l’alto tasso di disoccupazione, la riforma della previdenza sociale e quella del fisco. Dovrà migliorare i termini della crescita economica e cercare di risanare il debito estero del paese. Prima che gli elettori si accorgano che il benessere che oggi si osserva in Turchia è un bluff o almeno un privilegio riservato a pochi.

Poca voglia di centro
Poi c’è il resto del Parlamento. Il Chp, il partito repubblicano del popolo fondato da Mustafa Kemal Ataturk che ha preso una batosta storica, e il Mhp, il partito ultranazionalista a cui fanno riferimento i Lupi Grigi e che ha fatto il suo ingresso alla Tbmm con un lusinghiero 14,4 per cento, quasi raddoppiando i voti della precedente tornata. Anche se si tratta di un partito ultraconservatore, ma di marca laica, Erdogan ha deciso di corteggiare anche loro e potrebbe essere vicino a un accordo. La lettura ultima di queste elezioni è che il popolo turco adesso ha poca voglia di moderazione, e forse anche di democrazia. I partiti che hanno ottenuto i migliori risultati, sia fra quelli di ispirazione religiosa sia fra quelli di matrice laica, sono connotati da un’ideologia politica molto assertiva e non di centro. Alla luce di una campagna elettorale dove di Europa si è parlato pochissimo, si può ben dire che questa è una Turchia che per ora pensa ai fatti suoi.

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