Eravamo soldati
Beirut
Il motore diesel che alimenta il generatore elettrico del palazzo non smette mai di fare baccano, subito sotto la finestra. Niente mobili alle pareti, solo un divano e tante mensole nell’unica stanza dove si vive in quattro. E il tubo della fogna che la attraversa da parte a parte, sopra le teste. Che ci fa Fouad Youssef Jabbo, cristiano caldeo, già guardia del corpo di un giudice della Corte d’assise di Bassora, marziale come tanti iracheni coi suoi baffetti curati e i capelli corti, in un posto come questo? Ci fa il profugo, come succede a centinaia di migliaia di suoi conterranei. Meglio: fa il portinaio, una delle occupazioni in nero più comuni fra i rifugiati iracheni a Beirut. «Questo lavoro non ha orari, mi chiamano tutte le volte che hanno bisogno», dice rassegnato. Infatti un portinaio iracheno, immigrato clandestino, deve adattarsi a fare tutto ciò che gli viene chiesto: non solo pulire gli spazi comuni di questo palazzone di Sdaida, periferia sud di Beirut, ma portare su in appartamento le valigie di chi arriva a mezzanotte e giù in strada quelle di chi parte alle cinque del mattino. Il tutto per la cifra di 250 mila lire libanesi, vale a dire 140 dollari al mese. «Però qui non devo pagare l’affitto», si consola Fouad, ed è esattamente questa l’esca che permette ai beirutini di procurarsi portinai tuttofare a prezzi stracciati. A Bassora le cose andavano diversamente: «Avevo una bella casa, mia moglie non doveva lavorare, i miei figli andavano a scuola». Perfino la guerra era sembrata una fortuna. Sergente nell’esercito di Saddam Hussein, dopo lo scioglimento delle forze armate da parte degli americani seguito alla caduta del regime Fouad aveva trovato un lavoro ben pagato in un’impresa di guardie del corpo legata agli americani. Per lui non c’era nessuna contraddizione nell’aver servito prima sotto Saddam e ora nelle istituzioni create dal governatore americano Paul Bremer: i cristiani caldei, minoranza senza peso politico, hanno sempre servito i governi al potere. Non la pensavano così certi suoi connazionali e certi iraniani lesti nell’attraversare il confine dopo la fine dei combattimenti. «Le prime minacce le ho ricevute al telefono, ma non ci ho dato peso. Ma poco tempo dopo, mentre ero in convoglio con altre guardie, della gente mascherata ci ha circondato e ci ha ammonito: “Sappiamo che lavorate per gli americani, vi consideriamo takfirin (apostati, ndr), possiamo uccidervi”». Chi erano? «Di preciso non saprei, a Bassora ci sono molte milizie. Ma la più forte e pericolosa è quella di Moqtada Sadr. È gente retrograda, mentalmente limitata e soprattutto priva di scrupoli: uccidono senza nessun rimorso. Hanno minacciato più volte mia moglie perché non portava il velo. Poi ci sono molti elementi stranieri, quasi tutti iraniani. Ricordo che quando l’allora premier Allawi venne a visitare la città, alla fine andandosene rivolse una battuta amara ai leader sciiti: “La prossima volta che vengo per salutarmi vi toccherà alzare la bandiera iraniana”».
Dalla caserma alla portineria
Alla terza minaccia al capofamiglia, la decisione di lasciare Bassora è diventata inevitabile. «Mi hanno fermato di nuovo mentre tornavo dal lavoro. Mi hanno mostrato copie dei miei documenti personali che dovevano stare nella sede della società e hanno detto che avrebbero ucciso anche i miei figli. Già avevo smesso di mandarli a scuola per paura che venissero rapiti. Siamo partiti subito, e il 9 dicembre 2006 eravamo in Libano, passando per la Siria. Ho pagato 1.200 dollari alle persone che ci hanno aiutato ad attraversare la frontiera, ma a quel punto ci era rimasto molto poco. I primi tempi sono stati molto duri». All’inizio i quattro membri della famiglia Jabbo vivevano come bestie in uno scantinato nel quartiere di Boucherieh. Fare il portinaio per quattro soldi è stato un grosso passo avanti. «Lo stipendio non basta e anche mia moglie deve lavorare come colf, ma grazie al vescovado caldeo posso mandare i due ragazzi a scuola. Se qualche libanese non ci ha trattato bene, altri sono stati dei veri amici. Georges Saman (il tesoriere della Società caldea di beneficenza, ndr) ci ha ottenuto il riconoscimento come profughi presso l’Unhcr, che ci ha pure fissato un appuntamento per un colloquio in vista dell’emigrazione in un paese terzo. In Iraq non possiamo tornare, ogni tanto sento al telefono i miei genitori che sono rimasti a Bassora: la situazione è pessima. L’unico sollievo è che qui abbiamo incontrato dei fratelli nella fede che ci hanno trattati come esseri umani».
Anche Haikal Mansour Hakim era un sottufficiale nell’esercito, anche lui era diventato guardia del corpo di un giudice, anche lui è un cristiano caldeo ed è fuggito dall’Iraq. L’unica differenza con Fouad è che lui viene da Mosul, e che il giorno in cui ha veramente rischiato la vita due delle sue tre figlie, Mariam e Angela, erano in auto con lui. Mariam, che aveva 7 anni all’epoca dei fatti, racconta quel che ha visto: il padre trascinato giù dalla vettura, una pistola puntata alla testa e un’altra allo stomaco, poi l’arrivo di alcuni suoi commilitoni e la sua liberazione dopo minuti concitati in cui i due gruppi di persone avevano ciascuno un ostaggio da scambiare. Su invito del giornalista italiano Mariam fa un disegno della brutta avventura. Nessuno glielo aveva mai chiesto, e la bambina sorride. In pochi minuti su un foglio rosa appaiono le tre auto coinvolte nell’inseguimento, i quattro uomini che cercano di rapire papà e le loro pistole. Un dettaglio colpisce: tutti i personaggi sono vestiti allo stesso modo. «Sì, erano in divisa anche loro come me. Mio fratello era poliziotto ed è stato assassinato nel novembre 2005 mentre tornava a casa da gente in divisa. I poliziotti hanno una paga da 200 dollari al mese, non c’è da meravigliarsi che tanti siano spie e doppiogiochisti».
«Spero solo che mi scriva il Papa»
In Libano le traversìe di Haikal non sono finite. Ha trascorso due mesi in prigione perché sorpreso senza documenti in regola durante un controllo. Arrestato sul posto, ha dovuto abbandonare per strada la figlia Angela di 7 anni che era con colui, e che è riuscita a ritrovare la via di casa dove è arrivata piangendo. Grazie all’intervento della Società di beneficenza caldea è stato liberato e l’Unhcr ha riconosciuto la sua condizione di rifugiato. Come tanti cristiani iracheni in Libano adesso fa il portinaio per quattro soldi e con molta fatica: «Dormo cinque ore per notte, e con quello che guadagno riesco a vivere a malapena. Per fortuna che la Chiesa si occupa dell’educazione scolastica delle mie figlie». Intanto dall’Iraq non arrivano buone notizie: «La nostra casa, dove era rimasta a vivere mia madre, vedova, è stata occupata da sconosciuti armati e lei è dovuta andare da sua sorella. Le terre dei cristiani vengono confiscate dai banditi. Non possiamo nemmeno venderle, perché quei briganti intimidiscono chi le vorrebbe comprare. Sui muri delle nostre case attaccano manifesti con sopra scritto “convertitevi all’islam o sarete uccisi”. Se qualcuno denuncia e fa il nome dei sospetti, come minimo si ritrova con la casa bruciata. Ma se l’Iraq si normalizza un po’, io ci torno: non avrei servito nell’esercito se non amassi il mio paese», conclude con orgoglio.
Neatan, sua moglie, è l’incarnazione di tutte le disgrazie dell’Iraq. Dopo aver ascoltato in silenzio il marito chiede la parola: «Ho perso due fratelli nella guerra fra Iraq e Iran. Poi durante la prima guerra del Golfo ho perso una sorella che è morta sotto un bombardamento americano. Era incinta e prima che lei morisse è nata la bambina. Abbiamo tante miserie, io vorrei andare a vivere lontano». Nonostante abbia una sorella che vive negli Stati Uniti e un fratello rifugiato in Germania, Haikal sostiene di non ricevere aiuti da loro, ma solo dalla Chiesa caldea libanese. E la sua richiesta finale, viste le circostanze, è sorprendente: «Non voglio aiuti dall’estero. Desidero una cosa sola: una attestazione con la firma del Papa che riconosca la nostra perseveranza nella fede cristiana».
Rana Tobia Georgis è una dolcissima mamma di 23 anni e Noura, 10 mesi, nelle sue braccia è tenera come un bocciolo. Ma questa ragazza di Baghdad è visibilmente sull’orlo del crollo nervoso, chiusa in casa tutto il giorno per l’impossibilità di lavorare aspettando che torni Saif, il marito come lei odontotecnico, che qui sbarca il lunario come elettricista per 10 dollari al giorno. La loro storia pare la sceneggiatura di un film: dieci mesi fa hanno trascorso insieme un paio di notti in ospedale perché Rana stava per partorire, e Saif non voleva abbandonarla nemmeno un istante. Quando sono tornati a casa, a Dora, col fagotto di Noura fra le braccia hanno trovato il loro appartamento occupato da miliziani islamici. Che hanno intimato loro di andarsene: «Adesso questa è proprietà dei mujaheddin, non fatevi più vedere se non volete essere rapiti». Si sono trasferiti in un altro quartiere, ma solo per cadere dalla padella nella brace: mentre tornava dal lavoro nel tardo pomeriggio Saif è stato aggredito, legato e trascinato verso il bagagliaio di un’auto. Il destino ha voluto che proprio in quel momento passasse un blindato americano all’angolo della via: i rapitori hanno mollato a terra l’odontotecnico cristiano e si sono dati alla fuga. Adesso Saif, Rana e Noura sono qui in Libano e l’Unhcr ha riconosciuto loro lo status di profughi. Vorrebbero emigrare in America o in Europa. Tremando tutta, Rana mostra un foglio: è l’appuntamento per il colloquio in vista del “resettlement” all’estero. La data è 10 febbraio 2008. E scoppia in un pianto dirotto.
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