La svista di Visco
È in grave ritardo. Chi? Ma il governo, i Visco della situazione che quando c’è da prendere sanno come fare il proprio mestiere e quando c’è da ritornare qualcosa ai cittadini, solo orecchie da mercante. Svicolano. Un’alzata di spalle dell’Agenzia delle entrate e via. Che gliene importa del privato sociale, della sussidiarietà, del bene comune. Così le realtà no profit del paese sono ancora lì a mani vuote perché il 5 per mille non è stato ancora erogato. Mancano drammaticamente all’appello i 400 milioni raccolti nel 2006. Con danni facilmente immaginabili per il terzo settore che certo non naviga nell’oro.
Per fortuna allora che ci sono le Fondazioni di origine bancaria che, grazie al loro intervento, svolgono un servizio forte nei confronti delle comunità. I numeri parlano chiaro: 1.300 milioni di euro al paese reale attraverso 25 mila interventi. Si tratta a ben vedere di istituzioni dell’autogoverno della società civile, soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali, corpi intermedi che funzionano. «Uno dei motori dell’aumento di capitale sociale interno di un paese», come spiega a Tempi il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Antonio Finotti. Una Fondazione attiva dal 1992, ben radicata sul territorio che, in uno scenario di competizione globale, attesta l’importanza del ruolo dei cosiddetti sistemi territoriali, vale a dire di un ritorno al livello locale come esempio strategico di attenzione ad opere e a progetti che necessitano di una partnership virtuosa.
«Abbiamo sempre evitato la pratica degli interventi a pioggia. La nostra Fondazione invece si muove mirando alla qualità dell’intervento e del servizio. Sensibilizzandosi su progetti che nascono da un rapporto di concertazione tra le diverse realtà presenti sul territorio». Tra gli interventi fiore all’occhiello della Fondazione c’è senza dubbio il restauro della Cappella dell’Arca del Santo, a Padova. «L’obiettivo per noi primario è quello di preservare l’identità storica e culturale di coloro che vivono in questa città e su questo territorio. Esso trae forza dalla motivazione etica che difende il diritto della persona a godere delle opere dell’ingegno umano e anche della ricerca della bellezza, così come storicamente si sono realizzate nel territorio in cui si vive», ci motiva il presidente al tavolo di una magnifica sala della prestigiosa sede della Fondazione, lo storico palazzo del Monte di Pietà in piazza Duomo, appunto nel cuore Padova.
In questo 2007, come ci dice mostrandoci una tabella, le risorse della Fondazione sono destinate alla ricerca scientifica, all’istruzione, all’arte e cultura, alla sanità, all’assistenza ai soggetti più deboli. «Complessivamente prevediamo interventi nell’ordine dei 65.000.000 euro. Che non è una cifra piccola. Per dire, la Cariplo ha a disposizione circa 170 milioni di euro. Le voci più significative? Il 24,62 per cento all’arte e cultura e il 20 per cento a sanità e istruzione».
Oltre la beneficenza
Dati alla mano le Fondazioni dimostrano proprio di essere uno dei principali motori del no profit in Italia. Una corretta applicazione del principio di sussidiarietà. «Certo. La visione, che è comune a tutte le Fondazioni, dice di una società plurale dove il bene comune e l’interesse generale non sono appannaggio solo del soggetto pubblico. Ciò che si vuole esprimere con chiarezza, cioè con il fare, è che la Fondazione è in grado di garantire un’autonoma lettura del territorio che, alla prova dei fatti, si sta dimostrando una forma di sviluppo moderna ed efficiente», puntualizza.
Una delle questioni più scottanti riguarda proprio il tema dell’autonomia e ciò che ha in mente il Governo nella stesura definitiva dell’articolato che trasformerà in disegno di legge. C’è preoccupazione? «Preoccupazione no. Però è fondamentale, come ha più volte ribadito anche in questi giorni il presidente dell’Acri e della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, che non vi siano margini per interpretazioni tese a limitare l’autonomia delle Fondazioni nell’esercizio della loro attività erogativa, che deve continuare a rimanere competenza esclusiva dei loro organi, i cui amministratori ne rispondono pienamente». Come direbbe Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà: il denaro delle Fondazioni appartiene alla gente e per la gente deve essere speso nel modo più opportuno. A proposito: come percepisce la città il lavoro che svolge la Fondazione? «In una parte dell’opinione pubblica – afferma il presidente – permane ancora un po’ di confusione, nel senso che ci vedono come la banca pubblica di un tempo che, oltre a svolgere il proprio come banca, faceva quella che si chiama beneficenza. Logicamente la Fondazione non ritiene assolutamente di fare beneficenza, il concetto degli interventi a pioggia non gli è mai appartenuto. Noi, come ho detto, finanziamo progetti e operiamo sulla qualità. Anzi, ci tengo a sottolineare che operiamo molto con lo strumento del bando. La Fondazione dispone di una normativa attraverso cui fissa paletti ben definiti. Questo fa sì che solo realtà con le carte in regola possono aspirare ad entrare nella selezione finale. E infine a farsi preferire». Non di rado una Fondazione si trova a dover fronteggiare interventi particolarmente onerosi. In quel caso sarebbe virtuosa la pratica della collaborazione fra Fondazioni. Possibile? «A livello nazionale qualcosa si è mosso. Più complessa la collaborazione in ambito locale. Non escludo che si arrivi a valutare congiuntamente qualche importante progetto anche se non è semplice far dialogare realtà che hanno visioni diverse nello specifico. Ad esempio, non è la stessa cosa operare a Treviso e a Padova. Comunque, mai dire mai».
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