S’avvicina “l’autunno” caldo della politica, ma quando finirà l’inverno delle riforme?
Si sta avvicinando l’autunno caldo della politica italiana. Non masse sociali in movimento, ma frammenti di partiti e di disegni politici che fluttuano nell’aria, senza riuscire a trovare una configurazione stabile. Non perciò la cosa non riguarda il paese. La condizione di instabilità cronica del sistema politico italiano è una delle cause dell’incapacità di fare riforme, è un fattore di declino dell’Italia. Nello schieramento di governo si stanno formando tre soggetti: il Partito democratico, al cui interno si contendono lo spazio gli ex centristi e riformisti dell’ex Pci e la ex sinistra Dc; la sinistra radical-moderata di Mussi; la sinistra radical-radicale di Giordano-Diliberto-Pecoraro Scanio. Il 23 luglio il governo ha stipulato un accordo tra le parti sociali sulle pensioni, che ha abbassato a 58 anni il gradino-scalone previsto dal governo Berlusconi ai 60 anni per andare in pensione. Contro questo accordo, che costa circa 10 miliardi di euro, in parte pagati dai lavoratori precari, e contro la precarietà sociale che ne deriverebbe sfileranno in piazza il 20 ottobre anche ministri e sottosegretari delle due sinistre radicali del governo Prodi, che ha siglato quell’accordo. I tre soggetti dell’alleanza rischiano la collisione e il governo la caduta. Alle spalle stanno le tensioni riaccese dalla discussione sulla legge elettorale: la posta in gioco è l’accordo su un sistema elettorale tra i partiti maggiori di governo e di opposizione per una riduzione delle rendite e degli spazi di ricatto delle forze minori. Su tutti pende la spada di Damocle del referendum. Quanto a Berlusconi, non sta assopito sulla riva del fiume. In attesa che il governo imploda, ha scatenato, sulle orme di Mao Tse-tung, un bombardamento contro il proprio quartier generale, inventando un “Partito della libertà”, che gli consenta un cambio in profondità della vecchia classe dirigente di “Forza Italia”. L’operazione-giarrettiere – quelle di Michela Brambilla, ça va sans dire – tende a sconvolgere gli assetti di “un partito non-partito”, le cui sorti e i cui uomini sono appesi all’arbitrio totale di Berlusconi. Molti “senatori” del partito tremano. In questo contesto l’interesse del Cavaliere per la legge elettorale è minimo e puramente tattico. Sicuro di vincere le elezioni, utilizza ogni strumento che porti alla caduta del governo, rinviando al dopo e da posizioni di forza il riassetto del sistema politico e di quello elettorale. Il paese continua ad aspettare una politica decidente.
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