Centri sociali tra le frequenze
Nei recessi del ddl Gentiloni c’è anche un emendamento che metterebbe in regola le cosiddette tv di strada, cioè quelle micro-emittenti che trasmettono nei coni d’ombra delle frequenze elettromagnetiche già occupate, dovuti ad ostacoli naturali tipo una montagna o un palazzo. In Commissione la modifica alla legge è passata, il sottosegretario alle Comunicazioni Luigi Vimercati l’ha annunciata insieme ad altre novità come una delega in materia dei diritti televisivi e la rottamazione dei vecchi televisori analogici. La battaglia per la “legalizzazione” delle tv di strada ha una colorazione politica evidente, essendo le street tv in molti casi parallele ai centri sociali e alla cultura antagonista. La nascita del fenomeno delle street tv si può far risalire al G8 di Genova del 2001, quando l’enorme materiale video filmato da chi partecipò alla manifestazione no global divenne il primo palinsesto per la madre di tutte le tv di strada, Orfeo tv, a Bologna. Da lì, dalla scontri di Genova e dalla seguente “storiografia” antagonista sulle violenze della polizia, nacque (scrive il mensile di sinistra Aprile) «un nuovo modo di pensare la televisione». L’emendamento è stato presentato da quattro deputati dell’Ulivo che nel testo chiedono che le risorse di frequenze disponibili, sulla base del Piano di Assegnazione delle Frequenze televisive in tecnica digitale elaborato dall’Agcom, «possano essere utilizzate dalle televisioni di strada intese come società senza fini di lucro». Quante sono in Italia? Un censimento fatto dal trimestrale Inchiesta ne conta 135, ma spiega che solo 23 sono risultate realmente attive: «Per alcune l’esperienza è finita, altre sperano di riprendere quando si saranno stabilite le condizioni per farlo “senza pericolo”». Sul sito di Telestreet, la struttura di servizio e coordinamento delle tv di strada già operanti e dei 120 gruppi che stanno progettando una street-tv, c’è anche una guida in dieci passi per metterne in piedi una.
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