L’antipolitica grillesca non ci porterà lontano se non iniziamo a destatalizzare lo Stato
Dalla primavera scorsa il fiume dell’antipolitica, dell’a-politica, della post-politica si è gonfiato. Per eterogenesi dei fini si sta trasformando in un movimento politico che vuole autorappresentarsi, con il quale la politica dei partiti deve fare i conti, se non vuole esserne travolta. Il ventaglio delle reazioni politiche tradizionali non è molto ampio. Qualcuno abbozza una difesa ideologica dei partiti come tali (D’Alema), qualcun altro (Festa dell’Unità) ospita in casa propria l’antipolitico di moda nella speranza di addomesticarlo. Veltroni tiene il piede in due scarpe: pratica un partitismo esasperato ma aderisce all’antipartitismo virulento. È una vecchia storia: la sinistra, che negli anni Novanta ha utilizzato il dipietrismo, il leghismo e la “società civile” per abbattere gli avversari, spera ora, con qualche ammiccamento furbesco, di arginare o svuotare il fiume politico dell’antipolitica. I fallimenti del governo sono la causa immediata della piena, ma non quella principale né quella più profonda.
Nec ridere, nec lugere, sed intelligere, suggeriva il filosofo di Amsterdam. È il male oscuro della Repubblica che occorre “intus legere”. Essa è stata fondata da partiti le cui culture politiche si sono formate tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Culture politiche che hanno al centro lo Stato. Questo primato dello Stato non è venuto meno nel Dopoguerra postfascista: è il mito fondativo della sinistra democristiana, quella di ascendenze ideologiche corporative, e del Pci. Lo Stato di diritto hegeliano quale fonte originaria dei diritti della persona. A ciò si deve aggiungere che in Italia, come ha dimostrato Sabino Cassese, lo Stato politico, essendo debole di egemonia, si è trasformato in Stato amministrativo coercitivo. Il nocciolo duro della Repubblica è questo Stato ottocentesco, che ha appunto dato origine a una Repubblica étatiste. La politica e, di conseguenza, il sistema dei partiti sono l’effetto e, per circolo inevitabile, anche la causa di questo assetto. Il federalismo, le autonomie, quelle scolastiche comprese, “i mondi vitali”, sono prigionieri dentro questa gabbia. Ora, questo Stato, questi partiti, questa politica non riescono più a tener dietro ai mutamenti della società civile, alla coscienza di libertà delle persone, all’apertura mondiale dei sistemi nazionali. Destatalizzare la Repubblica è la strada per ridare rappresentanza alla politica e riconsegnarle il posto che le spetta.
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