Macchè ritirata
L’11 settembre scorso il comandante delle forze armate americane in Iraq, generale David Petraeus e l’ambasciatore Usa nel paese, Ryan Crocker, hanno presentato il loro rapporto riguardo la situazione sul campo nel corso di un’audizione al Congresso. Tra le indicazioni fornite dal generale Petraeus quella di riportare il numero di soldati americani nell’area al livello precedente all’arrivo dei rinforzi, cioè 130 mila, entro luglio del 2008: insomma, entro quella data 30 mila militari americani torneranno a casa. Il presidente George W. Bush ha approvato questo rapporto chiedendo però al Congresso di rinviare almeno fino al prossimo mese di marzo qualsiasi decisione che contempli un piano di ritiro che porti il numero di soldati sotto la soglia delle 130 mila unità. L’America abbandona dunque l’Iraq senza riuscire a vedere la fine del tunnel? «Niente di tutto questo: gli Usa non solo restano ma ragionano su un piano di medio termine che contempla un riassetto dell’intera aree evitando che l’Iran possa garantirsi un ruolo egemone», dichiara a Tempi il generale Carlo Jean, docente di studi strategici della Luiss e direttore dell’Istituto di studi e documentazione sull’Europa comunitaria e l’Europa orientale. «Gli Stati Uniti non possono permettersi il lusso di lasciare la penisola arabica e tanto meno permettere che questa finisca sotto l’ombrello di influenza di Teheran. La logica è quella per la quale una presenza statunitense garantisce un ruolo di deterrenza verso l’Iran: solo in questo modo si potrà arrivare a un accordo per evitare uno stravolgimento degli equilibri già labili nell’area. Inoltre ci sono altri fattori di cui tenere conto. Primo, la forte divisione presente all’interno del mondo sciita e, secondo, il fatto che, per quanto possano essere ritenuti marginali, in Iraq si sono compiuti miglioramenti sia per quanto riguarda le condizioni di sicurezza sia per quanto riguarda l’addestramento dell’esercito nazionale. Al netto di tutte queste variabili si capisce che la logica del ritiro graduale proposta da Petraeus permette agli Usa di guadagnare tempo, un dato fondamentale». E l’Europa? Washington non ha gradito molto la decisione di Gordon Brown di ritirare i soldati britannici da Bassora, lasciando un unico avamposto nell’aeroporto internazionale della città. Anche la special relation sta saltando? «Ovviamente Washington non ha gradito questa scelta di Londra ma nel complesso io vedo un riallineamento dell’Europa agli Usa: penso al discorso di Kouchner sull’Iran, alla stessa Angela Merkel quando parla di un nuovo piano per lo sviluppo dell’economia europea e statunitense. Non penso che quello di Gordon Brown sia un vero strappo, Stati Uniti e Gran Bretagna restano alleati di ferro. Inoltre, come l’America ha bisogno di noi laggiù, noi avremo bisogno di avere gli Usa accanto nell’Est europeo: il 30 settembre in Ucraina si vota e quello sarà un appuntamento fondamentale. L’Europa da sola non può fronteggiare il pericolo di un possibile ritorno di Kiev sotto l’influenza diretta di Mosca. Lo stesso vale per la Georgia: Putin ha già dimostrato di saper utilizzare con disinvoltura il ricatto energetico e gli oleodotti che passano dall’Ucraina possono trasformarsi in armi pericolose per l’Europa».
Quello che i giornali non dicono
Sulla stessa lunghezza d’onda il professor Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali all’università Cattolica di Milano, secondo il quale «il rapporto Petraeus ha evidenziato cose che in buonafede tutti già sanno. La questione “ritiro sì, ritiro no” è mal posta. Il conflitto sarà lungo, ciò che dobbiamo capire è se i miglioramenti sul campo che il rapporto evidenziava sono da considerarsi un’inversione di tendenza strutturale oppure solo luci nel buio. Ciò che nessuno ha evidenziato, però, è un sondaggio del New York Times del 10 settembre, il giorno precedente all’audizione di fronte al Congresso. La maggioranza dell’opinione pubblica interpellata, i due terzi, vuole farla finita con questa guerra, ma il dato scende sotto un terzo quando vengono poste le condizioni per il ritiro. L’americano medio non accetterebbe il rientro delle truppe se questo significasse trasformare l’Iraq in un santuario di al Qaeda. E tutti sanno che un politica del cut-and-run porterebbe a questo. Sempre lo stesso sondaggio chiedeva chi, a detta dell’opinione pubblica, potesse dare una svolta alla situazione. Il 5 per cento ha risposto il presidente, il 23 per cento il Congresso e ben il 68 per cento i militari. Come dire: lasciateli lavorare senza invischiarli in giochi politici e polemiche strumentali».
E come si può valutare l’approccio europeo alla situazione? «Rispetto alle posizioni politiche precedenti di Francia e Germania c’è un cambiamento, anche sostanziale. Se a questo uniamo l’approccio meno allineato della Gran Bretagna di Gordon Brown ci ritroviamo con i grandi paesi europei che hanno un punto di vista molto simile tra loro. Non siamo alla linea comune, ma è un dato di fatto che nessuno chieda un ritiro incondizionato dall’Iraq perché tutti sanno che andarsene in maniera sbagliata sommerebbe errore a errore. Per finire, c’è un aspetto del rapporto Petraeus che lo stesso Congresso ha fatto proprio: l’indicazione netta delle responsabilità iraniane in Iraq. Questo è fondamentale soprattutto alla luce dei continui richiami di qualcuno al coinvolgimento di Teheran nella soluzione dei problemi dell’area: una cosa deve essere chiara, se l’Iran ha obiettivi compatibili a quelli occidentali per il futuro del paese allora lo si coinvolga, altrimenti no. Questo rappresenta un aumento della pressione sull’Iran, un dato che ritengo positivo. Inoltre sarebbe il caso che cominciassimo a chiederci cosa vogliano gli iracheni. Da un lato certamente vorrebbero che gli americani se ne andassero il prima possibile ma quel prima possibile significa 3-5 anni, non mesi».
Anche secondo Andrew Roberts, storico inglese e curatore di programmi speciali per la Bbc, andarsene ora significherebbe «consegnare il paese alle forze del terrore. Purtroppo nel mio paese sta prendendo sempre più piede la logica in base alla quale i soldati dislocati in Iraq andrebbero richiamati e inviati in Afghanistan, il vero cuore della battaglia. È sbagliatissimo. Al Qaeda è un’organizzazione criminale transnazionale che ha dichiarato guerra all’Occidente negli anni Novanta, la lotta contro l’islamismo radicale non è divisibile tra guerre giuste e guerre sbagliate. Ora che la strategia americana sta cominciando a dare i suoi frutti abbandonare il campo sarebbe una follia sia politica che strategica. È la nostra sicurezza collettiva a essere in discussione, quindi come ha dichiarato il generale Jack Keane servono più uomini e non meno. Non esistono alternative».
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