Dio ci scampi dalla guerra contro l’Iran. Ma prepariamo le armi per una vera pace

Di Tempi
27 Settembre 2007

«Forse quegli ebrei, ai cui avi dobbiamo la prima concezione dell’idea di umanità, sapevano qualcosa di questo fardello quando ogni anno erano soliti dire: “Nostro Padre e Re, abbiamo peccato davanti a te”, facendosi carico non solo dei peccati della loro comunità, ma delle colpe di tutti gli uomini. Tutti coloro che sono disposti a seguire questa via in una sua variante moderna non si accontentano della confessione ipocrita: “Grazie a Dio non sono così”. Costoro non serviranno granché come strumenti di vendetta; ma questo è certo: su di loro e solo su di loro, pervasi come sono di un genuino timore di fronte all’ineludibilità della colpa umana, si potrà fare affidamento quando si tratterà di combattere, in ogni luogo e senza timori e compromessi, contro il male incommensurabile che gli uomini sono capaci di compiere». Hannah Arendt ci aiuta a pensare alle conseguenze di una responsabilità che non sia ipocrita. Consideriamo il caso Iran. Ricapitolando: Ahmadinejad va ripetendo che l’«entità sionista dev’essere annientata». E forse nel 2008 avrà la bomba atomica. Non dimentichiamo la lezione dell’Iraq. La guerra unilaterale americana forse sarebbe stata evitata se il Consiglio di sicurezza non si fosse diviso e avesse continuato a minacciare un intervento internazionale unitario e compatto. Oggi siamo di nuovo in quella situazione. Ma con una differenza: sebbene la posizione dell’Italia sia ipocrita e non chiara, questa volta l’Europa sembra consapevole dell’immensa minaccia costituita da Teheran. E ricordando non Bush, ma la saggezza latina – compresa quella del segretario di Stato vaticano che dice «sto con i due papi, dico no alla guerra» – l’Europa sembra oggi più realista. Cioè consapevole che se vuole davvero la pace bisogna che sia sul serio pronta alla guerra.

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