I costi dell’antipolitica
Infuria la polemica sui costi della politica. Anche Confindustria ha buttato benzina sul fuoco con il dossier La politica incapace costa troppo, dove l’accento è stato posto su alcuni dati: i rimborsi elettorali nel 2006 sono ammontati a 200 milioni di euro, contro i 152 degli Usa, i 132 della Germania, i 73 della Francia, i 60 della Spagna; il costo medio per ciascun parlamentare è pari a 1.000.531 euro, quasi il doppio di quello di Francia e Germania e quasi sei volte quello spagnolo. I media hanno potuto gridare allo scandalo perché ogni italiano spende 16,3 euro all’anno per sostenere le Camere, contro 2,1 della Spagna, 8,1 della Francia, 6,3 della Germania. In questo modo si alimenta la campagna dell’antipolitica e la delegittimazione del “Sistema”, mentre il pendolo dell’alternativa al “Sistema” oscilla tra un Beppe Grillo e la latente speranza di un governo di tecnocrati, che sarebbe neutrale e neutralizzante rispetto alla politica, ma non certo nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”.
La campagna in atto, oltre il folklore demagogico, non giova agli italiani. Sposta il tiro e non centra il problema: quello dei veri costi che affliggono il paese, cioè i costi delle mancate riforme, che comportano davvero ben altre cifre rispetto ai privilegi dei parlamentari. Se un italiano spende 16 euro per mantenere le Camere forse conviene anche dire che ogni lombardo perde ben 3.292 euro all’anno: è la differenza tra quanto in media lo Stato preleva ad ogni abitante della Lombardia (17.020) e quanto rende (13.728) a quel territorio. Il resto va in perequazione verso le Regioni del Sud e del Centro. La causa di un tale residuo fiscale è la mancata attuazione del federalismo fiscale, che porta a ritenere (dati Cgia di Mestre) che se il Veneto potesse trattenere tutte le imposte che vengono prelevate sul suo territorio disporrebbe di una possibilità di spesa aggiuntiva per i suoi abitanti di 11,5 miliardi di euro (pari al Pil della Lettonia), cioè potrebbe aumentare la spesa locale – a parità di pressione fiscale – del 78 per cento.
Lo Stato aiuta i meno virtuosi
La Lombardia ottiene una gestione efficiente con 43 dipendenti regionali ogni 100 mila abitanti, pari ad un costo per abitante di 92 euro. La Basilicata ha 215 dipendenti regionali ogni 100 mila abitanti, pari ad un costo per abitante di 304 euro. Le Regioni inefficienti si vedono quindi ripianare i debiti da poche Regioni virtuose. è certo costituzionalmente necessaria la solidarietà tra Nord e Sud (anche se rimane da spiegare perché un abitante di Bolzano, che ha un reddito pro capite superiore a quello di un lombardo, non dia nemmeno un euro per questa solidarietà). Occorre però chiedersi quanto di questa solidarietà diventi assistenzialismo e alimento di rendite e inefficienze. In giugno è stato approvato il decreto salva deficit con cui lo Stato ha ripianato con ben 3 miliardi di euro gli extra deficit della sanità di quattro regioni del Sud. Costo per ogni italiano: circa 300 euro. Bisogna allora capire dove è finito un altro principio costituzionale: quello di “buona amministrazione”. Se si premia chi ha più creato disavanzi, per quale motivo le amministrazioni locali dovrebbero chiedere sacrifici ai propri cittadini piuttosto che fare politiche demagogiche creando disavanzi destinati prima o poi ad essere coperti dalle tasse di tutti gli italiani?
A questo si potrebbero aggiungere tanti altri dati, come i costi dei dirigenti statali dei ministeri centrali: la spesa negli ultimi anni è salita del 97,9 per cento. Eppure nel 2001 è stata approvata la riforma costituzionale del Titolo V che ha varato il federalismo legislativo dopo il federalismo amministrativo di Bassanini del 1998. è difficile capire come mai in un paese che si è avviato con tanta decisione verso il federalismo il costo dei dirigenti ministeriali, anziché diminuire (lo Stato dovrebbe pesare di meno), continui a salire. Solo un serio federalismo fiscale potrebbe rimediare a queste patologie, favorendo una solidarietà responsabilizzante e non assistenzialistica, ed evitare l’accendersi altrimenti inevitabile di una seria “questione settentrionale”, dovuta alla sottrazione di risorse per mantenere sprechi ed inefficienze. Il costo del non federalismo è di qualche decina di miliardi di euro. Il Governo ha ora approvato un disegno di legge al riguardo che permetterebbe qualche passo in avanti. Ma c’è da chiedersi se mai riuscirà a diventare legge. Quello dei costi del mancato federalismo fiscale è solo un “piccolo” esempio, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, che dimostra dove stia il vero problema. Il problema non è quanto “ha” la politica, è davvero riduttivo trattare così i problemi del paese, quanto piuttosto i costi che nascono da quello che “non fa”.
Bipolarismo rusticano
Occorre riprendere con urgenza il cammino delle riforme – costituzionali e istituzionali – e per questo occorrono soluzioni politiche adeguate allo scopo, che permettano di centrare l’obiettivo reale. In tutta Europa stanno nascendo formule politiche nuove, per creare assetti di governo capaci di rispondere alla forte domanda di riforme: dal diffondersi delle grandi coalizioni, che da eccezione sta diventando regola (dalla Germania ad Austria, Lussemburgo, Olanda), alle nuove strategie di Sarkozy per allargare il consenso. In Italia, invece, si gioca con l’antipolitica, quando il problema sarebbe realizzare soluzioni analoghe superando il bipolarismo “rusticano” che ha caratterizzato la Seconda Repubblica. Occorrerebbe una buona politica che sapesse, indirizzarsi verso un bipolarismo mite, non ricattato dalle ali estreme, per costruire un terreno comune dove sviluppare soluzioni condivise.
* vicepresidente della Fondazione per la Sussidiarietà
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