Ballando sulla bomba

Di Arrigoni Gianluca
27 Settembre 2007
La musica delle trattative infinite con Teheran non incanta più e Parigi strizza l'occhio ai falchi di Washington. «Ma è presto per parlare di svolta». Parla l'analista Bruno Tartais

Parigi
Lo scorso 16 settembre il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ospite di una trasmissione radiotelevisiva, rispondendo ad una domanda sull’Iran che si sospetta stia elaborando un programma nucleare militare ha detto che «bisogna prepararsi al peggio. e il peggio è la guerra». Aggiungendo subito dopo che, per evitare il peggio, i dirigenti iraniani devono capire che «non accetteremo che questa bomba venga costruita», e quindi che sarebbe opportuno, durante le negoziazioni, «sospendere l’arricchimento dell’uranio». Per «mostrare che facciamo sul serio», ha proseguito Kouchner, sono necessarie «delle sanzioni più efficaci», concordate dai membri dell’Unione Europea eventualmente anche fuori dal quadro Onu.
Nei giorni successivi, rispondendo alle polemiche internazionali suscitate dalle sue dichiarazioni “guerriere” e dalla reticenza sul rafforzamento delle sanzioni espressa più o meno esplicitamente in alcune capitali europee tra le quali Roma, il ministro degli Esteri francese ha reagito: «Non voglio passare per un guerrafondaio! Il mio era un messaggio di pace, di serietà e di determinazione. (.) Per evitare la guerra servono le sanzioni e quelle efficaci sono quelle degli americani: economiche, sui grandi capitali, le banche». Cercando di mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità Kouchner ha poi contrattaccato, dicendo che «non ci si deve nascondere dietro alle parole», e facendo notare che è stato Nicolas Sarkozy, lo scorso 27 agosto, in un discorso dedicato alla politica internazionale, ad affermare senza ambiguità «che bisogna uscire da questa terribile alternativa: la bomba iraniana o il bombardamento dell’Iran». Sarkozy, dice Kouchner, «non ha pronunciato la parola “guerra” ma è la stessa cosa» e «se la parola è tabù è perchè siamo ipocriti». Kouchner non ha torto, perché è vero che la guerra rischia di essere inevitabile se gli iraniani non accetteranno di rinunciare allo sviluppo del loro programma nucleare militare. Il ministro degli Esteri francese non ha torto nemmeno quando sottolinea quel passaggio del discorso di Sarkozy sull’Iran, che non aveva creato polemiche nonostante potesse essere considerato come un avvertimento ai dirigenti iraniani, convinti forse che nessuno avrà il coraggio di fermarli. E certo un Sarkozy per il quale «un Iran dotato dell’arma nucleare è inaccettabile» è ben lontano dallo Chirac che sembrava considerare tutto sommato accettabile l’arma nucleare nelle mani degli ayatollah.
La netta presa di posizione francese sulla crisi iraniana, e anche l’evidente desiderio manifestato in più occasioni da Nicolas Sarkozy per un dialogo più disteso con l’amministrazione americana, sono da considerare come una “rottura” dell’azione diplomatica di Jacques Chirac? Bruno Tertrais, specialista delle questioni di sicurezza internazionale, “maître de recherche” alla Fondation pour la recherche stratégique (www.frstrategie.org) e ricercatore associato al Centre d’études et de recherches internationales (Ceri), suggerisce prudenza: «Non credo – confida a Tempi – si possa davvero parlare di una “rottura” completa con l’azione diplomatica di Chirac. Bisogna ricordarsi che all’inizio del suo primo mandato, nel 1995, tutti parlavano, come ora per Sarkozy, di un cambiamento di tono e di sostanza e di una politica molto più vicina agli Stati Uniti di quanto non lo fosse stata quella di François Mitterrand. Quindi bisogna fare attenzione alle comparazioni. Il riavvicinamento della Francia alla Nato sarebbe senza dubbio un’evoluzione molto importante, ma ricordo che Chirac aveva preso la stessa direzione, nel 1996. Allora però il riavvicinamento non si concretizzò. Questo per dire che l’inizio di mandato di Nicolas Sarkozy mi fa un po’ pensare all’inizio del mandato di Jacques Chirac e che è saggio rimanere prudenti nell’analisi».
Ed effettivamente un settimanale come L’Express, solitamente equilibrato nelle sue valutazioni, in un articolo del febbraio del 1996, dal titolo “Chirac l’atlantique”, scriveva che «il suo (di Chirac, ndr) viaggio a Washington può essere considerato come una svolta nelle relazioni franco-americane e nel rapporto tra Parigi e la Nato. (.) Oramai si gira la pagina». Quella cioè delle tormentate relazioni franco-americane. Poi si sa com’è finita. «Detto questo – prosegue Bruno Tertrais – oggi ci sono delle differenze non con la politica diplomatica francese in generale ma con quella radicalizzazione che si è sviluppata dal 2002, in occasione della crisi irachena, su impulso di Chirac e de Villepin. Con Sarkozy la differenza è nello stile, che è importante nelle relazioni internazionali perché in fondo si tratta di relazioni tra persone. Il tono è più disteso, con uno stile più “americano”, si può dire. C’è anche un cambiamento nella forma, con una volontà deliberata di riavvicinarsi agli Stati Uniti. Più che di un riallineamento si tratta a mio avviso di una maggiore convergenza nell’analisi della situazione internazionale. Innanzitutto sull’approccio generale della diplomazia, per esempio con un minore interesse per la stabilità in quanto tale e un interesse maggiore per la democrazia». Nel già citato discorso di Sarkozy sulla politica internazionale può essere sottolineata, tra le altre, una importante convergenza là dove il presidente della Repubblica francese parla della necessità di «prevenire uno scontro tra l’islam e l’Occidente, voluto dai gruppi estremisti come quello di al Qaeda, che sognano d’instaurare dall’Indonesia alla Nigeria un califfato che respinga ogni apertura, ogni modernità, ogni idea di diversità».

La minaccia islamista

Di fronte alla seria minaccia globale dell’islamismo, che Sarkozy ha indicato come la prima sfida in assoluto, appare quasi evidente l’interesse di un’intesa più cordiale con gli Stati Uniti. Non tutti però, anche in Europa, sembrano avere la consapevolezza del pericolo islamista, che sia quello sunnita di al Qaeda o quello sciita di cui l’Iran si vuole la bandiera. Per Tertrais la chiara presa di posizione prima di Sarkozy e poi di Kouchner, «abbastanza brutale», non è che un legittimo tentativo «per mettere in guardia non solo gli iraniani ma anche i partner europei della Francia, nonché la Russia e la Cina dalle quali all’Onu dipende la possibilità di rafforzare le sanzioni contro l’Iran, perché capiscano la gravità della crisi. Sarkozy e Kouchner hanno probabilmente voluto drammatizzare la posta in gioco dicendo una cosa che per me è un’evidenza: se attraverso la diplomazia non si riesce a trovare una via d’uscita c’è il rischio effettivo che ci si ritrovi in una situazione nella quale gli Stati Uniti dovranno prendere l’iniziativa di un’azione militare». Si potrebbe obbiettare che l’Iran ha il diritto di sviluppare la tecnologia nucleare, che questo non vuol dire necessariamente che sta sviluppando un programma nucleare militare e che, anche fosse il caso, gli iraniani ci metteranno almeno dieci anni prima di poter disporre di un’arma nucleare operativa. Che il pericolo insomma non sarebbe poi così imminente e Sarkozy e Kouchner dovrebbero quindi darsi una calmata. Del resto, a confortare questo punto di vista, nell’aprile del 2006, in uno studio del Centro affari internazionali dal titolo Il contenzioso sul programma nucleare iraniano, pubblicato dal Senato italiano, si può leggere, in sintesi, che nella peggiore delle ipotesi ci vorranno comunque dai cinque ai dieci anni perché si possa concretizzare un progetto iraniano per ottenere la bomba nucleare, sempre che esista. Tertrais però la pensa diversamente: «Nel marzo dell’anno scorso ho pubblicato, per la Fondazione, una nota, Iran, la bomba per la fine del 2008, dove spiego nel dettaglio come l’Iran potrebbe avere già entro la fine dell’anno prossimo la quantità necessaria di materiale per preparare una bomba nucleare. Per sintetizzare, è facile dimostrare, tecnicamente, che con una cascata di tremila centrifughe, a Natanz (nell’Iran centrale, ndr), funzionanti in permanenza, l’Iran ci metterà meno di un anno per ottenere 20 chilogrammi di uranio arricchito. Questo non vuol dire che è quello che stanno facendo gli iraniani ma solo che è tecnicamente possibile, ed è una valutazione che nessuno può contestare. Sulle intenzioni dei dirigenti iraniani, basta leggere i rapporti che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) pubblica sul nucleare iraniano per togliere ogni dubbio. Non c’è la “smoking gun”, la “pistola fumante”, ma gli indizi sono numerosi e convergenti», e giustificano le preoccupazioni e la presa di posizione francese.

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