Del cuore curvo su sé

Di Tempi
27 Settembre 2007
L'arcivescovo di Colonia e «l'arte degenerata». Senza il senso del mistero ogni pietra è muta

Colpevole di avere utilizzato l’espressione “arte degenerata” in un suo intervento, il cardinale di Colonia Joachim Meisner è stato fatto oggetto di una curiosa polemica: secondo i suoi accusatori avrebbe usato un’espressione tipica del linguaggio nazista. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha successivamente ospitato l’articolo che sotto riproduciamo tradotto. Il testo non si limita a fornire precisazioni, ma ricentra il dibattito sugli autentici contenuti del suo discorso, tenuto in occasione dell’inaugurazione del museo diocesano di arte sacra Kolumba.

Al centro delle nostre città, dei nostri centri culturali, ci sono le chiese. Al centro del nostro abitare, del nostro lavorare, della nostra vita, cioè al centro della cultura, esse sono la testimonianza della venuta di Dio in mezzo a noi. E certo, come cristiani, potremmo dire con buone motivazioni: le chiese rappresentano comunque un secondo livello, e Dio non ne ha bisogno. Ma ne abbiamo bisogno noi uomini per accogliere e dare testimonianza, soprattutto, di chi rappresenta il nostro centro. Poiché Dio stesso è divenuto uomo in Cristo e come tramite è penetrato nel centro del nostro mondo e delle nostre culture – non tanto con fulgore e gloria, piuttosto attraversando le più oscure profondità degli abissi umani: «Umiliò se stesso», dice l’apostolo Paolo – Dio è uscito da sé per amore all’uomo, alla sua immagine, che pure gli assomigliava così poco.
Il cristianesimo ha grande considerazione dell’uomo, perché gli attribuisce dignità. Un cristiano dice con fiducia: Dio è sempre qui, in mezzo a noi. È questo il motivo per cui può maneggiare spassionatamente le cose del mondo, anche i dipinti, le sculture, la cultura in quanto arte. Per questo è possibile che il cristianesimo s’inculturi ovunque, lì dove vi sono uomini che convivono. Le società e tutte le culture che bandiscono Dio dal loro centro e collocano al suo posto l’uomo quale misura del bene e del male, del vero e del falso, di ciò che è compiuto e ciò che non lo è, vanno in ultima istanza contro se stesse e si smascherano per quello che sono: disumane. Abbiamo sperimentato questo con entrambe le dittature dell’ultimo secolo. È indifferente quale sia la direzione politica intrapresa da simili regimi, società e culture disumane: ne basta una per contraddistinguere bene tutte le altre. Non appena esse sopprimono Dio e pongono l’uomo al loro centro, l’uomo stesso e la sua dignità vengono insidiati e per la vita umana ne deriva minor valore.
Sant’Agostino ha formulato il concetto di “cor incurvatum in se”, di «cuore dell’uomo curvato in sé». L’immagine è impressionante: un uomo che definisce se stesso come centro, per poter osservare questo centro, deve contorcersi. Colui che guarda un altro, qualcuno che è al di sopra di sé, può camminare retto. È questa la grandezza e insieme la tentazione dell’uomo: il fatto che egli possa riconoscere il fine e la via anzitutto grazie all’orientamento verso un punto che è oltre il proprio, limitato orizzonte, al di là della sua misura umanamente finita.
È questo il contesto nel quale ho usato la parola “degenerata” (“entartet”, un termine carico di significato ideologico), all’interno della mia predica in occasione dell’apertura del Museo diocesano Kolumba. Ho spiegato anzitutto che «attraverso la dignità umana di Dio ogni uomo è toccato e permeato dallo splendore di Dio». Per questo motivo c’è una grande «perversione» nell’uomo «allorquando egli dimentica questa identificazione con Dio, divenendo in questo modo un senza-Dio o addirittura un anti-Dio, come abbiamo dovuto sperimentare nella maniera più spietata nella storia europea del XX secolo». Ho citato poi papa Benedetto XVI, il quale, nella sua visita al campo di concentramento di Birkenau, ha interpellato il disprezzo dell’uomo dei nazionalsocialisti lì manifestatosi.

Ritualismo sclerotizzato
Il concetto di degenerazione, di cui ha abusato l’ideologia nazista, l’ho usato in questo contesto contro quella e contro tutte le forme di cultura totalitaria, per connotarle e smascherarle con il loro proprio vocabolario: culto e cultura – nel senso di venerazione di Dio e di società – si guastano quando Dio non è più posto al centro. Ripeto: mi rincresce che questo vocabolo, nella forma abbreviata della citazione astratta dal contesto, abbia dato adito a fraintendimenti. Per la mia posizione e per il messaggio, il termine può essere sostituito senza che venga meno la sostanza: lì dove la cultura – intesa come civilizzazione – viene staccata dal culto – inteso come venerazione di Dio – il culto si sclerotizza in ritualismo e la cultura ne viene danneggiata pesantemente: essa perde il proprio centro.
Con riferimento al museo Kolumba, ho detto nella mia predica: «Proprio in questa piazza del centro di Colonia, all’ombra del duomo, lì dove per secoli è esistita una delle più significative e grandi chiese parrocchiali della città, ora, dopo quasi 65 anni dalla sua distruzione, abbiamo costruito il museo diocesano. (.) Per questo motivo è bene che non sia nella periferia della nostra città, ma piuttosto al centro, all’ombra del duomo e della chiesa dei Minoriti, sul terreno dove un tempo c’era la venerabile chiesa parrocchiale di Santa Colomba». Il museo, che mi sta molto a cuore ed il cui completamento ho atteso con impazienza, è pietra divenuta testimonianza del dialogo tra l’arte e la Chiesa, al centro della nostra società, della nostra cultura. Ciò che sta a fondamento del Kolumba è proprio la ricerca della discussione e dello scambio tra fede e società secolarizzata nell’ambito dell’arte, al centro della città, come una voce che già nella lingua con la quale si esprime sia chiaramente da intendere come cristiana.
*cardinale, arcivescovo di Colonia

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