In Arabia Saudita, le Ong sono soltanto associazioni caritative
La creazione di associazioni civili può sembrare un’azione scontata nella maggior parte del mondo. Non è così in Arabia Saudita. L’11 settembre scorso, alcuni intellettuali sauditi hanno sollecitato la risposta del ministero degli Affari sociali alla richiesta, da loro inoltrata nel gennaio 2003, di autorizzare la costituzione di una Ong saudita per i diritti umani, mai arrivata. «Possiamo autorizzare solo le associazioni caritative», la recente spiegazione del ministro Akkas. Cosa chiedono questi “agitatori”? Di dare sostanza alle promesse di riforma, fatte dal re Abdullah, attraverso «un chiaro riconoscimento della libertà d’azione della società civile, lontano dal controllo governativo, per permettere a tutte le associazioni di svolgere il loro ruolo a livello sociale, sindacale e giuridico, e garantire la partecipazione dei cittadini all’affermazione della trasparenza, la difesa dei loro diritti e quelli umani in generale». Obiettivi che non sembrano rallegrare la famiglia reale. Alcuni articoli dello statuto allegato alla richiesta devono aver turbato il sonno di qualche emiro. «L’associazione intende favorire la cultura della tolleranza, predicata nell’islam, compresa quella religiosa, considerandola una condizione fondamentale per la difesa dei diritti umani»; «garantire l’applicazione dei trattati internazionali sottoscritti dal Regno, quali l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro la donna, il trattato sul lavoro, sui diritti del bambino, e sulla lotta contro la tortura». Forse ciò spiega perché due dei firmatari della richiesta, il dottor Abdul-Rahman al-Shumayri e l’avvocato Issam Basrawi, giacciono in un carcere di Gedda da oltre sette mesi senza alcuna accusa specifica.
camilleid@iol.it
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