Nostre corrispondenze

Di Tempi
27 Settembre 2007

I vescovi Usa promuovono la causa dei profughi iracheni
New York Secondo i vescovi statunitensi gli Usa, trovandosi a capo delle forze di coalizione in Iraq, dovrebbero anche guidare la risposta umanitaria al dramma dei rifugiati. Il 10 settembre scorso la Conferenza episcopale statunitense ha reso noto un rapporto di 31 pagine in cui esorta il governo ad aumentare l’assistenza offerta ai rifugiati iracheni e ai paesi nei quali si stanno riversando. Nicholas Di Marzio, vescovo di Brooklyn-New York e consulente del Comitato episcopale sulle migrazioni, ha informato sui risultati del rapporto dopo aver guidato una delegazione che ha trascorso, a luglio, quasi due settimane in Medio Oriente per monitorare le condizioni dei rifugiati iracheni. «La situazione dei rifugiati iracheni diventa ogni giorno più grave», ha detto. «Ciò che non è cambiato è che la risposta internazionale a questa crisi, e soprattutto quella degli Stati Uniti, rimane deprecabilmente inadeguata». Benché gli Usa si siano impegnati a reinserire 7 mila rifugiati iracheni quest’anno, finora ne sono stati accolti solo 700.

Americani e iraniani si marcano attraverso gli stretti di Hormuz
Golfo Persico Americani e iraniani hanno installato due stazioni per radiointercettazioni l’una di fronte all’altra all’ingresso dello Shatt Al Arab nell’estremità settentrionale del Golfo Persico, l’una nei pressi di Bassora e l’altra sulla sponda iraniana di fronte. Entrambe sono dotate di radar e sensori per individuare qualunque imbarcazione e intercettare comunicazioni. In agosto l’allora comandante dei Guardiani della rivoluzione Yahya Rahim Safavi aveva dichiarato che le sue forze erano in grado di colpire in qualunque zona del Golfo grazie ai loro sistemi missilistici. Safavi aveva vantato anche la disponibilità di mille corvette per il pattugliamento delle acque.

Protestanti perseguitati a morte in Eritrea
Massaua A causa di torture, maltrattamenti e cure mediche negate negli ultimi 11 mesi sono deceduti quattro cristiani protestanti detenuti in Eritrea per la loro appartenenza a Chiese cristiane messe fuori legge dalle autorità nel 2002. Lo afferma il sito internet Compass. L’ultimo caso risale al 5 settembre e riguarda Nigisti Haile, una 33enne detenuta da 18 mesi dopo essere stata arrestata a Keren insieme ad altre nove donne nubili. La Haile sarebbe stata più volte torturata per essersi rifiutata di firmare una lettera di rinuncia alla sua adesione alla Rhema Church. Le prigioniere si troverebbero detenute presso il Centro di addestramento militare di Wi’a, 20 miglia a sud del porto di Massaua sul Mar Rosso.

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