Aharon Appelfeld
Mevasseret Zion (Gerusalemme)
Un uomo che rovescia la prospettiva. Inspiegabile rispetto alla sua generazione e a quelle succedutesi. Aharon Appelfeld, nato nel 1932 a Czernowitz, in Bukovina, da una famiglia benestante e colta, vide uccidere la madre per mano dei tedeschi all’età di 7 anni. Visse la Shoah, fu imprigionato e riuscì a scappare dai campi di concentramento dove «non ho visto Dio ma ho visto i giusti», salvato dall’incontro con ladri, assassini e benevoli animali che lo aiutarono nel suo vagabondaggio tra le terre di una Germania devastata. Giunse a Tel Aviv, a 16 anni, sfinito ma pronto a ricominciare. Appelfeld è uno scrittore, tra i più grandi e letti al mondo, tradotto in più di trenta lingue. «Mi occupo di persone. La grande parte dei miei personaggi sono persone che hanno ancora un qualche legame con il divino e talvolta non ne sono consapevoli». La perdita di tale consapevolezza è la grande tragedia, secondo Appelfeld. «Presso gli ebrei si è creata una situazione tragica: il popolo ebraico ha smesso di credere cento anni fa. Si è separato dalle fonti della fede». Appelfeld e il suo mondo sono un imprevisto capovolgimento culturale rispetto allo scetticismo e vuoto che dominano l’orizzonte delle speranze, anche quelle solo letterariamente narrate dagli scrittori. Soldato ai tempi di Rabin e Dayan, Appelfeld testimonia che una bellezza c’è, che il reale non è solo il male che ci raggiunge, ma il Mistero di Dio e della storia che si affida al nostro cuore. Il Centro Culturale di Milano lo ha invitato a parlare proprio mentre Ugo Guanda editore dà avvio all’importante traduzione ed edizione di molte sue opere. Discutiamo con lui con l’aiuto di Jonathan Sierra, figlio del grande rabbino della Torino degli anni Settanta.
Dei suoi libri colpisce la forza dei fatti, del dato, delle parole scolpite nei dialoghi e nell’esperienza del cuore.
Dio risiede nei particolari delle cose e non nella generalità perché tutto non ci è dato percepirlo. Ma abbiamo forse la possibilità di capire i dettagli. è difficile arrivare alla comprensione dell’insieme, del generale, ma forse è possibile comprendere dei dettagli.
Uno dei temi centrali della sua opera è la memoria. Non però intesa come un devoto ricordo del passato, e quindi finito. Ma una memoria che incide sul presente.
Certo. La memoria non è una cosa finita, chiusa, ma è dinamica e cangiante. La persona ricorda in modo diverso all’età di dieci anni rispetto a come ricorda all’età di cinquanta. Si approfondisce e sviluppa un giudizio.
Nella figura del bambino, spesso presente nei suoi racconti, si rintraccia il suo volto personale, di quel tempo bello e tragico dove ha sentito tutto il mondo. La coscienza dell’adulto è cresciuta, ma la consapevolezza del bambino è trattenuta e restituisce al lettore la verità, forse in un modo più assoluto e semplice.
Il bambino tocca il lato arcaico, mitologico, della vita. Tocca i punti, le cose che l’uomo maturo già non vede più e quindi, nonostante il bambino abbia dei limiti perché non conosce la storia e non ha nozioni, riesce ugualmente a toccare e a vedere determinati aspetti della vita. In un certo senso, i bambini sono delle creature religiose, facoltà che invece l’uomo perde nel suo maturare.
Spesso si diventa scettici diventando adulti. In lei, invece, ci pare di rintracciare ancora vivo un volto di bambino, teso a conoscere, ansioso di capire.
Non si può essere artisti senza l’ingenuità del bambino. La gran parte degli scrittori, oggi, va nella direzione di dimensioni politiche, sociologiche, psicologiche. Si dice nella mischnà (trascrizione per iscritto della legge orale nella cultura ebraica, ndr) che tra un uovo e ciò che gli somiglia è meglio un uovo. Vale a dire: se l’arte è psicologia, sociologia, politica è meglio leggere la realtà che non la letteratura che parla di queste cose. Meglio l’originale, meglio andare il più possibile verso la cosa vera e non verso il suo riflesso. Dall’arte vogliamo la profondità, e questa profondità è la profondità mitologica primaria, il resto è accessorio, conseguente. In questo approccio risiede il modo di porsi della religiosità. Giacobbe, in un momento di disagio e difficoltà, sogna una scala che connette la terra con il cielo ed esclama: «Che cosa terribile, imponente è questo luogo». Non per paura, ma per un senso di pienezza e stupore di fronte a una grandezza: «Come è stupefacente questo luogo». Questo è l’approccio, il modo di vedere dell’uomo religioso originario, di stupore di fronte alla grandezza.
Non solo le “visioni” che hanno i suoi personaggi manifestano questa apertura, ma anche i dialoghi, le parole degli uomini inconsapevoli.
Gran parte dei miei personaggi non appartengono a una religione istituzionalizzata. Questo fondamento religioso e divino si trova nei bambini che non sono consapevoli di queste loro facoltà. Cerco di spiegarmi: vengo da un mondo, dal mondo più nero che potrebbe esserci, e ringrazio per il fatto di non essere diventato un uomo cinico, perché andare in quella direzione è un pericolo che ha accompagnato tutti quelli che hanno avuto il mio percorso. Molti hanno cominciato a pensare che non c’è senso alla vita. A tale approdo sono giunte anche persone che non sono completamente ciniche, ma che hanno sviluppato questo atteggiamento. Io ringrazio Iddio per non avermi spinto in quella direzione!
Lei è un docente universitario, insegna letteratura all’Università Ben Gurion di Gerusalemme. Come si educa nel suo paese?
Non sono un sostenitore di un’educazione “indirizzata” a priori. Non si può chiedere ai propri discepoli di andare in una direzione semplicemente perché noi la riteniamo giusta. Preferisco delle persone che siano dei punti di riferimento. Abbiamo già troppi profeti: il comunismo, l’anarchia, certo giornalismo che si sente autorizzato a predicare verità valide per tutto il mondo. La profezia non è più ricchezza, pienezza, umiltà. Con i miei scritti cerco di descrivere qualcosa che deriva dal mio mondo interno. Un mondo legato a quel che io ho visto quando ero bambino, ai miei legami con i nostri libri più antichi, dalla Bibbia fino alla mistica ebraica. Io cerco di legarmi con questi libri perché trovo che questa letteratura può darci un mondo che ora è scomparso. Ricordo che chiedevo a mia madre o a mio padre: «Chi è Dio?». La risposta che ricevevo era: «Natura. Dio è natura». Ma io, pensando a mio nonno – un uomo che apparteneva a una generazione che pregava, che espletava precetti in modo più evidente – li incalzavo: «Ma allora il nonno prega la natura?». E i miei: «Lui ci è abituato». Così come uno è abituato a bere un bicchierino dopo pranzo loro si riferivano al pregare del nonno come a una forma di routine, di abitudine, di mancante di significato.
Lei allora, insoddisfatto, ha cercato dei maestri, nel passato, con le letture di Mosè Haim Luzzatto della Padova del XVII secolo, e nel presente come Martin Buber con il quale ha studiato a 25 anni a Gerusalemme.
Aggiungo il primo Rabbino capo dello Stato d’Israele, Rav Kook. Dopo la sua morte nel 1935 non ci sono state più figure che abbiano avuto un’autorevolezza a lui pari. O meglio, quelle che ci sono non si trovano all’intermo dell’establishment religioso. Talvolta ho la sensazione che per avvicinarsi alla dimensione religiosa oggi non sia possibile altra via che l’arte.
Ci parli della sua fede.
Il popolo ebraico era un popolo che credeva in Dio, un popolo che aveva un legame profondo con il divino in tanti e diversi modi: tramite il filtro della sociologia, della filosofia, della mistica. Per molte generazioni è stato un popolo disposto a morire per la propria fede. Verso la fine del XIX secolo, improvvisamente, tutto questo ha perso di significato. è una tragedia. Separato dalle fonti della fede, ha creato molti sostituti e ha creduto più di altri, proprio per questo, nel comunismo.
E, invece, per lei?
Ricordo che da piccolo in casa mia lavoravano due cameriere ucraine, molto pie. Ricordo la grande impressione che mi fece una di esse cui era caduta per terra una sua icona. Subitò si inginocchiò e iniziò a pregare. Credo sia stata la prima espressione concreta religiosa che ho incontrato. Mi portavano a passeggio e spesso entravamo in qualche chiesa. Io ammiravo questi grandi spazi vuoti e decorati, ero impressionato dal sangue che fuoriusciva dalla figura di Gesù. Non ho mai dimenticato. è un grande paradosso per un ebreo come me aver scoperto la dimensione religiosa attraverso il cristianesimo.
*direttore del Centro culturale di Milano
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