Testamento biologico diessino
Un’équipe di fisici nucleari italiani ha scoperto l’esistenza di una nuova particella sub-atomica. In confronto alle altre, spiegano, è molto più piccola e rispetto al suo modello di riferimento è contraddittoria: dura più di quanto dovrebbe durare e non riesce a trasformarsi in quel che vorrebbe. Per ragioni a noi sconosciute, gli scienziati hanno deciso di chiamarla Ds. Jena, Manifesto, 29 aprile 2003.
Nemmeno l’idea l’hanno partorita in casa. Il primo a parlarne fu quel matto istrione di Marco Pannella. è il 15 settembre 1992, intervistato da Pierluigi Battista sulla possibilità che i socialisti di Craxi aderiscano alla sua proposta di costituire un partito democratico, il leader radicale afferma: «Sono vent’anni che si mena il can per l’aia». Undici anni dopo è ancora extra moenia che trova ospitalità l’embrione del Pd. È giovedì 10 aprile 2003, circa 4 anni e sei mesi prima delle primarie del 14 ottobre 2007 e Michele Salvati redige sul Foglio un “Appello per il partito democratico. I riformisti con i riformisti, il coraggio di dividersi”.
Il Pd è una gravidanza extrauterina per i Ds: osteggiata prima, subìta poi. Mai il coraggio d’abortirla, mai la forza di governarla se non per qualche amniocentesi sporadica, qualche controllo di routine, qualche perdita da ultimo mese. Non volevano morire democristiani: è finita che si sono fatti suicidare dagli ex dc in assenza di killer più garbati. E si sono visti persino costretti a indicare come segretario del partito uno come Walter Veltroni, il comunista abbronzato in novembre. Alternative non ne hanno a meno di volersi legare alla cattolica di base Rosy Bindi, o al popolare filovittadiniano Enrico Letta o al blogger adiposo Mario Adinolfi, uno utile appena per l’attacchinaggio la notte prima del voto. Eppure non tanto per mancanza d’iniziative, quanto di coraggio, i Ds vanno all’autocertificazione dell’avvenuto decesso con qualche rimpianto, tante lacrime, Over the rainbow in sottofondo e la consapevolezza che non v’è più nulla da fare.
«Veltroni è il Berlusconi di cui non ti devi vergognare». Vincino, Il Foglio, 28 giugno 2007.
La parola coraggio era quella che tornava con più frequenza nel noto articolo di Salvati. Erano i giorni del Cofferati über alles, dei girotondi e dei Moretti. Salvati aveva già visto tutto in nuce: la Margherita, che ha nel suo dna di essere «un partito transitorio», deve sciogliersi, i Ds – «che sono l’epicentro della crisi» – devono lasciar andare per la loro strada i massimalisti e dare vita a un partito che sia luccicantemente riformista. Ogni novità vuole i suoi olocausti e non esiste epifania politica senza che scorra sangue. Scriveva Salvati che il Pd avrebbe visto la luce a patto che D’Alema e Marini fossero saliti sull’ara sacrificale, ormai nobili detriti di una storia condannata dal volgere del nuovo millennio. «Il ruolo che hanno avuto nel recente passato rende difficile immaginarli come protagonisti della scommessa che stiamo proponendo», scriveva il professore.
«Non si può sempre lisciare il pelo a tutti. E ora che facciamo con il Pd, visto che non può mettere il bastone fra le ruote al governo, ci mettiamo a parlare per i prossimi mesi solo di don Milani e di Martin Luther King? I Ds come ci entrano in questo nuovo partito, al buio? Con quali contenuti?». Bersani a D’Alema, La Stampa, 24 giugno 2007.
è andata a finire che il professore ci ha visto giusto solo a metà, e la metà marcia è tutta Ds. Marini (prima ostile, da buon cattolico popolare, a morire comunista) è divenuto il Mangiafuoco burattinaio del Pd. D’Alema (tuttora ostile, da buon comunista popolare, ad accettare di non avere l’egemonia in casa propria) è divenuto il Lucignolo sacrificale, grottescamente costretto a fingere la propria adesione politica a qualcosa di apolitico come il Pd.
La fondazione ItalianiEuropei ha annunciato che ospiterà le primarie del Pd su Second Life.
Eppure di tempo ne hanno avuto, le forze e i voti c’erano. Ma è loro mancata una certa fantasia impavida e, in un certo senso, una buona dose di cattiveria agonistica. Non potendo essere grandi nel male soffocando nella culla il Pd, hanno finito col scegliere di essere grandi nel bene, divenendone – autolesionisticamente – le badanti sottopagate. Fassino è la sagoma dello sbilenco masochismo ds. Ostile al Pd, si è immolato per farlo nascere a tal punto da esserne ripudiato qualche ora prima dell’epifania.
«Gli disse: “Minucci, grande acquisto! Quel Fassino che mi hai mandato è bravissimo, sarà molto utile al partito…”. Allora si diceva così. Si diceva: “Sarà utile al partito”; non si diceva: “Farà strada”». Ritratto apparso sull’Unità il giorno dell’elezione di Fassino a segretario Ds.
Hanno lasciato agli avversari tutte le prime mosse. A Prodi hanno concesso che il Pd fosse il clone dell’Ulivo: una grande coalizione dal perimetro vaporoso, con una oligarchia tecnocratica al timone, una consistente fetta di retorica amarognola fatta di primarie e gazebo, una spruzzata di massoneria cattolica che piace alla gente che ama la pace. Ai popolari han lasciato tutto, persino la poltrona del vicesegretario (Franceschini) quando già avevano perso quella del segretario (Veltroni, il «mai stato comunista»). E così son fuori da tutti i giochi come ha confidenzialmente fatto notare ad alcuni collaboratori Mangiafuoco Marini: «La Margherita ha fallito, ma ha almeno un suo uomo in ogni partita che conta». I Ds, invece, manco un Enzo Bianchi per chiacchierar. Hanno lasciato spazio a Rutelli, uno che era partito col bollo del «bello guaglione» di Prodi e che poi, a furia di sgomitate e manifesti coraggiosi, è rientrato nella casa del Pd dal lucernaio.
«Sono sempre stato piuttosto anticomunista». Francesco Rutelli, 1 marzo 2004.
Carlo De Benedetti. Tutto è cambiato quando il 2 dicembre 2005, un mese e mezzo dopo le primarie, l’editore di Repubblica sceglie il Corriere della Sera per liquidare «l’amministratore straordinario» Prodi e lanciare Veltroni e Rutelli. Prodi ha riconosciuto l’ortica al tasto, ma ha cavato dalle ore contingenti le scuse per rimandare. Ha usato l’antiberlusconismo e i tentennamenti Ds per tornare al governo e, giuntovi, è riuscito nel capolavoro di rimanervi con uno 0,6 per mille di scarto. Ha bloccato la candidatura di D’Alema alla Camera prima e alla presidenza della Repubblica poi. E ora usa il muscolarismo verbale della Bindi non tanto contro Veltroni, quanto contro Franceschini. Anche qui: ex dc prodiani contro ex dc popolari. I Ds, i più forti, ancora fuori dalla mischia.
«Il discorso di Veltroni era centrato e centrista, così centrista che non c’era bisogno di usare la parola “centro”, evitata per un residuo pudore lessicale». Marco Follini, a commento del discorso di Veltroni al Lingotto di Torino.
D’Alema ha detto che i giornalisti sono «iene dattilografe». Definizione di una bellezza solare. Poi però non è mai stato all’altezza del proprio bilioso disprezzo. Avesse letto meno i giornali, avrebbe agito meglio. Ogni tanto ha alzato la testa oltre il rifugio, ma più per vedere che non gli sparassero, piuttosto che per prendere la mira. Era l’Unità, l’organo del suo partito, a lisciare il pelo ai tempi dei girotondi a quelli che gli volevano fare la pelle. E lui zitto. Col Corriere, cioè con Paolo Mieli, non è mai riuscito a giocare né in attacco né in contropiede. Quello pubblicava l’organigramma del Pd e lui non c’era. Scriveva l’endorsement per Prodi, citava persino Fini e Casini, e lui non c’era. Usciva con le intercettazioni di Unipol e lui c’era sempre. Una volta Fassino s’è stancato: «Reagiremo colpo su colpo. C’è una campagna di stampa tenuta in piedi da due anni dal direttore del Corriere contro di noi». Poi ancora e sempre la testa sotto il pelo dell’acqua.
«Dove può unisce, dove non può Walter scavalca». Il Foglio, 23 giugno 2007.
I Ds una cosa giusta stava
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