Fare gli artisti con i soldi degli altri
Hanno dei nomi diversi, a volte suggestivi: Achab, Artimagiche, Poetiche Cinematografiche; a volte incomprensibili (Wunderkammer, Pequod). Alcune si rifanno a grandi film del passato (Solaris Cinematografica), altre, più prosaicamente, sembrano farmaci senza ricetta (Axelotil). C’è persino una Sistina Cinematografica che ha prodotto un film su Giovanni Paolo II mentre fa la cyclette in scarpe da ginnastica. Nomi diversi, un’unica certezza: un sacco di soldi. Tutti dallo Stato e dunque dalle tasche dei contribuenti.
Già, perché il favoloso mondo delle case di produzione in Italia è proprio questo: un mondo felice e dorato e libero, dove alcuni eletti mettono in piedi alcune piccole società (che spesso chiudono e poi riaprono con altro nome) e vivono dei soldi dello Stato che finanzia film di infimo livello senza preoccuparsi di un riscontro al botteghino. Insomma: un mondo in cui i debiti non si pagano e non si prova nemmeno a pagarli. È sempre stato così da più di dieci anni, da quando cioè nel 1994 il governo ha approvato il Dl n. 26 con cui, introducendo il concetto di film di “interesse culturale nazionale”, si prevede la possibilità per ogni film “culturale” di un finanziamento da parte dello Stato di una somma fino al 90 per cento del budget preventivato. In linea teorica si tratterebbe di un “prestito”, ma di fatto mancano gli strumenti per far rientrare questo denaro, dunque nella pratica sono tutti finanziamenti a fondo perduto. Ne hanno approfittato in tanti. Qualche esempio: Enzo Porcelli è un piccolo produttore che ha messo in piedi negli anni due piccole case: Achab e Alia film. Dal 1994 al 2005 ha prodotto (coi soldi dello Stato) 15 film, regalandoci opere come Santo Stefano di Angelo Pasquini, Donna del nord di Fulvio Wetzl, Vuoti a perdere di Massimo Costa, W la scimmia di Marco Colli, l’impagabile Branchie di Francesco Martinotti, Delinquente per tendenza di Antonio Tibaldi. Ha anche un film in lavorazione da due anni, il Porcelli, Piede di Dio di Luigi Sardiello; e uno appena sbarcato in concorso alla Festa del Cinema di Roma: L’uomo privato di Emidio Greco. Ma avevate mai visto o sentito parlare dei film di Porcelli? No, ovviamente: perché alcuni film come Delinquente per tendenza (2000) non sono mai usciti e perché la maggior parte dei film ha avuto, per usare un eufemismo, poca fortuna al botteghino. Morale della favola: Porcelli ha avuto dallo Stato più di 11 milioni di euro e ne ha restituiti poco più di 700 mila. Mica male.
Ma c’è chi ha fatto peggio. La Gam Film e la Tecnovisual di Gherardo Pagliei hanno ricevuto qualcosa come 20 milioni di euro circa per 15 film finanziati in 10 anni di attività, con un finanziamento medio a film di circa 1.300.000 euro. I soldi restituiti sono meno del 2 per cento. Un listino di bufale clamorose: Fondali notturni di Nino Russo (6.000 euro di incasso), Riconciliati di Rosalia Polizzi (7.611), Il guardiano di Egidio Eronico (3.551 euro), Azzurro di Denis Ramaglia (5.658), Hermano di Giovanni Robbiano (3.914). Una casa di produzione coi buchi, con un paio di film mai usciti, sebbene firmati da un regista di grido (Peter Greenaway, presente in Concorso all’ultima Mostra di Venezia). Pagliai ha anche un film che risulta in lavorazione dal 2003, che non pare proprio un capolavoro in grado di risollevare le sorti della casa: si chiama Oliviero Rising e il regista è il famoso Ricky Roseo. Lo scenario ha dell’incredibile: c’è un’azienda che va male, che chiede un sacco di soldi di finanziamenti pubblici, che non incassa un tubo, produce opere che nella maggior parte dei casi si rivelano un flop, non piacciono alla critica, né al pubblico, né agli esercenti che non ci pensano due volte a far sparire il film dalle sale dopo pochi giorni di programmazione. In un regime di libero mercato, quell’azienda andrebbe fallita e i creditori si farebbero sentire. Ma non nel favoloso mondo del cinema italiano, dove tutto è concesso (ai soliti noti) e i debiti sono un optional. A rimetterci sono i critici cinematografici, costretti a vedere colossali atrocità; il pubblico, in fuga dai cinema; gli esercenti, costretti a districarsi tra pellicole che farebbero collassare qualsiasi cinema; e i contribuenti tutti, costretti a pagare di tasca propria film orribili che non vedranno mai.
Ma non è finita qui: un’altra grande “casa parassita” è il terzetto costituito da Poetiche Cinematografica, Caviar e Sharada. Il titolare unico, Andrea De Liberato, ha chiesto e ottenuto dallo Stato quasi 15 milioni di euro, restituendo spiccioli (meno di 250 mila euro). Ma i registi della scuderia De Liberato non sono proprio da Hollywood: Claudio Caligari, Nicola Molino, Antonio Baiocco, Gianfranco Giagni, Carmine Fornari. Perfetti sconosciuti per perfetti disastri al botteghino. Anche in questo caso, un film mai uscito: Anni rapaci di Claudio Caligari (2.162.960 euro “prestati” dallo Stato).
Non tutti i nomi sono proprio sconosciuti: molti figli d’arte o ex attori o gli stessi registi appaiono come responsabili di alcune case di produzione. La Titania Produzioni, per esempio, ha due responsabili: Stefania Bifano e Ida Di Benedetto ex attrice e compagna di Giuliano Urbani, titolare del dicastero per i Beni Culturali (da cui dipendono i finanziamenti al cinema) sotto il governo Berlusconi. I finanziamenti per la Di Benedetto arrivano a pioggia proprio in quel periodo. Poco più di 7 milioni di euro tra il 2001 e il 2005 per quattro film tra cui L’educazione fisica delle fanciulle di John Irvin e Rosa Funzeca di Aurelio Grimaldi. La Titania, che ha presentato come evento fuori Concorso all’ultima Mostra di Venezia il soporifero Hotel Meina di Carlo Lizzani ha restituito finora meno del 6 per cento allo Stato.
Sapore di fiasco
Un altro ex attore che si è messo in affari con lo Stato è Massimo Ciavarro, protagonista di alcune commedie degli anni Ottanta e ora titolare della Dharma 3. Dal 2002 a oggi ha prodotto 4 film per circa 2 milioni e mezzo di euro: uno non è neanche uscito (Beats di Alfredo Coltelli). Gli altri sono il flop Agente matrimoniale di Cristian Bisceglia e il film della ex moglie di Ciavarro, l’attrice Eleonora Giorgi, Uomini & donne, amori & bugie, finanziato nel 2002 con poco più di 1 milione di euro, disprezzato dalla critica e snobbato dal pubblico (appena 47.464 euro di incasso). Attendiamo con ansia il nuovo film della Giorgi, L’ultima estate (400 mila euro di finanziamento), ancora in lavorazione.
Uno dei big del cinema finanziato è Rocco Cesareo, talentuoso regista dell’imprescindibile Il popolo degli uccelli e dell’epico Gli angeli di Borsellino. Cesareo si è prodotto i film da solo: ha aperto la Silva Film di cui è unico titolare e ha ottenuto dallo Stato complessivamente 3.870.294 euro per tre film restituendo meno di 120 mila euro. Il terzo film che il fiuto di Cesareo non poteva lasciarsi sfuggire è Mathilde di Nina Mimica Falomi, finanziato nel 2002 e mai uscito. Anche Giuseppe Ferrara, il noto regista de I banchieri di Dio, il film sul caso Calvi in cui il vero mandante dell’omicidio, Giovanni Paolo II, è inquadrato “per ragioni di rispetto” da dietro con le scarpe da ginnastica mentre fa la cyclette si è autoprodotto il film con la sua Sistina Cinematografica. E ne ha prodotto un altro, E ridendo l’uccise di Florestano Vancini. In totale 5 milioni e mezzo di euro circa per una redditività del 7 per cento.
Anche il regista Marco Risi, figlio di Dino, ha avuto la sua casa di produzione, la Sorpasso Film in collaborazione con Maurizio Tedesco. Otto milioni di euro per 5 film finanziati tra il ’97 e il 2004, anno della chiusura dell’attività. Incassi irrisori per tutti i film. Il migliore è stato L’odore della notte di Claudio Caligari (250 mila euro circa), il peggiore, Sole negli occhi di Andrea Porporati (poco più di 20 mila). Due i film mai usciti: Borgo vecchio di Beppe Cino, finanziato nel 2002 e Balletto di guerra di Mario Rellini (2004).
Poi ci sono i produ
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