Il ritorno alla disciplina non sarebbe così fischiato se solo la scuola fosse più severa anche con se stessa

Di Cominelli Giovanni
18 Ottobre 2007

Arriva l’autunno, gli studenti scendono in piazza. È così da qualche decennio, dal ’68 in avanti. Sociologi, pedagogisti, giornalisti e politici accorrono sui marciapiedi per decifrare gli slogan, individuare i trend e arruolare i manifestanti pro o contro il governo di turno. Ogni anno l’innesco della miccia è diverso. Quest’anno è il decreto di Fioroni sui debiti formativi, presentato come una tappa del ritorno alla severità e alla serietà. Gli studenti scesi per le strade sono contrari. Ma sotto il “no” si leggono in filigrana motivazioni diverse.
Alcuni portano in piazza la convinzione che lo studio è un diritto non accompagnato dal dovere. La scuola è vissuta come un ambito di socializzazione, di adolescenza lunga, di parcheggio, di rinvio delle responsabilità. Sono contrari a ogni verifica personale, a ogni certificazione effettiva. Hanno assorbito la mentalità adulta diffusa nel paese: tirare a campare e portare a casa un titolo di studio, dotato del pieno valore legale e del massimo disvalore reale. Tanto, alla fine, chi ha i soldi o è furbo se la cava sempre. Il fatto strano è che si credono di sinistra.
Altri invece portano in piazza, ancorché confusamente, la coscienza di essere l’ultima ruota del carro. La scuola rivendica un ritorno alla serietà e alla severità. Ma i ragazzi sperimentano quotidianamente che molti loro insegnanti (circa il 40 per cento secondo una ricerca Iard) sono impreparati. Perché la scuola non incomincia a essere seria e severa nell’offerta educativa? Una scuola severa con se stessa tutto l’anno dispone della legittimazione per chiedere serietà ai propri alunni, anche agli esami. Una scuola in cui l’insegnante bravo è premiato e quello incapace è penalizzato può chiedere molto ai propri ragazzi. Una scuola capace di accompagnare ciascun ragazzo personalmente può anche chiedergli di fermarsi un anno o di frequentare qualche corso supplementare. Una scuola in cui le discipline siano molte meno e in cui ci sia una gerarchia di importanza tra di esse può decidere quali siano i debiti insolvibili e quelli che si possono realisticamente recuperare. Una scuola capace di dire la verità a se stessa è accettata se dice la verità nuda e cruda ai ragazzi, mediante una certificazione rigorosa e senza sconti. Qui invece capiscono confusamente di essere solo i cirenei. Una scuola irreformata da decenni può chiedere una riforma della mentalità lassista e irresponsabile dei nostri figli?

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