Il ritorno alla disciplina non sarebbe così fischiato se solo la scuola fosse più severa anche con se stessa
Arriva l’autunno, gli studenti scendono in piazza. È così da qualche decennio, dal ’68 in avanti. Sociologi, pedagogisti, giornalisti e politici accorrono sui marciapiedi per decifrare gli slogan, individuare i trend e arruolare i manifestanti pro o contro il governo di turno. Ogni anno l’innesco della miccia è diverso. Quest’anno è il decreto di Fioroni sui debiti formativi, presentato come una tappa del ritorno alla severità e alla serietà. Gli studenti scesi per le strade sono contrari. Ma sotto il “no” si leggono in filigrana motivazioni diverse.
Alcuni portano in piazza la convinzione che lo studio è un diritto non accompagnato dal dovere. La scuola è vissuta come un ambito di socializzazione, di adolescenza lunga, di parcheggio, di rinvio delle responsabilità. Sono contrari a ogni verifica personale, a ogni certificazione effettiva. Hanno assorbito la mentalità adulta diffusa nel paese: tirare a campare e portare a casa un titolo di studio, dotato del pieno valore legale e del massimo disvalore reale. Tanto, alla fine, chi ha i soldi o è furbo se la cava sempre. Il fatto strano è che si credono di sinistra.
Altri invece portano in piazza, ancorché confusamente, la coscienza di essere l’ultima ruota del carro. La scuola rivendica un ritorno alla serietà e alla severità. Ma i ragazzi sperimentano quotidianamente che molti loro insegnanti (circa il 40 per cento secondo una ricerca Iard) sono impreparati. Perché la scuola non incomincia a essere seria e severa nell’offerta educativa? Una scuola severa con se stessa tutto l’anno dispone della legittimazione per chiedere serietà ai propri alunni, anche agli esami. Una scuola in cui l’insegnante bravo è premiato e quello incapace è penalizzato può chiedere molto ai propri ragazzi. Una scuola capace di accompagnare ciascun ragazzo personalmente può anche chiedergli di fermarsi un anno o di frequentare qualche corso supplementare. Una scuola in cui le discipline siano molte meno e in cui ci sia una gerarchia di importanza tra di esse può decidere quali siano i debiti insolvibili e quelli che si possono realisticamente recuperare. Una scuola capace di dire la verità a se stessa è accettata se dice la verità nuda e cruda ai ragazzi, mediante una certificazione rigorosa e senza sconti. Qui invece capiscono confusamente di essere solo i cirenei. Una scuola irreformata da decenni può chiedere una riforma della mentalità lassista e irresponsabile dei nostri figli?
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