Mi piace lavorare (anche a tempo determinato)

Di Nessi Paolo
18 Ottobre 2007
Quando l'alternativa non è l'assunzione ma la disoccupazione, il temuto co.co.pro è una manna dal cielo. Voci dal mondo reale

Li chiamano “schiavi moderni”. Ma siamo sicuri che anche loro si vedono così? A dire il vero, a sentirli raccontare la propria esperienza, si direbbe piuttosto che le definizioni coniate per loro dai detrattori della legge Biagi (servi, sfruttati, precari) gli vadano strette. Arturo Z., ad esempio: 28 anni, milanese, laureato in Lettere alla Cattolica. Nel 2006 e nel 2007 vince una borsa di studio di perfezionamento all’estero (13 mila euro all’anno). Fa la spola tra Milano, Padova e Amsterdam, insegnando storia della Chiesa. «Non lo so se mi rinnovano la borsa», dice a Tempi. Quindi? «Per ora sono appagato. Del resto l’insegnamento e la ricerca mi danno grandi soddisfazioni». Intanto Arturo percorre strade parallele: ha scritto un libro di storia sui gesuiti ed è in cerca di un editore che voglia pubblicarlo.
Ci spostiamo in Liguria, dove i conterranei di Arturo in genere si spostano per le ferie. E dove qualcun altro, invece, vive e lavora. Come Riccardo C., che nel 2005 si è laureato in Economia. Partito all’avventura, dopo tre mesi trova un impiego all’Asl, in contabilità. È stimato, gli chiedono di rimanere. L’idea è allettante, ma non se ne fa niente. Riccardo molla tutto e si rimette alla ricerca. A 26 anni si può fare. Contatta un’agenzia di lavoro interinale. Tramite questa entra nella holding di un importante gruppo petrolchimico, all’ufficio Bilancio consolidato. Gli firmano un contratto d’inserimento di un anno, per 1.200 euro al mese. Magari rimpiangerà la scelta. E se alla fine, scaduto l’incarico, lo cacciassero? «E perché mai dovrebbero farlo?», risponde lui. «Hanno speso tempo e risorse per rendermi utile all’azienda. A questo punto non gli conviene più».
Sempre a Genova si svolge la vicenda di Marco P., 30 anni. Nel 2003 inizia a collaborare con la Compagnia delle opere locale, come obiettore di coscienza. Dà una mano in amministrazione. È così che un’attività iniziata senza convinzione si trasforma in un’opportunità di lavoro. Ma c’è un problema: «Nonostante all’università avessi studiato Economia, non sapevo granché di imprenditoria». Allora alla Cdo gli propongono un contratto a progetto. In fondo a loro non costa più di tanto: mal che vada, non glielo rinnoveranno. Nell’ufficio commerciale dell’associazione, però, Marco lavora duramente, si fa apprezzare e impara il mestiere. «Questo tipo di contratto – spiega a Tempi – ha permesso all’azienda di mettermi alla prova e investire su di me». Al punto che, in soli tre anni, Marco diventa responsabile dell’ufficio amministrativo della banca associati della Cdo ligure e della Adr srl, una società di gestione del terzo settore.
Gianluca Delvecchio, invece, prende armi e bagagli e da Genova, dove aveva studiato Scienze Politiche, ritorna a Ragusa. Lì, nel 2005, a 26 anni, viene assunto a tempo determinato come docente di informatica all’Enfap (Ente nazionale di formazione e addestramento professionale). Guadagna 1.200 euro al mese. Finché «Prodino taglia 2.500 ore di formazione in Sicilia (e scrivetelo, mi raccomando, questo va detto)». Per Gianluca significa ore di lavoro e stipendio dimezzati. Nessun problema, il nostro si ingegna. Oltre a mantenere la docenza inizia un’attività di web designer e con alcuni amici fonda un blog, oneitoffice.it. Il sito offre soluzioni per l’utilizzo dei programmi Microsoft «e diventa – Gianluca ci tiene a sottolinearlo – uno dei migliori d’Italia».

La sorpresa dell’assunzione

Rimanendo al Sud, arriviamo a Napoli. Dove Salvatore S., 27 anni, laureato in Ingegneria, nel 2005 inizia a insegnare matematica al liceo scientifico Sacro Cuore. Percepisce 950 euro al mese, ma i ragazzini non sono il suo forte. Così decide di tornare alle origini, all’Università Federico II. Debutta da precario. Con un co.co.pro è ingaggiato all’interno di un programma triennale: fa parte di una équipe che sta ideando un progetto antisismico. «Ora prendo solo 700 euro, ma ho l’opportunità di essere confermato nel mio campo. E, tra qualche tempo, di guadagnare molto di più».
Anche Marco Morone, di Roma, sarebbe potuto diventare ingegnere. Lo studio, però, non fa per lui: dopo pochi esami lascia la facoltà e invia curriculum a destra e a manca, pronto ad accettare di tutto. Lo contatta una società che gestisce servizi di supporto per aziende ed enti pubblici. La proposta è un co.co.pro di tre mesi. Gli fanno sbrigare le faccende più umili. Poi, nel giugno 2006, gli prorogano il contratto fino al 31 dicembre. Nel frattempo gli affidano due appalti di outsourcing. Morone lavora come un matto, finché non scade anche la proroga. Altri 3 mesi di co.co.pro, ancora un sacco di fatica. A marzo 2007, infine, giunge una notizia inattesa: Marco è assunto a tempo indeterminato, a 24 anni.
È la sorte che spera per sé Paolo M., di Firenze. Paolo lavora da agosto 2005 in un istituto di archiviazione informatica. Le aziende gli forniscono dei dati, lui li inserisce in un computer e li trasforma in file digitali. Va avanti da due anni con contratti a progetto, prende in media mille euro al mese. Si occupa anche di customer satisfaction: a richiesta chiama i clienti locali per verificare se siano contenti di determinati servizi. Il suo sogno è diventare una figura di spicco nel settore informatico e se continua a sgobbare alacremente il 31 dicembre potrebbe essere assunto definitivamente. E si ritroverebbe in busta paga 300 euro in più.
È di Modena invece Sara G., un’archeologa di 26 anni. Lavora nel museo della città. È al secondo contratto a tempo determinato (il primo risale al 2006) e anche lei prende mille euro. Si occupa di scavi, della didattica museale e fa ricerca sui materiali. L’assumeranno? Chissà, intanto però la dirigenza le ha accordato la propria fiducia. Per Sara è una cosa ottima: «Mi capita di maneggiare reperti antichi e delicatissimi. Se decidessero di non tenermi, a dicembre, alla scadenza del contratto, dovrebbero affidarli a mani estranee. Mi pare molto improbabile.».

Centralinista e aspirante manager
A Trieste la “precaria” è Marta, centralinista in uno dei famigerati call-center. «Ho un co.co.pro – spiega a Tempi – e con 5 ore al giorno porto a casa quasi 500 euro al mese». Marta ha lasciato Economia a dieci esami dalla laurea, ma sogna ancora di diventare manager. «Mi sto chiarendo le idee. Intanto racimolo qualche soldo onestamente». Come lei tanti altri. Sono circa 120 i centralinisti della sua azienda. «Ci sono madri di famiglia e persone adulte, con un secondo lavoro. In questo modo arrotondano. È molto facile inserirsi in questa realtà».
A Roma, infine, incontriamo Angela Padrone, l’autrice del libro Precari e contenti. Ora scrive per Il Messaggero, ma anche lei, in un certo senso, è stata una precaria. Esce da Filosofia negli anni Ottanta a 23 anni. «Non sapevo dove sbattere la testa», ci racconta. Ma lei vuole lavorare, e subito. Va in Inghilterra a imparare la lingua. «Stavo alla catena di montaggio in una fabbrica di macellazione di tacchini. A volte facevo gli straordinari, fino alle dieci di sera». Ha fatto di tutto: «Ho anche venduto le enciclopedie. Metter da parte due soldi era un’impresa. Magari allora ci fossero stati i call-center di adesso.».

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