Mastella forever, ministro per sempre. De Magistris è solo la sirenetta dell’anno

Di Tempi
25 Ottobre 2007

Poniamo mente all’ultimo cortometraggio politico-giudiziario e andiamo al sodo del braccio di ferro tra De Magistris e Mastella. Al di là della spessa coltre di polvere sollevata dall’inchiesta di un pm d’assalto che incrimina tutti – da Prodi alla magistratura calabrese, dalla massoneria sanmarinese al veterinario Saladino – tra Catanzaro e Roma va in scena lo stesso film cui assistiamo ormai da quindici anni. Il titolo di questo film non è suggestivo, ma è così, se vi pare: “La giustizia come clava politica”. Il cui sottotitolo è riassunto nel seguente quesito: a che serve il lavoro diuturno e silenzioso di tanti magistrati che indagano sui delitti che minacciano seriamente la vita della gente? Non serve a niente. Le luci della ribalta si accendono solo per i magistrati che fanno inchieste sulla politica. A questi magistrati, e solo a questi, è concesso tutto. Di agire nel disprezzo di ogni buona creanza istituzionale (dopo tutto Csm e ministro della Giustizia dovrebbero rappresentare delle autorità dello Stato anche per un giovane pm di Catanzaro). Di violare ogni buona forma giuridica (assidua frequentazione dei cronisti dei quotidiani nazionali e gestione separata degli atti d’inchiesta; mandati di perquisizione a dir poco anomali, in decine di pagine invece che in qualche riga, per consentire ai media un’ampia facoltà di campagna scandalistica e processi sommari prima e fuori dalle aule di tribunale; violazione sistematica del segreto istruttorio). Di perseguire una “giustizia sostanziale” (tanto si sa: non esistono politici innocenti, esistono solo politici corrotti in attesa di essere scoperti). Tutte concessioni queste che, oltre a condurre l’Italia allo sfascio, non hanno alcun fondamento giuridico nelle costituzioni democratiche e in nessun codice giudiziario di alcun paese che non sia Cuba.
Ma con una complicazione rispetto al film che si vide in scena a Milano, negli anni 90, quando sembrò che la Lombardia – altro che la Calabria, la Campania o l’illibatissima Roma – fosse la sentina di tutte le nequizie nazionali. In Calabria e nelle altre regioni del Sud, tra il 2000 e il 2006, sono arrivati finanziamenti per 51,2 miliardi di euro. Il risultato di questo gigantesco fiume di denaro? Zero. Soldi buttati via. E per colpa di chi? Di Bossi? No, dicono le mille pagine della ricerca commissionata dal Governo italiano alla London School of Economics: «Conseguenza di processi che sono gestiti quasi esclusivamente dalle amministrazioni pubbliche». Bene. E chi ha sostenuto e continua a sostenere la centralità delle amministrazioni pubbliche, cioè dello Stato, nell’economia? Chi ha fatto e fa dello statalismo la madre di tutte le mafie? Chi ha propagandato e continua a propagandare che il “privato” è “male” mentre il “pubblico” è “virtuoso”? Chi continua a piagnucolare chiedendo una politica di investimenti pubblici per il Sud? Le grandi imprese statali e parastatali non c’entrano niente con queste cose? I grandi quotidiani Fiat neanche? Le grandi banche non sanno nulla? I professionisti dell’Antimafia? Quelli che una bella manifestazione di giovani o il concerto di Claudio Baglioni sono “il nuovo che avanza” neppure? Quelli secondo cui (sulla linea del fondatore di Repubblica, il calabrese Eugenio Scalfari) sarebbero i pizzini di Provenzano, non il gigantesco meccanismo mafioso dello Stato centralista, la ragione della schiavitù dei popoli meridionali? Neanche loro c’entrano con il fallimento del Sud nonostante siano trent’anni che ci triturano i coglioni con questa balla delle eroiche Procure di Palermo, con i corvi e gli Ingroia, i Caselli e le puttanate dei bacetti di Riina ad Andreotti?
No, ecco l’ultima dei signori dash, dei signori che la magistratura lava più pulito che più pulito non si può. Se, come dice la ricerca, «il Sud appare tagliato fuori dalla globalizzazione», «un divario inscalfibile da 150 anni, caso unico a livello planetario, tant’è che vengono a studiarci da tutto il mondo», la colpa è dei Saladino, dei signor nessuno, di chi porta voti, una volta a destra, un’altra a sinistra, a seconda di chi offre posti di lavoro. La colpa, il reato, il crimine del sottosviluppo del Sud è di chi ha imparato l’arte di sopravvivere. Di chi, invece di chiedere e ottenere in cambio del consenso stecche governative miliardarie per le grandi imprese decotte, le grandi banche e le grandi cattedrali nel deserto, chiede e offre posti di lavoro. Ma cari colleghi e colleghe che andate a letto con l’ultimo amichetto di Tonino Di Pietro, vi volete guardare allo specchio la mattina? E allora prendete armi e bagagli e trasferitevi in Calabria prima di raccontarci l’ennesima panzana di una sirenetta di Copenaghen alla Procura di Catanzaro.

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