Toghe a fine legeslatura

Di Emanuele Boffi
01 Novembre 2007
Si vota per il rinnovo dell'Anm e cresce lo scontento per l'operato del governo Prodi-Mastella. I casi Forleo e De Magistris, le cautele di Md, i proiettili via posta. E s'avanza un dubbio atroce: «Questi sono peggio di Berlusconi»

«Ma così si autocandida a bersaglio». Un importante esponente di Magistratura democratica (la corrente di sinistra delle toghe italiane) avrebbe confidato queste parole a un collega dopo aver letto l’intervista del pm Luigi De Magistris al Corriere della Sera. In quell’intervista il pm calabrese, dopo l’avocazione della sua inchiesta “Why not”, si sfogava parlando di «strategia della tensione», «poteri occulti», «massoneria», «pallottole e tritolo». «Ma col clima che c’è adesso – avrebbe detto il togato di sinistra al suo interlocutore – c’è il rischio che qualcuno lo prenda sul serio». Il clima che c’è adesso è fetido. De Magistris e Clementina Forleo hanno ricevuto pallottole via posta. Stessa sorte per il ministro della Giustizia Clemente Mastella, accompagnate dalla minaccia: «Il porco ministro Mastella bastardo, altri 30 di questi ti raggiungeranno se il pm De Magistris non tornerà al suo posto».
A far da cornice e a riscaldare la platea, intanto, ci pensano gli scambi d’accuse tra lo stesso Mastella e l’altro ministro, Antonio Di Pietro, le puntate della trasmissione tv Annozero di Michele Santoro, le quotidiane scorribande del giornalista Marco Travaglio che, dai microfoni della stessa trasmissione e dalle pagine dell’Unità, evoca fantasmi piduisti che collegherebbero in un solo disegno Licio Gelli, Silvio Berlusconi, Clemente Mastella con la complicità colpevolmente bonaria di Romano Prodi. Grande è la confusione sotto il cielo, alimentata da una situazione politica precaria e dalle vigorose rimostranze dell’area più giustizialista della sinistra. Che, dopo anni di caccia alla strega Berlusconi, si ritrova oggi delusa da un esecutivo, a sentire loro, ancor peggiore del precedente. Ha detto Travaglio alla seconda puntata di Annozero dedicata al caso De Magistris: «La sapete la differenza tra Berlusconi e Mastella? Berlusconi ci aveva provato a far togliere le indagini ai pm che lo indagavano. Mastella ci è riuscito». Concetto ribadito anche da Antonio Ingroia, sostituto procuratore antimafia a Palermo, anch’egli presente alla puntata di Annozero in difesa di De Magistris: «L’attuale esecutivo sta facendo peggio di Berlusconi». Non è l’unico grande amore che finisce. Attilio Bolzoni su Repubblica ha scritto che la procura di Palermo è un covo di serpi e risentimenti, dove si litiga su tutto e tutti, dall’autoassegnazione dell’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fino alla lotta tra chi deve portare alla sbarra il governatore Totò Cuffaro: «Se ci sarà una data per ricordare la fine ufficiale del pool antimafia quella è proprio oggi: l’ottobre del 2007».

Quando doveva iniziare la “fase nuova”
Siamo ai litigi prima del divorzio? L’11, 12, 13 novembre ci saranno le elezioni per il comitato direttivo centrale (il cosiddetto parlamentino) dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Il voto potrebbe riservare delle sorprese, perché poderosa è l’insoddisfazione tra le toghe per un governo che si reputava migliore del precedente e che ha deluso un po’ l’ala più organica al centrosinistra (magistratura democratica, Md, e i Movimenti), molto l’ala moderata e di “destra” (Unità per la costituzione, Unicost, e Magistratura indipendente, Mi), e moltissimo l’ala giustizialista (trasversale, ma soprattutto a sinistra). Spesso rintuzzate, a volte sopite, le critiche al governo Prodi assumono oggi varie forme a seconda di chi le esprima: per un Di Pietro che sbraita ci sono cento magistrati che mugugnano. Addirittura, ed è la prima volta, un gruppo di magistrati ha fatto circolare su internet un appello per l’astensione dal voto sul rinnovo del parlamentino, come forma di protesta per la sua lottizzazione politica e la sua inefficienza. Impossibile dire se avrà successo o meno la chiamata al non voto, certo è che si tratta dell’ennesimo segnale d’insofferenza.
Eppure la storia d’amore era iniziata in altra maniera. L’Anm si era schierata compatta contro il governo Berlusconi e contro la riforma dell’allora guardasigilli Roberto Castelli. «Non era facile parlare con un ministro che, ancor prima di ascoltarci, ci sputava in faccia», dice a Tempi un magistrato. L’associazione aveva trovato una formula granitica – almeno all’esterno, poiché all’interno le posizioni erano più sfumate – per contrastare il governo di centrodestra. Oggi si ritrova invece sospesa, impossibilitata, alla luce degli ultimi eventi, a ripetere le parole con cui aveva salutato Prodi e Mastella prima, e l’elezione del diellino Nicola Mancino alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura (Csm), poi: «I duri scontri fra toghe e politica saranno messi da parte. Inizia una fase nuova», disse Mancino il giorno della sua elezione.
Mastella, da par suo, con grande abilità da mestierante della politica, era riuscito a dare uguale rappresentanza a tutte le correnti interne all’Anm. Ha nominato capi di gabinetto due rappresentanti di Unicost (Stefano Mogini e Ettore Ferrara, quest’ultimo poi diventato capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria); vice capo legislativo un esponente dei Movimenti (Giovanni Diotallevi); ha scelto come suo braccio destro – piazzandolo all’Organizzazione giudiziaria del ministero – uno fra i più accalorati tra i rappresentanti di Md (Claudio Castelli, paradossalmente passato dalla figura di incendiario a quella di pompiere), ha scelto come sottosegretari il moderato Luigi Scotti (Unicost) e il dipietrista Luigi Li Gotti.

La pillola amarissima
Come in tutte le storie d’amore i piatti si rompono alla fine, ma le scaramucce erano iniziate da tempo. Già nel luglio 2006 arrivarono i primi segnali con l’elezione del Csm. Md perse un seggio a favore di Mi, che passò da 2 a 3 rappresentanti. Ma, soprattutto, il dato che balzò agli occhi fu il calo di 5 punti dell’affluenza rispetto al 2002 e l’aumento delle schede bianche e nulle. Si iniziò a parlare di prime crepe tra magistratura e sinistra, che ancor più si divaricarono in occasione dell’annuncio che la Finanziaria avrebbe ridimensionato lo stipendio dei magistrati.
Ma ciò che rese diffuso il malcontento fu il ddl Mastella poi diventato legge forse solo per evitare che entrasse in vigore la Castelli e ci si rimettesse tutti la faccia. Il parto della legge fu travagliato. Lo scontro fra Anm e Mastella si fece duro tanto che più di una toga parlò di «pillola amarissima» da ingoiare. La separazione delle carriere di Castelli era stata semplicemente addolcita, e i corsi interni per gli esami che Mastella aveva tolto, in realtà, erano già stati abbandonati, nei fatti, già dall’allora esecutivo di centrodestra. Insomma, Mastella aveva fatto troppo poco rispetto alle aspettative. L’Anm dichiarò anche uno sciopero perché, secondo le parole del suo presidente, Giuseppe Gennaro (Unicost), «non esiste alcuna ragione per la prosecuzione di un dialogo col ministro che si è rivelato sterile». La giunta dell’Anm si dimise, ma poi la riforma passò a metà luglio e l’Anm ritirò lo sciopero. Fu però la revoca dello sciopero la prima volta che – dopo 5 anni di gestione unitaria – l’Anm si spaccò in due: da una parte l’ala più progressista (Md e movimenti) erano per la revoca; dall’altra i moderati di Unicost e Mi per la protesta. Sebbene Unicost e Mi avessero la maggioranza, passò la revoca con 14 sì, 6 no (5 di Unicost e 1 di Mi) e due astensioni (entrambe di Mi). Ben 6 le assenze, tutte di Unicost che, se è vero che è la parte più moderata dell’Anm, è pur sempre composta per la sua maggioranza da simpatizzanti di Margherita e Udc. La Mastella passò, ma non senza strascichi. Soprattutto dentro l’Anm si iniziarono a profferire maledizioni contro tre rappresentanti di chiarissima fede togata oggi in parlamento, come Gerardo D’Ambrosio (Ds), Felice Casson (Ds) e Giuseppe Di Lello (Rc), colpevoli di aver ascoltato troppo poco le istanze degli ex colleghi. Della «riforma dimezzata» persino Mancino fu costretto ad ammettere che era «positiva ma migliorabile» e Gennaro non si nasco

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