Legno in musica

Di Manes Enzo
01 Novembre 2007
Storia di Giuseppe Rivadossi, artista che mette le note in tutte le sue opere, cercando sempre di farvi risuonare la bellezza, fin dentro «la carne viva della vita»

Anche con le parole incide, Giuseppe Rivadossi. Come fa da cinquant’anni col legno. Artigiano, architetto della forma e del contenuto, sta a meraviglia nella sua officina, custodia che tiene in gran conto valore della memoria e gusto per il moderno, per il presente. Le sue creazioni sono lì da vedere, da accarezzare, però costruite per trovare accoglienza in altre custodie, cioè prima di tutto case, luoghi dello spazio, «lo spazio dell’uomo che deve essere definito dalle cose che servono e devono servire bene», afferma questo artista, scultore, spirito libero e perciò innovatore. «Ma è tutto custodia, la città, la terra, la donna. Semmai il problema è la cultura dell’incustodito, che è poi disamore, non prendersi cura di nulla. Rinuncia nichilistica. Di fatto, negazione del bello. Che per me non è un concetto astratto, un’aspirazione lontana, ma un rapporto. Appunto un bel rapporto. Perché solo in un rapporto d’amore c’è la bellezza. L’opera d’arte deve stare a questa sfida, a questo richiamo fecondo».
Siamo a Nave, a pochi chilometri da Brescia. La Giuseppe Rivadossi officina si offre a un viaggio serio e ugualmente leggero. Dove la materia, il legno che vive e racconta, è qualcosa di avvincente, che viene fuori al meglio nel dialogo serrato, che sa pure di ferita, con l’artista. Mai maltrattato, però, il legno. Imparò dal padre, il signor Clemente, l’utilizzo dell’elemento secondo la sua natura. Da cui attinse una certa idea di lavoro «che deve servire per vivere, ma anche dare soddisfazione. E mio padre non aggiungeva “morale” che gli suonava forse un po’ retorico. Nella parola soddisfazione ci sta già tutto». Era un bel tipo il signor Clemente, appassionato di arte. Portava i figli in giro per chiese e monasteri per vivere belle scoperte «e poi ci faceva disegnare i capitelli che i nostri occhi avevano visto». Ma il genitore amava anche la musica. Così Giuseppe ha imparato a suonare il pianoforte con una certa costanza. Tuttavia, quando a 18 anni si è trattato di prendere una decisione, Giuseppe abbandonava la tastiera per il legno seguendo le orme di suo padre che era un buon intagliatore nella confezione di mobili. «Lì ho scelto per la soddisfazione, senza rinunciare a guardare in faccia la fatica». Seppur giovane, Giuseppe Rivadossi incominciava a vivere la sua storia d’amore. Gli oggetti che man mano venivano destinati allo spazio dell’abitare già assumevano un volto preciso, più abbandonato, anzi. è quel senso della verità che genera essenzialità delle strutture e del vivere e che è alla base del buon operare. Senso oggi per lo più ignorato. «Certe espressioni che vanno per la maggiore si preoccupano di ornamenti anziché di sostanza, di exploit invece che di segni e di linearità. Certo che se l’impegno è quello di voltare le spalle alla realtà con metodo scrupoloso e quasi ossessivo, il risultato è banale, vuoto, finto. Tutto di testa, intellettualistico e basta. All’interno di questa visione passa purtroppo il concetto che la bellezza sia una categoria medievale superata. Più che una visione, un incubo. Ciò che facciamo qui è l’esatto contrario. Quello che progetto e poi realizzo è il frutto di un’antica e sempre nuova visione della vita. Che ha evidentemente molto a cuore la bellezza, dentro la carne della vita».
Madie, cassettoni a incastri, credenze, galleria di tavoli e sedute, librerie, naturalmente custodie, termine per lui di stringente verità, archetipo a tutti gli effetti. Questo si affaccia nelle ampie stanze che compongono l’atelier. Ma ci sono anche le sculture, spesso figure femminili, spesso madri, piene di tenerezza e per niente teatrali. Oltre al legno, altra materia semplice come la terracotta, si sposa bene alla visione ancestrale del Rivadossi. Ed è davvero naturale e vitale che si colgano artigiani all’opera, proprio come deve essere in un’officina che vibra, che si tende, che fa. «Questa è una piccola impresa dove si prova a fare esperienza di realtà. Il lavoro se giustamente indirizzato diviene fatto creativo, che aiuta a migliorare e a far crescere possibilità di conoscenza. Per noi è fondamentale che intorno ai progetti si appassionino tutti, anche laddove vi sono passaggi di grande serialità. Ecco perché non ci si può esimere – in questo caso parlo di me e dei miei figli, Emanuele e Clemente, che hanno deciso in totale libertà di assumere ruoli decisivi per il buon prosieguo di questa avventura – dal promuovere un rapporto fertile con tutte le persone che operano in officina».

Orchestre in bottega
Piace a Giuseppe Rivadossi il paragone con le sette note. «Come il musicista davanti ad uno spartito musicale è chiamato ad interpretarlo mettendoci cuore e passione, allo stesso modo deve avvenire qui. Noi chiediamo a chi ha scelto di lavorare in questa bottega di comprendere e condividere lo spirito dell’opera e di partecipare in questo modo al suo compimento concreto». Compimento, già. Che suona molto bene, come un verso di poesia essenziale e raffinato. Giuseppe Rivadossi proseguirebbe volentieri a incidere nel dialogo con Tempi, allo stesso modo di quando dà corpo alle sue ferite creative. La routine non lo riguarda. «A me l’arte interessa in quanto gesto d’amore, dentro la sorpresa della vita. Solo in questa prospettiva anche le cose, tutte le cose parlano, dicono il motivo primo per cui sono nate».

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