Ammirare i colori d’autunno come a quindici anni e scoprire che la vecchiaia di novembre parla di te

A quindici anni, l’autunno mi piaceva moltissimo. Tutto mi piaceva, il rosso ardente delle foglie, il loro crepitare secco sotto ai miei passi, e l’umidità della prima nebbia che saliva dalla terra e mi avvolgeva dentro il suo nulla. La notte calante sempre più presto, la sera. A quindici anni il volgere della fine dell’estate verso il freddo e il buio mi affascinava. Straordinario spettacolo, quel rannicchiarsi della natura su se stessa, spegnendo i colori, cedendo gli ultimi frutti, arresa a un sonno che somigliava alla morte. Non mi metteva, l’incenerirsi della terra, tristezza; giacché io ero così giovane e viva, che la morte che mi si rappresentava davanti in nessun modo, credevo, mi riguardava. Avrei voluto traversare sveglia, camminando fino all’alba, le notti che piombavano ogni giorno più rapide, e il loro alito freddo e insinuante. Avrei potuto, e certe volte l’ho fatto, affrontare per ore la pioggia sottile e le folate di vento, farmene spingere come fossi anche io un mulinello di foglie secche. Le guance rosse di freddo, felice nella sfida: avanza la morte, ma io sono assolutamente viva.
Le foglie dell’albero davanti alla finestra oggi sono color fiamma. Più belle che nel trionfo dell’estate, struggenti in quel voler vivere ancora. E la pioggia ha ancora lo stesso odore buono. Ma la vecchiaia che impregna i giorni di novembre, ora comincia a riguardarmi. È eco di me, e profezia di ciò che sarà. Lo staccarsi restio delle foglie dai rami, il loro planare per terra con un minimo inavvertibile fruscio accende un retropensiero su cui non vuoi soffermarti, ma che non sai ignorare.
Va bè, si invecchia e poi si muore, tagli corto fra te, ad affrontare a viso aperto quei fastidiosi bisbigli. È strano come le strade, le case, le cose, tutto ciò che conosci della tua città fin da bambina, sia oltre trent’anni dopo inalterato, e solo il riflesso di te che le vetrine ti rimandano indietro sia così cambiato. Peggio, ora cominci a immaginarti facilmente che un giorno il tuo balcone e il tuo cortile saranno del tutto identici – quando tu non ci sarai più a guardarli. Verrà primavera, e i bambini ai Giardini di via Palestro getteranno le briciole ai cigni come facevi tu, ma di te, più niente. Sbalorditivo, ammetti – giacché in fondo sospetti ancora, come quand’eri piccola, che il mondo esista in quanto tu lo guardi.
E invece, affatto. È ora di abbandonare l’egocentrismo radicale della giovinezza. Perché questa tristezza plumbea davanti alla terra di novembre? È una tristezza pagana, di chi in realtà crede solo all’evidenza tangibile delle cose. Una viscerale, animalesca paura del nulla sta nel tuo sguardo che evita i rami scheletriti. Il fatto è che è ora di credere davvero. Sta scritto sulle mura di una chiesa di Assisi: «Il tempo che passa è Dio che viene». L’autunno è il tempo dato all’Io per abdicare, e lasciarsi, finalmente, abbracciare.

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