La costituzione del tiranno
I vescovi venezuelani che il 19 ottobre hanno reso nota un’esortazione che critica in profondità il progetto di riforma costituzionale? «Ignoranti». «O perversi, o pervertiti». «Mentitori. Ingannatori». Il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Madariaga, presidente di Caritas Internationalis? «Un pagliaccio e un pappagallo imperialista». I sei deputati del partito socialdemocratico Podemos, alleato critico del governo? «Traditori» e «sterco». Gli studenti che protestano contro un processo di rivoluzione costituzionale attuato senza passare attraverso un’assemblea costituzionale? «Bei figli delle università private» e «figli di quelli che marciavano nel 2002» (cioè figli di golpisti mancati, ndr). Hugo Chávez non riserva il suo linguaggio colorito e intimidatorio all’imperialismo mondiale incarnato dal presidente Bush: chiunque si interponga fra la sua persona e la trasformazione del Venezuela in una Cuba sulla terra ferma è destinato a beccarsi i suoi fulmini, e razioni di manganellate da parte della polizia e dei militanti del suo Partito socialista unito del Venezuela se si avventura a protestare in piazza con troppo entusiasmo. Oramai non c’è giorno senza che qualche organizzazione della società civile o associazione studentesca organizzi la sua protesta marciando fino al Consiglio elettorale nazionale, davanti al Parlamento o dentro ai locali del Tribunale supremo di giustizia. E non c’è giorno che queste manifestazioni non si concludano con scaramucce e scontri fra manifestanti, forze dell’ordine e contromanifestanti seguaci di Chávez.
La posta, d’altro canto, è alta. Se il 2 dicembre il testo riformato di 69 dei 350 articoli della Costituzione nazionale verrà approvato nel referendum appositamente indetto, saranno gettate le basi per profondi cambiamenti del sistema politico ed economico venezuelano. Per questo partiti, studenti e società civile si mobilitano. E i vescovi si assumono la responsabilità di dichiarare nero su bianco che la riforma è «moralmente inaccettabile» (vedi box a pagina 34).
Cosa c’è di inaccettabile nel testo che il parlamento, egemonizzato dai deputati del partito del presidente e dei suoi alleati a causa del boicottaggio del voto politico del 2005 da parte dell’opposizione, ha approvato? Parecchie cose. C’è la rielezione del capo dello Stato senza limite di numero di mandati, mentre governatori e sindaci non possono aspirare a più di due. C’è la sottomissione dei Consigli comunali al Poder Popular, assemblee spontanee di cittadini che si organizzano in comitati e portavoci che poi danno ordini ai normali organi dell’amministrazione (l’equivalente degli strombazzati Bilanci partecipativi decisi dal Forum sociale di Porto Alegre). C’è la trasformazione delle Forze armate da istituzione “senza militanza politica” a “un corpo essenzialmente patriottico, popolare e anti-imperialista”, all’interno del quale si possono organizzare cellule di partito, ovviamente quello del presidente. Ci sono spade di Damocle appese sulla testa della proprietà privata: «Non si permetteranno – si legge all’art. 113 – attività, accordi, pratiche, condotte od omissioni dei privati che rechino danno ai metodi e ai sistemi di produzione sociale e collettiva, coi quali si colpisca la proprietà sociale e collettiva o si impedisca o si renda difficoltosa il giusto ed equo afflusso di beni e servizi». E all’art. 305: «Se fosse necessario per garantire la sicurezza alimentare, la Repubblica potrà addossarsi settori della produzione agricola, ovicola e ittica, e potrà trasferire il loro esercizio a enti autonomi, imprese pubbliche, sociali, cooperative, comunitarie». E ancora all’art. 115, per quanto riguardo il diritto di esproprio di proprietà private, si dice che gli organi dello Stato potranno «occupare previamente, durante l’iter giudiziario, i beni oggetto di esproprio»: prima che ci sia una sentenza, lo Stato potrà già fare quel che gli pare di una proprietà privata.
C’è la soppressione dell’indipendenza della Banca centrale: «La Banca centrale del Venezuela è persona di diritto pubblico, senza autonomia per la formulazione ed esercizio delle politiche che le corrispondono, e le sue funzioni saranno subordinate alla politica economica generale e al Piano nazionale di sviluppo per raggiungere gli obiettivi superiori dello Stato socialista». C’è la facoltà concessa al capo dello Stato di proclamare lo stato d’emergenza senza limiti di tempo, senza più sottoporre la sua decisione alla Corte costituzionale e di sospendere il diritto alla libertà di informazione: tutti poteri che l’attuale Costituzione, già emendata da Chávez nel 1999, non prevede.
I tentacoli sui media
E sì che l’ex parà diventato capo di Stato non scarseggia di poteri già oggi: con le buone e con le cattive se ne è accaparrati una montagna. Scrive International Crisis Group: «I tradizionali contrappesi al potere esecutivo sono tutti scomparsi nel momento in cui istituzioni chiave come l’ufficio del procuratore generale, il Tribunale supremo di giustizia, il Consiglio elettorale nazionale e le forze armate sono progressivamente passate sotto il controllo del presidente e dei suoi fedeli. (.) Il controllo dello Stato sull’economia, non solo sul settore petrolifero, è aumentato, così come la pressione sui media di opposizione e sulle Ong. (.) Nel gennaio 2007 l’Assemblea nazionale ha approvato senza dibattito una legge che concede al presidente estesi poteri legislativi per 18 mesi». Nove anni di potere chavista hanno modificato il panorama dei media a colpi di provvedimenti per chiudere la bocca all’opposizione. A oggi il governo controlla 7 canali televisivi, 2 reti via cavo, 28 tv locali, 200 radio locali, 4 giornali regionali e due nazionali. L’abuso più noto è il mancato rinnovo della concessione a Rctv, la più antica televisione del paese, accusata da Chávez di aver simpatizzato coi falliti golpisti del 2002 (nessun dirigente o giornalista di Rctv è mai stata processato e condannato per complicità col golpe). La legge sulla responsabilità sociale di radio e tv permette al governo di obbligare i media a trasmettere in contemporanea e integralmente i discorsi del capo dello Stato. A metà di quest’anno queste emissioni forzate ammontavano ormai a 1.542, per un totale di 922 ore di trasmissione. Una riforma del Codice penale del 2005 poi ha trasformato in reato le critiche al presidente e agli ufficiali governativi: «La mancanza di rispetto nei confronti del presidente, in forma scritta od orale – si legge nell’articolo 147 – sarà punita con una pena da 6 a 30 mesi di prigione. La sentenza sarà aumentata di un terzo se l’offesa ha luogo in pubblico».
L’indottrinamento dei giovani
Altro settore su cui Chávez ha deciso di lasciare la sua impronta è quello dell’educazione. Il suo governo, in cattivi rapporti con le università del paese, ha creato suoi propri istituti di studi superiori più interessati a indottrinare gli studenti che a produrre diplomi qualificati. Adesso però sembra giunto il moderno di “bolivarizzare” l’educazione, imponendo sussidiari politicamente orientati e modificando i programmi, nelle medie superiori come nelle università. Cosa Chávez voglia concretamente fare non si è ancora ben capito, ma in un discorso del 19 settembre ha minacciato di chiudere i collegi privati che si rifiutassero di inserire nei loro corsi i programmi in elaborazione. «La società non può accettare che il settore privato faccia quello che vuole», ha tuonato il presidente. «Gli istituti che non saranno d’accordo saranno chiusi o nazionalizzati e lo Stato prenderà in carico i ragazzi». In luglio aveva dichiarato: «Bisogna affrettare la revisione dei testi scolastici, perché ci accusano di ideologizzare. Ebbene sì, di questo si tratta: di una guerra ideologica». Ma la revisione dei testi e dei curriculum prende tempo, e Chávez intanto si accontenta di regalare agli studenti merende incartocciate nella propaganda. Le “cajitas felices bolivarianas” sono sportine contenenti bibite o bottigliette d’acqua con lo slogan «Io sto con Chávez», confezioni di biscotti con le immagini del governatore chavista di Falcon e del presidente impresse sul pacchetto, insieme allo slogan «Con Chávez un solo governo». Vengono distribuite fra gli studenti a spese dello Stato.
«Faremo la fine di Cuba»
Nelle università Chávez è molto poco popolare sia fra gli amministratori che fra gli studenti. Alle elezioni studentesche degli atenei, alle quali ha partecipato l’80 per cento degli iscritti, le liste bolivariane non hanno raccolto da nessuna parte più del 5-10 per cento. Gaspare Lavegas, presidente della Fondazione Ucv, l’ente non profit che finanzia la Universidad central de Venezuela, il più grande ateneo pubblico del paese, critica così l’articolato costituzionale che riguarda gli studi accademici: «Con la riforma dell’articolo 109 – dice a Tempi – le università perderebbero la propria autonomia. Infatti si prevede che a eleggere le autoritá universitarie siano non solo i professori, ma anche gli studenti, gli impiegati, i tecnici e gli operai, tutti con parità di voto. Una situazione che creerebbe disordine e ingovernabilità negli atenei, avvilendo i processi di insegnamento e di ricerca». Lavegas spiega così la volontà di Chavez di concentrare nelle proprie mani una quantità abnorme di poteri: «Il presidente della Repubblica ha urgenza che siano approvati questi cambi che gli permetteranno un maggior controllo sulla società per prevenire possibili proteste o situazioni di violenza quando lo Stato non sarà più in grado di garantire ai propri cittadini un livello di vita degno, così come è successo a Cuba o nei paesi europei al tempo dei regimi comunisti. È cosciente che la situazione economica del paese, già agonizzante, potrebbe entrare in collasso da un momento all’altro».
Per Lavegas «la situazione è paradossale: il petrolio venezuelano è quotato in media 78,55 dollari al barile, ma migliaia di imprese hanno chiuso per fallimento o si sono trasferite all’estero, con conseguente aumento delle importazioni. Le sole importazioni alimentari sono aumentate del 24 per cento quest’anno, in un paese che disporrebbe di grandi risorse agricole. Il dollaro al cambio ufficiale è quotato 2.150 bolivar venezuelani, ma nel mercato parallelo ne vale 6.800». Magari Chávez adesso si attribuirà il potere di unificare il cambio ufficiale con quello di mercato. Ne sarebbe capacissimo.
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