Il modello “buon vicinato”

Di Longo Elisabetta
08 Novembre 2007

Chi vuole vivere tranquillo in un condominio, sa che anche contro voglia dovrà farsi andare bene le abitudini dei vicini di casa. Chiudere un occhio di fronte agli schiamazzi dei bambini nel cortile a orari improbabili del sabato mattina, ignorare i cori da stadio di “quelli del piano di sotto” della domenica pomeriggio, dimenticarsi di chi trasgredisce la sacrosanta legge del non utilizzare aspirapolveri o lavatrici dopo le dieci di sera. Insomma, con chi dividi il pianerottolo di solito il rapporto è di amore o di odio, e in quanto forzato è consigliabile cercare di limitare i danni per non ritrovarsi con missive anonime nella propria cassetta delle lettere. C’è chi invece sull’idea del “buon vicinato” ha costruito un nuovo modo di abitare. Il co-housing, per cui un gruppo di persone (il numero è variabile) decide di progettare assieme la casa in cui abitare – ma ognuno ha il proprio appartamento -, gli spazi comuni e le eventuali attività con cui arricchire il complesso. I vantaggi che ne derivano sono svariati, dalla divisione delle spese a una maggiore sicurezza, dal vicinato “amico” alla struttura non gerarchica ma alla divisione equa delle responsabilità. Co-abitare infatti non è sinonimo di mancanza di privacy, tutt’altro. A Milano, dove comprar casa è un impresa degna dell’agente speciale Ethan Hunt, un tale esperimento è stato ben accolto nel quartiere della Bovisa – che già di suo sta cercando una nuova identità, avendo molti progetti in corso. La comunità di co-housing Urban Village Bovisa dispone di 32 appartamenti, 400 metri quadri di giardino e 140 metri quadri di spazio comune, in cui poter creare una lavanderia o una palestra. Come è ovvio, trovare persone che abbiano la stessa idea di abitare è difficile, e per cercarle ci si rivolge a un’agenzia, come Cohousing ventures, che offre assistenza professionale ai membri del portale Cohousing.it, che abbiano già formato un gruppo intenzionato a coabitare. Perché per trovare un’area libera e interessarsi di tutte le pratiche necessarie a costruirci non bastano le sole buone intenzioni. Ci sono altri nuclei di co-housing milanese alle Corti di Nerviano, e al Cosycoch, nei pressi di viale Ripamonti. Sparse per l’Italia, ci sono delle comunità a Volterra e a Calambrone, per quanto riguarda la Toscana, e a Bruino, vicino al capoluogo piemontese.
Uno dei risvolti interessanti del co-housing può anche riguardare l’ambiente, come già hanno fatto in molte parti del mondo. Ad esempio in California, nei pressi di San Francisco, dove sono sorti tre complessi votati alla sostenibilità ambientale. In modo simile, anche qui da noi sta nascendo interesse per le costruzioni biocompatibili, come nel caso di Abbiategrasso dove una ventina di famiglie sta costruendo una casa ecologica, con l’utilizzo di soluzioni alternative che permettano di inquinare meno e risparmiare di più.

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