L’alleato piromane
Nella mente degli americani, Pervez Musharraf e Benazir Bhutto dovevano dare vita a un binomio che avrebbe stabilizzato l’inquieto Pakistan e dato una svolta positiva alla lotta contro l’estremismo i-slamico, i talebani afghani e pakistani, al Qaeda. Nella realtà, il generale e la figlia dell’ex primo ministro impiccato da un altro generale si stanno sfidando in un braccio di ferro dal quale a breve termine uscirà probabilmente vincitore l’astuto Musharraf, nel medio termine usciranno perdenti tutti i pakistani, tranne quelli che hanno fatto lega coi talebani e con al Qaeda.
Scrive Ahmed Rashid sul Daily Telegraph che la proclamazione dello Stato di emergenza da parte del generale presidente era prevista da tempo. Perché solo in questo modo egli poteva liberarsi dell’unica vera minaccia al suo complicato disegno per mantenersi al potere: la Corte Suprema presieduta da Iftikhar Chaudhry, che già in marzo aveva inutilmente tentato di deporre. I giudici della massima istanza costituzionale del paese stavano per pronunciarsi a maggioranza per l’invalidazione della rielezione di Musharraf. Proclamando lo Stato d’emergenza lui li ha potuti costringere alle dimissioni o a un giuramento di lealtà, mettendo agli arresti domiciliari i riottosi: tutte le altre detenzioni legate allo Stato d’emergenza sono puro cinema, l’obiettivo vero era annientare la Corte Suprema per arrivare alle elezioni dell’anno prossimo disponendo di tutte le leve del potere. Questo per Musharraf è fondamentale, perché le elezioni saranno tutto meno che un libero e sereno esercizio di democrazia: i risultati saranno aggiustati per rendere possibile il perpetuarsi dell’egemonia dei militari sul paese, che Musharraf continuerà a garantire anche il giorno che dovesse mantenere la sua più volte rimangiata promessa di togliersi la divisa.
Da tempo il generale proclama la necessità di un governo di unità nazionale per il Pakistan. Se dalle urne uscisse un parlamento senza una chiara maggioranza, frammentato fra deputati laici progressisti del Ppp (il partito della Bhutto), islamisti moderati filo-Musharraf del Pml-Q e islamisti intransigenti filotalebani del Jamiat Ulema Islam (Jui), l’auspicio diventerebbe quasi certamente realtà. Nascerebbe un governo debole, retto da una coalizione contraddittoria (la Bhutto si prefigge di chiudere gran parte delle madrasse estremiste, il Jui è il loro principale sponsor politico). Il presidente diventerebbe l’ago della bilancia e disporrebbe di ampi margini di manovra.
Risolto il problema di Chaudhry e della sua Corte Suprema, a Musharraf resta il grattacapo Bhutto. La leader del Partito del popolo pakistano (Ppp) ha perfettamente compreso la strategia del presidente ed è partita alla controffensiva: ha indetto la manifestazione di protesta a Rawalpindi che le autorità hanno impedito bloccandola agli arresti domiciliari; ha annunciato una marcia di protesta fra Rawalpindi e Lahore il 13 novembre; ha denunciato la manipolazioni del regime militare e ha invitato il popolo alla lotta. L’ex primo ministro sembra dunque non voler stare al gioco che Musharraf aveva immaginato di farle giocare, ma c’è da chiedersi fino a quando questa sfida coraggiosa possa andare avanti. Alla vigilia del comizio di Rawalpindi la polizia ha informato che attentatori suicidi erano pronti a colpire il bersaglio che gli assalitori del 19 ottobre avevano mancato di poco. Questa premura delle forze di sicurezza nei confronti della Bhutto ha venature sinistre. D’altra parte la vita della leader del Ppp è appesa a un filo. Avendo più volte dichiarato con enfasi che un suo ritorno alla carica di primo ministro sarebbe caratterizzato da una lotta senza quartiere ad al Qaeda, talebani afghani e pakistani e madrasse estremiste, la Bhutto è diventata il bersaglio di tutti i proclami assassini di queste entità. Non è un mistero che gli stessi servizi di sicurezza pakistani, all’interno dei quali i sostenitori degli islamisti sono molto forti, potrebbero essere facilmente coinvolti in attacchi all’esponente dell’opposizione. Recentemente la Bhutto in persona ha invitato i giornalisti a riflettere sul fatto che oltre a lei anche il capo dello Stato e il primo ministro in carica sono sfuggiti ad attentatori suicidi, mentre invece non sono mai stati attaccati il leader del Pml-Q Chaudhry Shujaat e il ministro degli affari religiosi, Ijaz-ul-Haq, figlio del generale Zia-ul-Haq che depose da presidente e fece impiccare il padre della Bhutto. Un delitto politico di alto profilo ai danni della leader del Ppp risolverebbe un altro dei problemi di Musharraf, ma potrebbe portare il Pakistan ad una guerra civile aperta fra laici ed islamisti, con spezzoni dell’esercito presenti su entrambi i fronti. Pochi si sono accorti che nello stesso momento in cui faceva arrestare centinaia di avvocati, giornalisti, attivisti dei diritti umani e dirigenti dei partiti di opposizione, Musharraf ordinava la liberazione di 30 militanti talebani pakistani, fra i quali alcuni sospettati di aver organizzato attentati suicidi. Il tutto in cambio della liberazione di 300 soldati fatti prigionieri dagli estremisti islamici nella regione tribale del Waziristan.
Jihadismo via radio
Il generale ha giustificato la proclamazione dello Stato di emergenza proprio con l’insurrezione islamista nei territori del nord e al confine con l’Afghanistan, ma se gli estremisti in armi si mostrano ogni giorno più audaci la responsabilità è esattamente del regime militare, che li ha finora combattuti in maniera incompetente e lassista, lasciando sul campo di battaglia centinaia di soldati vittime di imboscate e perdendo il controllo di sempre nuove fette di territorio. Gli accordi di pace firmati dal governo con gli islamisti del Sud e Nord Waziristan nel 2005 e 2006 hanno loro permesso di organizzarsi. La valle di Swat, già mèta turistica rinomata a quattro ore di auto da Islamabad, è stata occupata dalle truppe del mullah Fazlullah, che per tre anni è stato lasciato libero di indottrinare la popolazione al jihadismo con la sua radio (illegale) e che oggi fa regnare la sharia nella regione. Dopo quattro attentati suicidi contro le truppe stazionate nella valle ancora l’esercito non ha inviato rinforzi. In compenso le prigioni di Rawalpindi e Lahore sono piene di oppositori politici non violenti. Questo è Musharraf, l’alleato dell’Occidente nella guerra al terrorismo.
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