Viva Napoli, la Loren e i napoletani. Ma oggi la città è un museo delle fogne

Di Tempi
22 Novembre 2007

Più napoletano del presidente della Repubblica non c’è nessuno. Napoletani sono anche tre ministri e ben quattro sottosegretari del governo Prodi. Napoletano è il magistrato più gettonato in questo saldo di fine stagione di Mani Pulite. E molti napoletani-campani sono ai vertici di giornali, istituzioni dello Stato, pubblica amministrazione, forze dell’ordine. Napoletana è la pizza, Totò e la Loren. E campane sono le donne più belle del mondo. Bellissima è Mara Carfagna e bellissimi sono gli americani in copp’a Posillipo, Peppino di Capri e gli amori amalfitani. Molto del genio italico passa dal mandolino di O’ sole mio e dalla lingua dei fratelli De Filippo (per dire: da Milano Prodi s’è portato solo la Pollastrini, che non è proprio una delle sette meraviglie del Nord). Insomma, Napoli è la città più rappresentativa sia nei palazzi romani sia nell’immagine che dell’Italia hanno all’estero.
Com’è, allora, che è diventata il museo delle fogne? Com’è che il suo quadro umano, antropologico, ambientale, somiglia più alla giungla delle tribù del Borneo che a quello di una normale città europea? Com’è che dopo 14 anni di cura Bassolino (uno dei simboli della “superiorità morale” berlingueriana) in Campania si è arrivati al punto che la gente non spera più niente? Incontrando un gruppo di studenti a Napoli, il Capo dello Stato ha invitato i giovani a non rassegnarsi. Come? Difficile a dirsi, Presidente. Tant’è che una intelligente ragazza ha alzato la mano e, come ebbe l’ardire di documentare il Tg2, Le ha opposto il dato che «a Napoli politici e istituzioni vengono a fare passerella, ma poi niente cambia». Sì, certo, “Napoli non è solo spazzatura e camorra”. Ma se al tempo dei Gava e dei Pomicino Napoli era almeno una Schaffhausen al confronto della Timbuctu che è attualmente (per non riandare all’Adamo ed Eva dei re borboni, quando fu una delle più aristocratiche capitali d’Europa, e Roma, al suo confronto, la campagna di Fioroni), un problema ci deve pur essere stato. Ed esserci. O no? Basterebbe il disastro partenopeo (e vogliamo parlare del resto del Sud?) per consigliare a un governo che in diciotto mesi è riuscito ad approfondire il baratro che c’è tra Meridione e Settentrione, a farsi parte di quella impresa di Grandi Intese, che è stata suggerita anche da  questo giornale e che settimana scorsa è stata rilanciata dal dottor Gianni Letta.

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