Bertinotti paragona l’uccisione del tifoso all’allarme rom. La democrazia scricchiola
Un amico commentava quel che è accaduto a Roma dopo l’uccisione di un tifoso da parte di un poliziotto lungo l’autostrada, dicendo di aver rivisto in vitro lo scenario della vittoria del fascismo. Un intero quartiere della capitale è rimasto per ore sotto il controllo di un gruppo armato che non ha esitato ad assaltare e devastare commissariati di polizia e comandi dei carabinieri, mettendo in scacco le forze dell’ordine e dando fuoco ai loro malandati mezzi di trasporto. Quando le forze dell’ordine – sole titolate all’esercizio della forza in uno Stato di diritto – non controllano più il territorio e non sono neppure messe in condizione di difendersi siamo in presenza di un’eversione trionfante. Si dirà che non è cosa nuova in Italia e che da tempo intere zone del paese sono sotto il controllo della malavita. Certo. Ma quel che è stato qui eccezionalmente grave è che molta parte del mondo politico è sembrata non avvedersi che l’uccisione del tifoso da parte del poliziotto non poteva costituire una giustificazione e neppure una spiegazione di quei fatti di terrorismo eversivo contro cui occorreva reagire come un sol uomo.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha insistito sulla necessità di punire le responsabilità del poliziotto per «ristabilire credibilità e fiducia nei confronti della polizia» ed «evitare che diventino memoria collettiva nei confronti delle forze dell’ordine», del cui spirito democratico egli non dubita anche se casi come questi «sembrano dire il contrario». Egli ha stabilito un bizzarro parallelismo tra l’uccisione del tifoso della Lazio e il noto omicidio compiuto da un romeno: in entrambi i casi si sarebbe sviluppata una reazione di odio indiscriminato, contro i poliziotti e contro i romeni, «come se la cancellazione dei romeni fosse la cancellazione della violenza». Insomma, Bertinotti rimprovera ai teppisti eversivi di aver confuso la cancellazione della violenza con quella della polizia. Come se la cancellazione della polizia fosse equiparabile alla richiesta che mezza città non sia occupata illegalmente da baraccopoli. Come se la deliberata violenza contro una donna fosse equiparabile a una colpa non intenzionale. E poi, due pesi e due misure: il poliziotto va punito (per evitare che la gente nutra odio per la polizia), ma contro la violenza negli stadi non serve la repressione, bensì l’«educazione alla convivenza».
Non c’è da stupirsi. Rifondazione comunista è il partito che ha santificato un giovanotto che ha tentato di colpire un poliziotto con un estintore, che è arrivato al punto di volergli intitolare la sede dell’ufficio di presidenza al Senato, e lo ha indicato come modello di «una voglia di cambiamento e della spinta ad incrinare un intero sistema di potere» (Giovanni Russo Spena). Che la finalità di Rifondazione sia questa spinta è noto. È invece sorprendente che troppe forze politiche si siano mostrate incapaci di distinguere i livelli di responsabilità e non abbiano indicato con la necessaria fermezza la frontiera oltre la quale si va direttamente e velocemente verso lo smantellamento dello Stato di diritto e verso la fine della democrazia. Questa frontiera è rappresentata da una difesa senza esitazioni delle forze dell’ordine – ferma restando la sanzione delle responsabilità individuali – e dal rifiuto di discorsi generici sulla violenza. Senza contare che, per ridare dignità, autorevolezza e professionalità alle forze dell’ordine, occorre toglierle dallo stato di miseria in cui sono state ridotte: anche la politica dei tagli economici alla sicurezza denota mancanza di senso dello Stato e scarso attaccamento alla democrazia.
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