Un cardinale con i piedi per terra
Irresistibile. Il libro in cui l’arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, racconta la sua storia e rilegge strada facendo una stagione cruciale per la Chiesa italiana (e non solo per lei) è finito su tutte le scrivanie dei protagonisti e degli osservatori più attenti di queste vicende. Ne abbiamo raggiunto qualcuno, per raccogliere reazioni, giudizi, contraccolpi.
«Un libro assolutamente straordinario», esordisce senza mezzi termini monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, che ha avuto la ventura di incrociare spesso la strada di Biffi, fin da quando, seminarista e poi giovane prete, ebbe l’occasione di assistere ai suoi incontri con don Luigi Giussani e altri grandi sacerdoti usciti dal seminario di Venegono. «Un libro da leggere e da studiare per capire le vicende socio-culturali dell’Italia e dell’intero Occidente nella seconda metà del Novecento. Perché si tratta di uno specchio di eventi epocali, di cui il cardinal Biffi è stato, pur senza proporselo, protagonista indiscusso. Questa autobiografia è paragonabile, per la statura del personaggio e per la profondità di lettura del nostro passato recente, alla biografia di Giovanni Paolo II scritta da George Weigel.
Lei che lo ha conosciuto, ci racconti chi è, allora, il cardinale Giacomo Biffi.
Biffi è l’ultima espressione matura, l’ultimo frutto, forse, della grande stagione della Chiesa ambrosiana, di quel flusso di fede, carità e cultura che da sant’Ambrogio attraverso san Carlo Borromeo è arrivata fino al cardinale Achille Ratti (poi papa Pio XI), a Schuster, a Montini, a Colombo. Non a caso Biffi è nato e cresciuto a Milano e appartiene alla piccolissima schiera di milanesi diventati preti a Venegono. Ed è un uomo del popolo, e si vede: la sua fede non ha mai la tentazione della presunzione culturale e intellettuale dell’aristocratico. È una fede largamente amica dell’intelligenza e animata dalla carità che conduce a vivere ogni gesto con impeto missionario. E questo gli ha dato una eccezionale capacità di comprendere, di penetrare tutti gli uomini che ha incontrato, una non comune profondità di giudizio e insieme una totale capacità di condivisione. Non si è mai lasciato fermare da un pregiudizio, mai, in tutta la straordinaria varietà di incontri che hanno segnato la sua vita. I maestri, i discepoli, le più diverse personalità del mondo ecclesiastico e politico, mai li ha affrontati a partire da un pregiudizio.
Nemmeno don Giuseppe Dossetti? Le pagine su di lui sono tra le più dure del libro.
Nemmeno Dossetti. Bisogna leggere le pagine drammatiche in cui Biffi parla di Dossetti. Non si capisce nulla del travaglio della Chiesa italiana del secondo Novecento senza queste pagine. Ma anche qui non ci sono pregiudizi sull’uomo, che viene accostato sempre con simpatia. Il giudizio è tutto sulla sua concezione. In primo luogo sulla sua presunzione di essere un autodidatta della teologia, pretesa che getta un’ombra su tutto. Poi sulla sua concezione della politica, che conosce solo tre snodi: l’individuo, il partito e lo Stato. E la società? Quella società in cui gli uomini esprimono la loro concezione della vita e che lo Stato deve servire? Non c’è. È una concezione ideologica di tipo marxiano, con una premessa di spiritualità individualista che non dà forma alla vita. Come ogni vero, grande intellettuale, Giacomo Biffi non ha mai imposto schemi sopra la realtà. Io gli ho sempre invidiato la capacità di lasciarsi mettere in discussione dai fatti. Ricordo un episodio che risale forse al 1970. Lui stava passando, diretto in arcivescovado, a Milano, per una piazza Fontana gremita da una manifestazione di studenti. A un tratto vide uno striscione, Comunione e liberazione: «Allora il cristianesimo non è ancora morto». E di lì nacque la sua simpatia verso il nostro tentativo. Certo, conosceva bene don Giussani, lo stimava, si incontravano spesso, ma fu da quel fatto che cominciò a stimare anche il tentativo che da lui stava nascendo. Da allora noi di Cl abbiamo sempre tratto moltissimo profitto dai suoi richiami. Perché proprio perché amava i fatti, non aveva timore di correggerli, con la sua sapiente ironia. È un vero pastore, secondo me l’ultimo grande cardinale, accanto a Camillo Ruini, della Chiesa italiana.
Un grande pastore. Cosa vuol dire?
Vuol dire che è stato una guida sicura, perché ha sempre avuto una totale chiarezza di giudizio. Quella chiarezza di giudizio che sola genera un’amicizia. Perché l’amicizia o è fondata sui grandi ideali, o soccombe all’instabilità degli affetti. Così è stato con Giovanni Paolo II: dalla sua fedeltà al ruolo di Pietro è nata una totale affezione alla persona di Karol Wojtyla. E Biffi come i grandi pastori ha avuto una totale libertà di parola. Ha sempre detto, liberamente, ad alta voce, quello che pensava, non ha lasciato passare un solo avvenimento della vita sociale senza giudicarlo. Si pensi, solo per fare un esempio, a quel che disse già quindici anni fa sui migranti, a come fu denigrato e a come oggi si riconoscono le sue ragioni. E a come staremmo meglio se le avessimo ascoltate prima. Ma lui non si è mai posto il problema se le sue parole fossero opportune e no. Aveva fatto suo il motto di Ambrogio, “ubi fides ibi libertas”. Che vibrazione risuona nelle sue parole quando parla di Ambrogio, dal quale ha imparato questo nesso, senza soluzione di continuità, tra la fede e la libertà.
Sandro Magister, dal 1974 vaticanista dell’Espresso, dal 2002 editor del sito www.chiesa, alle origini legato alla “Chiesa del dissenso”, poi approdato con il pontificato di Giovanni Paolo II a posizioni molto più vicine a quelle vaticane, è oggi uno dei più acuti osservatori del mondo cattolico e della sua politica. Gli domandiamo dunque come valuta il giudizio che il cardinal Biffi dà di questo mondo e di questa politica. «Il libro non vuole essere un’analisi del percorso della Chiesa nell’ultimo mezzo secolo – precisa -, il che però non vuol dire che non emergano giudizi espliciti, nelle parole e, forse ancor di più, nei silenzi».
Quali sono i giudizi più espliciti secondo lei?
Degli eventi di cui parla sicuramente la critica alle interpretazioni “progressiste” del Concilio Vaticano II, che lui vide subito cariche di equivoci rischiosi. E, strettamente legata alla critica al Concilio, quella a Dossetti e al dossettismo. E pensare che ricorda che, da giovani seminaristi, a Venegono, guardavano a Dossetti con simpatia, come all’esempio di un politico cristiano coerente. Poi però Biffi si accorse che questa sua attitudine politica finiva per politicizzare tutto, compreso il Concilio. È stato lo stesso Dossetti infatti, ricorda il cardinale, ad aver esplicitamente rivendicato il merito di avere utilizzato l’esperienza maturata durante i lavori della Costituente per “indirizzare” quelli del Concilio. Una deriva che finiva per travisare ogni cosa in termini politici. Una deriva alle cui origini sta una teologia debole: Biffi punta il dito contro il vanto di Dossetti di non avere avuto maestri in campo teologico. Perché tutti i grandi teologi hanno sempre avuto un grande maestro. È questo per esempio il grande merito di Venegono: una scuola in cui la fede si è trasmessa con continuità da un maestro all’altro. Almeno fino a un certo punto.
Cosa intende dire?
Niente. Come niente dice, appunto, Biffi. I silenzi del libro, impressionanti, sono più eloquenti di mille parole. Lui scrive che Giovanni Colombo è stato l’ultimo grande vescovo del Novecento. Poi, su Martini solo dodici righe, quasi incidentali. Su Tettamanzi, nemmeno una parola. Sui teologi che hanno insegnato a Venegono dopo i suoi grandi maestri niente, nemmeno una citazione, se non per Inos Biffi, uno a cui la diocesi di Milano ha sempre guardato con diffidenza. E quattro righe, causticamente dubbiose, sull’ex rettore dei seminari maggiori milanesi, don Luigi Serenthà. Quale sia lo stato attuale della teologia, non solo italiana, emerge del resto da un fatto di cui, secondo Biffi, non si è valutata tutta la portata, la pubblicazione dell’istruzione Dominus Jesus. Non era mai successo, neppure nei tempi più bui, dopo Ario, dopo Lutero, che la Chiesa avesse dovuto ribadire questa elementare verità, che Gesù è il solo Signore. Eppure la Dominus Jesus è stata criticata perfino in ambito cattolico. Certo, Biffi non parla neppure di Ruini, ma è evidente la condivisione del modo in cui quest’ultimo ha guidato la Chiesa italiana, in continuità con l’azione di Giovanni Paolo II. Biffi stimò totalmente l’opera di Wojtyla, il suo rilancio della fierezza per la grande tradizione della Chiesa. E per questo ebbe anche la libertà di criticarla quando non era d’accordo. Come quando il papa polacco fece i famosi “mea culpa”: Biffi ricorda che gli aveva fatto esplicitamente alcune riserve, e il Papa ne fece tesoro, ricorda, «ma non fino in fondo».
Anche don Gianni Baget Bozzo ha attraversato da protagonista tante stagioni della politica italiana, ma la sua lettura si concentra piuttosto sugli aspetti teologici del libro, sulla solidità della fede che sta alla fonte delle posizioni del cardinale. «La prima cosa che colpisce del libro del cardinal Biffi è il sottotitolo: perché “un italiano cardinale” e non viceversa? Perché qui sta il significato del libro: Biffi vuole mostrare che la fede cristiana entra nel cammino della storia e costituisce un popolo. Il popolo cristiano è “opera di Cristo”, come affermò Pio XII.
Non solo il popolo italiano.
No, ma in Italia è particolarmente evidente: la fede, il fatto cattolico entra nella vita della gente e si vede. Il popolo italiano è la storia della Chiesa vissuta. Non per nulla l’Italia è stato il primo paese dove il partito dei cattolici si è chiamato Partito popolare. La fede si identificava con l’anima del popolo. Cioè in Italia si vede con maggior integralità che altrove come la fede pervade la vita comune, ne rivela il senso, forma un’identità. La fede è arrivata a Biffi, uomo del popolo, attraverso questo flusso. Per questo si definisce “un italiano cardinale”, perché vede bene che la sua fede è nata nel seno di quella del popolo italiano. Poi al suo interno ha avuto ancora una caratterizzazione più particolare, quella della tradizione ambrosiana. La svolta della sua vita è avvenuta quando è stato scelto dal cardinal Colombo come collaboratore per curare l’edizione delle opere di sant’Ambrogio e per preparare il nuovo messale ambrosiano: qui nasce Biffi come persona, nell’incontro con la tradizione della Chiesa universale che prende forma nella Chiesa ambrosiana. E qui matura quella sua concezione della Chiesa fondata sulla tradizione e sulla liturgia, della liturgia come eco della tradizione, che trova una consonanza particolare con quella di Benedetto XVI.
E Biffi cosa ci ha messo di suo?
Una teologia tutta fondata sulla lettera di san Paolo ai Colossesi, quella che spiega che la Chiesa è una nuova realtà dentro il mondo, una nuova creazione in cui il temporale si incontra con l’eterno, una realtà cosmica in cui tutto è piantato. Perché è il corpo di Cristo, Cristo in cui tutte le cose trovano la loro consistenza. Questa è altissima cristologia, e in questo Biffi è unico: nessuno, né prima né dopo il Concilio, si è azzardato a fondare tutto sulla lettera ai Colossesi. Ma questo gli ha permesso di avere un criterio di giudizio solidissimo per affrontare la vita quotidiana con grande lucidità. È stato un grande pastore perché è stato un grande teologo.
E pensare che un tale erede della tradizione milanese è finito a Bologna.
Nella Bologna di Dossetti e di Alberigo, il centro della sinistra intellettuale cattolica, di una lettura tutta secolarizzata del cattolicesimo, che diluisce la fede nella storia, una fede soggettiva che fluisce nella storia senza darle forma, un chiaro esempio di come la concezione protestante sia penetrata anche nel mondo cattolico. Dossetti era un grande seduttore. Anch’io, per un breve periodo (erano gli anni Cinquanta) ne sono stato affascinato. E Lercaro, il predecessore di Biffi sulla cattedra di Bologna, ne era stato completamente sedotto. Il dossettismo, pericolosissimo, era arrivato fin nella stanza dei bottoni, a inquinare la sorgente della cultura intellettuale della Chiesa. Io credo che Giovanni Paolo II abbia mandato Biffi a Bologna proprio per questo. E lui ha subito visto lucidamente dove stava la sorgente dell’errore.
E dove stava l’errore di Dossetti?
Nell’orgogliosa rivendicazione di non avere avuto maestri. Perfino san Tommaso d’Aquino, sottolinea Biffi, dichiara il suo debito verso i suoi maestri. Non si può essere teologi autodidatti, altrimenti ci si inventa una fede che non è quella della Chiesa. E qui torniamo all’inizio. La fede della Chiesa è la tradizione, una tradizione che ci raggiunge attraverso un popolo.
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