Il bio finisce dove inizia l’uomo

Di Morandini Piero
22 Novembre 2007
È da quando abbiamo iniziato a coltivare la terra che manteniamo in vita varietà di piante contro la "volontà" della natura

Si sente spesso parlare di Ogm e di contaminazione genetica. Ma cosa sono gli Ogm e qual è il rischio che colonizzino in modo permanente i campi coltivati e gli ambienti naturali? Spiegare cosa siano gli Ogm richiederebbe un libro (e ne esistono di buoni, ad esempio Ogm o non Ogm. Come comportarsi con gli alimenti geneticamente modificati di Alan McHughen, Centro Scientifico). Ma per chi non ha tempo invoco il principio del “testimone affidabile” e riporto due frasi da una dichiarazione sottoscritta da oltre tremila scienziati (e venticinque premi Nobel) sugli Ogm: «L’aggiunta di geni nuovi o differenti negli organismi per mezzo delle tecniche del Dna ricombinante non comporta di per sé rischi nuovi o più elevati rispetto alla modificazione di organismi con metodi più tradizionali» (www.agbioworld.org/declaration/petition/petition_it.php). Se quindi gli Ogm non sono concettualmente diversi rispetto alle piante convenzionali, come mai sono visti come un pericolo per l’agricoltura e l’ambiente? La risposta breve è: per ignoranza (o malafede). La risposta articolata è qui di seguito e negli altri articoli pubblicati su questo speciale.
Quali caratteri sono preferiti dalla selezione naturale? Esaminiamo due piante vicine. Immaginiamo che, a causa di una mutazione, una cresca più velocemente e diventi alla fine più alta. Avrà più luce a di-sposizione, quindi farà più fotosintesi e più semi, ragion per cui il mutante sarà favorito dalla selezione naturale. Altro carattere vantaggioso in natura è la capacità di sfruttare dosi minime di nutrienti, perché questi spesso scarseggiano, come accade ad esempio in un prato (l’affollamento significa competizione e quindi scarsità di risorse). Mutanti che accumulano più pesticidi naturali nelle foglie, cioè sostanze tossiche che interferiscono con il ciclo vitale di parassiti come insetti o funghi, sono ovviamente favoriti. In natura non si trovano facilmente piante con semi o frutti di grande dimensione: un grosso seme implica un grosso investimento in termini di riserve e pochi semi, visto che le risorse sono limitate. Pochi semi significano pochi tiri alla roulette della vita e poche possibilità, perciò non è un carattere solitamente favorevole. Inoltre è importante che i semi vengano dispersi lontano e in gran numero, così da conquistare nuovi spazi, ed è meglio che il seme sia resistente all’attacco di funghi e batteri, per non marcire facilmente, che non sia distrutto da larve o roditori, per cui sarà favorito il seme che accumula sostanze tossiche, come composti che rilasciano cianuro quando le cellule sono frantumate. Adesso arriva la sorpresa: tutti questi caratteri, di grande importanza per la sopravvivenza e il successo in un ambiente naturale, sono assenti o molto ridotti nelle piante coltivate, perché l’uomo trova questi caratteri indesiderabili e quindi ha sempre scelto, ove possibile, gli individui che non li presentavano (in pratica dei mutanti).

La legge dello spaventapasseri
Osservate i cereali coltivati: sono di norma più bassi (nani) rispetto ai corrispondenti selvatici o alle varietà più antiche, cioè quelle meno selezionate dall’uomo (questo è vero per grano duro e tenero, riso, orzo, avena.). Le erbacce in generale crescono velocemente e soffocano le piante coltivate (lo sa benissimo chi coltiva un orto). La fertilizzazione dei campi rende le piante coltivate molto produttive, ma esse perdono spesso la capacità di accontentarsi di piccole quantità di nutrienti. Le specie coltivate hanno in genere un contenuto molto ridotto di pesticidi naturali, che sono tossici non solo per le loro “pesti” (insetti, erbivori, funghi.), ma anche per l’uomo. Volete un esempio? Provate a mangiare dei semi di ricino. L’uomo ha sempre selezionato semi o frutti di grandi dimensioni. Poche mele grandi sono molto meglio di tante mele piccole. Lo stesso vale per i chicchi dei cereali, i pomodori, le pesche. praticamente per tutti i frutti e i semi delle specie coltivate. Un esempio eclatante riguarda la dispersione dei semi: tutti i cereali selvatici disperdono i semi velocemente quando sono maturi, mentre in quelli coltivati i semi rimangono sulla spiga (si veda la differenza tra l’avena selvatica e quella coltivata nelle figure a pagina 66). Questo è desiderabile per il contadino: provate voi a raccogliere mille semi di avena da terra oppure invece raccogliendo poche spighe.
I semi delle piante coltivate, anche quando cadono per terra, difficilmente riescono a sopravvivere e a riprodursi: molti sono infatti mangiati dagli uccelli proprio perché appetitosi (anche a loro piacciono pochi semi, grossi e che non facciano venire il mal di pancia). Quelli che sfuggono anche ai roditori, in genere marciscono proprio a motivo del basso contenuto in pesticidi naturali. In altre parole, anche a volatili, topi e funghi piacciono le piante selezionate dall’uomo e per questo l’uomo deve costantemente difenderle (è la legge dello spaventapasseri). E così via per molti altri caratteri: quelli desiderabili per l’uomo sono spesso poco desiderabili per la natura. La selezione naturale e la selezione operata dall’uomo vanno inesorabilmente in direzioni opposte.

Un rischio che si può accettare
Esistono però alcuni casi in cui questo non è vero: varietà selezionate per l’agricoltura biologica presentano a volte un aumento nel contenuto di pesticidi naturali che sono tossici per l’uomo (una varietà biologica di sedano conteneva psoraleni, sostanze mutagene e cancerogene, in quantità 8 volte superiore rispetto alle varietà convenzionali). Un carattere quindi simile a quello naturale, ma che non migliora necessariamente la qualità del prodotto. Cosa succede quando una varietà transgenica si incrocia con una pianta selvatica? Il carico genetico negativo (l’insieme dei geni sfavoriti dalla selezione naturale) che viene posto sull’ibrido, renderà minime o nulle le possibilità di successo dell’ibrido stesso rispetto al selvatico. Anche se ammettessimo il caso impossibile in cui tutti i geni della pianta coltivata siano recessivi (che vengano cioè nascosti dalle copie ancora selvatiche del gene) e che l’ibrido abbia il vigore del genitore selvatico, allora questi caratteri sfavorevoli tenderanno inesorabilmente a saltare fuori nelle generazioni successive e a rendere la pianta un pessimo corridore nell’ambiente naturale. In pratica, anche se la “contaminazione” genetica avviene, i geni della pianta transgenica non hanno una grande probabilità di propagarsi. Possiamo concludere che l’agricoltura (o le biotecnologie ad essa applicate) non comportino rischi? Certamente no. Infatti la storia dell’agricoltura testimonia che ci sono stati alcuni esempi in cui le pratiche agricole hanno portato a nuovi problemi perché hanno prodotto erbe infestanti ancora più resistenti. Di fronte però al merito di un’agricoltura che riesce a sfamare circa 6,5 miliardi di esseri umani, direi che i rischi sono accettabili.
Quindi l’obiezione che prevede scenari apocalittici (“non si possono prevedere le conseguenze di una contaminazione genetica delle specie selvatiche da parte delle piante transgeniche”), è del tutto infondata, è una grande bufala che viene propagata ad arte perché solo il 3-4 per cento della popolazione ha ancora un contatto con la terra e l’agricoltura. Se non siete ancora convinti provate a pensare: nessuno semina le erbe infestanti (le erbacce, nel gergo comune), eppure esse conquistano subito ogni spazio disponibile. Molte infestanti presentano un vigore e una capacità di rigenerazione impressionante. Le piante coltivate, al contrario, hanno bisogno di essere seminate, difese dall’invadenza delle infestanti, dai parassiti, il seme maturo deve essere raccolto e mantenuto al riparo. Quando sono calpestate difficilmente si riprendono e raramente si rigenerano da frammenti. Chiunque abbia un orto conosce tutte queste caratteristiche. L’uomo, prendendosi cura delle piante coltivate, sopperisce alla loro grande debolezza e ne permette la riproduzione: senza l’uomo esse non sopravviverebbero che per poche generazioni.

Nei campi la natura non c’è
Uno studio di alcuni anni fa lo ha confermato: le piante coltivate si estinguono rapidamente nell’ambiente naturale e quelle transgeniche non fanno eccezione, perché sono anch’esse piante coltivate frutto dell’opera dell’uomo. Finora abbiamo parlato di contaminazione genica tra specie selvatiche e specie coltivate e abbiamo concluso che i rischi di creare supererbacce sono ragionevolmente bassi, motivo per cui è sensato correre il rischio a motivo dei benefici delle piante coltivate (transgeniche o meno). Un discorso simile si può fare per la “contaminazione” tra varietà diverse della stessa specie, ad esempio tra mais convenzionale e biologico. La contaminazione è sempre avvenuta senza che si siano verificate catastrofi e sono circa cento anni che il problema è gestito a livello commerciale (sementi o prodotti devono soddisfare certi limiti di purezza). Trattenete questo messaggio: le piante coltivate non sono piante naturali. Il modo migliore per sperimentarlo è coltivare un orto, anche piccolo. E se qualcuno verrà ad agitarvi lo spettro della “contaminazione genetica”, fatevi una risata. Buon lavoro.
*ricercatore di Biotecnologie vegetali,
Università degli studi di Milano

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