Superpatata il castigamatti

Di Bottarelli Mauro
22 Novembre 2007

Al grande pubblico il nome Amflora non dice molto, forse nulla. Ma per i talebani del biologico, per i paladini del no-ogm a qualsiasi costo questo nome rappresenta un incubo. Amflora altro non è che il nome scelto da Basf, azienda tedesca leader nella chimica e ora approdata nel campo delle biotecnologie, per il progetto di “superpatata”. Di cosa si tratta è presto detto: la patata contiene due componenti base, amilosio e l’amilopectina, quest’ultima fondamentale per uso industriale nel comparto cartario, tessile e degli adesivi. Cosa hanno fatto di così tremendo gli scienziati della Basf? Hanno “spento” il gene per la produzione dell’amilosio ottenendo una patata che contiene amilopectina in purezza da utilizzare per scopi industriali. Quali drammatiche conseguenze porta con sé questa scelta? Minore utilizzo di energia e risorse, maggior qualità del prodotto ed efficienza del processo. Insomma, solo cose utili alla collettività. Impatto ambientale e a livello di sicurezza per l’uomo: zero, nessun rischio. Ebbene, a tutt’oggi l’Unione Europea non ha ancora deciso se dare l’ok a questo progetto. La ragione? Tutta ideologica.

Prima il via libera e poi lo stop
L’iter della vicenda parla infatti da solo. Nel 1996 la Basf ha presentato il dossier, attendendo fino al 2003 affinché la nuova legislazione europea permettesse la presentazione di un report implementato rispetto al grado di avanzamento delle ricerca. Tre anni dopo, ovvero nel febbraio dello scorso anno l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, dava il proprio via libera al progetto: «Amflora è sicura per l’uomo, gli animali e l’ambiente come qualsiasi patata convenzionale».
Un via libera con tutti i crismi, insomma. Peccato che nei due voti tenutisi nel 2006 e pochi mesi fa sia il Comitato regolatorio che il Consiglio dei ministri non riuscirono a giungere a una maggioranza qualificata. Perché, visto che Basf è già pronta a partire con la coltivazione il prossimo anno ed ha investito centinaia di milioni di euro in un progetto definito sicuro proprio da un organo di controllo comunitario? Questione politica, solo politica. Da un lato la lobby verde e biologica che non intende concedere nulla al progresso (ancorché sicuro e finalizzato proprio al risparmio di risorse) e dall’altro quella che casualmente ha mutato il proprio atteggiamento verso Amflora da quando Basf ha stretto una partnership con Monsanto, il gigante ogm statunitense, per quanto riguarda progetti non core issue come la soia.
La concomitanza temporale tra la firma dell’accordo e i due voti negativi seguiti al parere positivo dell’Efsa lasciano poco spazio al dubbio. Bruxelles va contro gli interessi dei cittadini e dell’economia europea perché teme che Monsanto, il grande demone, utilizzi Basf come cavallo di Troia per entrare in Europa. Peccato che Basf, per dimensioni, non ne abbia bisogno. Con un fatturato di 50 miliardi di euro e un utile operativo di 7,2 miliardi di euro, Basf per alcuni mesi è stata addirittura in procinto di comprare Monsanto: come possa passare dal ruolo di potenziale acquirente a quello di sciocca quinta colonna appare difficile capirlo senza far ricorso a una buona dose di malafede.
«La biotecnologia vegetale ha tutte le caratteristiche per essere definita sostenibile e offre valore aggiunto ad agricoltori, industria e utenti finali», ha dichiarato in conferenza stampa a Berlino Hans Kast, presidente e Ceo di Basf Plant Science. «Amflora ne è un esempio perfetto: questa patata da amido, ideale per le applicazioni industriali, aggiunge valore all’intera filiera e consente di realizzare prodotti cartacei di elevata qualità. La patata da amido sarà il primo prodotto geneticamente ottimizzato coltivato per fini industriali. Contiamo di iniziare la coltivazione nel 2008 – ha spiegato Kast – in collaborazione con l’industria dei sementieri e le aziende agricole fornitrici».
Secondo Basf, la produzione di Amflora sarebbe già in grado di generare utili, circa 30 milioni di euro l’anno, grazie alla concessione in uso del brevetto agli agricoltori e alle industrie specializzate nella lavorazione dell’amido. Entro il 2025, il business delle biotecnologie associate all’agricoltura potrebbe toccare i 50 miliardi di euro l’anno e la casa tedesca non si è fatta scappare l’affare: dal 2006 al 2008 ha già investito oltre 400 milioni di euro nel settore avviando progetti di collaborazione con le università europee e nordamericane e nuove partnership. La più recente è con Monsanto Company, e con Crop functional genomics center (Cfgc), un consorzio sudcoreano di 200 ricercatori che lavorano presso 40 diversi istituti. Obiettivo di entrambi gli accordi è di aumentare e proteggere i raccolti delle colture principali: grano, colza, soia e cotone. La cooperazione con la coreana Cfgc consente inoltre a Basf di ampliare il proprio ambito di attività al riso. «Nel prossimo decennio saremo in grado di incrementare il rendimento di oltre il 20 per cento per alcune delle colture più importanti al mondo, come il mais  – ha dichiarato Peter Oakley, membro del board esecutivo di Basf -. In secondo luogo, proteggendo le colture dalle condizioni ambientali avverse come la siccità, potremo ridurre significativamente le perdite nel raccolto».

Alibi che fanno acqua
Quale possibile alibi, quindi? Per i detrattori alcuni studi avrebbero dimostrato che la “superpatata” può creare resistenza a due antibiotici, la kanamicina e la neomicina, ma per la stessa Efsa, organismo comunitario, questo non sarebbe un problema perché i due antibiotici «non hanno nessuna importanza terapeutica o hanno solo una rilevanza minore». Grazie al cielo qualche voce pragmatica si ode anche da Bruxelles, facendo ben sperare per un ripensamento da parte della Commissione: «La patata è sicura al 120 per cento», ha detto Barbara Helfferich, portavoce del commissario all’Ambiente, Stavros Dimas. Anche perché un via libera potrebbe dare impulso alle nuove ricerca che Basf sta compiendo anche per ottenere da piante e alghe gli acidi grassi polinsaturi presenti nel pesce e fondamentali per la salute dell’uomo.
La produzione bio-tech di questi elementi garantirebbe un’alta qualità del prodotto e una produzione sufficiente al fabbisogno giornaliero che è di 1-2 grammi. Anche in questo caso, però, i soloni del no-ogm già storcono il naso: a loro non importa che più persone possano godere di maggiori risorse a un miglior prezzo, vogliono tutelare letteralmente il loro orticello e le loro rendite. Speriamo che per una volta Bruxelles usi la testa e dia il via libera ad Amflora, la “superpatata” che sembra divenuta il problema più grave da affrontare.

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