Ortaggi ostaggi del fanatismo “biodiverso”
Una delle tante favole metropolitane (metropolitane perché gli agricoltori sono meno proni a questo tipo di fantasie) sulle piante transgeniche è quella in cui si racconta di come queste siano un pericolo per la biodiversità. Innanzitutto occorre chiarire bene cosa sia la biodiversità: quante più specie sono presenti in un certo ambiente, tanto maggiore sarà la biodiversità. Occorre distinguere se l’ambiente in esame è un ambiente naturale oppure un campo coltivato, quest’ultimo è infatti visto come qualcosa di artificiale. Sarebbe bello affontare la questione di cosa sia naturale e quindi avere una definizione di natura, ma non c’è tempo nè spazio in questa sede. In un campo coltivato, in genere, esiste una sola specie e una sola varietà di quella specie, e quindi possiede il minimo livello possibile di biodiversità. In altre parole l’agricoltura è, dentro un campo coltivato, una formidabile nemica della biodiversità perché tendenzialmente elimina del tutto quella naturale e la sostituisce con una “artificiale” ridottissima. Avere un’agricoltura intensiva ad alta resa aiuta quindi a preservare la biodiversità nelle aree non coltivate. Un’agricoltura a bassa resa necessita infatti di una maggiore superficie e quindi lascia meno terra agli ambienti naturali. Se l’agricoltura moderna avesse ancora le rese di 100 anni fa, avremmo bisogno di coltivare dal doppio al triplo della superficie attualmente coltivata, superficie che non abbiamo, a meno di non abbattere tutte le foreste.
La biodiversità naturale è da preservare per vari motivi estetici e pratici. Estetici perché tutte le specie hanno dei lati affascinanti e perché un ambiente ricco di specie è più bello di un altro con una o poche specie. Pratici, perché ogni specie rappresenta una ricchezza in termini di morfologie, geni, proteine e sostanze naturali che sarebbe un peccato perdere. Tutto potrebbe tornare utile, ma nel momento in cui una specie si estingue non è più possibile recuperare questa ricchezza. Ricordiamoci però che nel corso della storia della vita sulla terra sono andati persi, per cause naturali (cioè non per colpa dell’uomo) oltre il 99,99 per cento delle specie esistite, quindi non occorre fare tragedie per una specie che si perde; la biodiversità non è una divinità a cui tutto va sacrificato.
Torniamo adesso ai campi coltivati: è importante possedere una certa variabilità anche all’interno delle specie coltivate, di nuovo per motivi estetici (pensate ai fiori e ai frutti) e pratici. Esistono centinaia di varietà di mais, di pomodoro, ciascuna con il suo gusto, profumo, capacità di crescere meglio in certi ambienti e resistenza (o debolezza) a parassiti e malattie. Perdere anche una sola varietà equivale alla scomparsa di un linguaggio per estinzione dell’ultimo membro dell’unica tribù che lo parlava. In termini genetici vuol dire che i breeder (quelli che fanno incroci e selezione di nuove varietà) hanno meno materiale a disposizione, meno possibilità di trovare un carattere interessante o rilevante. Se ci fosse una sola varietà di patata naturalmente resistente allo dorifora (un insetto che la divora) e questa varietà andasse perduta, la cosa sarebbe molto disdicevole perché si perde un carattere interessante che può tornare molto utile.
Negli Usa vengono coltivate circa 600 varietà di soia. Alcune più adatte a certi terreni, altre più resistenti a condizioni siccitose, altre ancora più capaci di resistere a qualche malattia fungina. L’introduzione della soia transgenica tollerante agli erbicidi (la cosiddetta soia RR o Roundup Ready) avrebbe potuto spazzare via queste varietà e sostituirsi completamente ad esse, facendo perdere una grande ricchezza “genetica” accumulata in decine e decine di anni. Quello che invece è successo è che il carattere di resistenza all’erbicida della soia RR è stato trasferito (tramite incrocio ricorrente) a quasi tutte le 600 varietà locali ottenendo alla fine 600 varietà locali tolleranti all’erbicida. In questo caso la transgenesi non ha diminuito la biodiversità agricola, ma al contrario ha aumentato il numero totale di varietà disponibili. Visto che contro i fatti i ragionamenti non possono nulla, ecco la dimostrazione che la transgenesi non costituisce di per sé un pericolo per la biodiversità agricola e chi sostiene il contrario o non conosce o mente.
Tristi morali e ironie della storia
Possiamo concludere che la transgenesi è quindi automaticamente amica della biodiversità? No, perché l’effetto finale sulla biodiversità dipende dalla specie e dal carattere in esame. Personalmente credo che la transgenesi sia più amica della biodiversità che nemica, perché le tecniche moderne permettono spesso, non sempre, di aumentare le rese per ettaro e quindi riducono la superficie coltivata. In altri casi invece permettono di salvare varietà destinate all’estinzione. Capita infatti che sorgano sempre nuove malattie e che certe varietà antiche non presentino caratteri di resistenza tali da permettere la sopravvivenza della coltura (almeno in termini economici). In parole povere, non è più possibile coltivarle perché le rese sono troppo basse o il prodotto invendibile. è ad esempio il caso del pomodoro S. Marzano, reso incoltivabile per la suscettibilità a una virosi. L’unica via percorribile con tecnologie convenzionali è quella dell’incrocio con varietà resistenti, ma di incrociarlo non se ne parla, perché attraverso l’incrocio si perde quella particolare combinazione di caratteri che rendeva la varietà peculiare.
Non rimane quindi che rassegnarsi: conservare la varietà in una “banca del seme” congelata magari a -180 gradi e rivangarla di tanto in tanto con nostalgia, “ricordi com’era buona.”. Se ammettessimo però l’uso delle tecnologie più moderne – l’ingegneria genetica appunto – che sono più precise e sicure dei metodi precedenti (che contemplano uso di radiazioni o incroci con specie selvatiche tossiche o distanti) potremmo rendere la varietà resistente senza intaccare i caratteri del gusto o della forma e lasciando quindi la varietà come è. La triste morale di questa storia è che il S. Marzano transgenico resistente alla virosi esiste già, ma non è permessa la coltivazione. E, ironie della storia, a non permetterlo sono proprio i cosiddetti paladini del gusto e della biodiversità.
*ricercatore di Biotecnologie vegetali,
Università degli studi di Milano
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