Il poeta delle cose
È il 1937. Un giovane di 25 anni, Gianfranco Contini, pubblica la critica più articolata e profonda del primo Rebora, a un anno dalla sua professione definitiva nell’Ordine rosminiano: gesto così radicale che sembra aprire una stagione di silenzio delle parole e di obbedienza alla Parola di un Altro: Contini aveva conosciuto il poeta lombardo a Domodossola e lo fece incontrare all’amico Montale nel ’42. «Non ebbe pace finché non gli ottenni il permesso di una visita» (la loro lunga amicizia risale precisamente alla critica sul primo Montale apparsa proprio nella Rivista Rosminiana nel ’33). Sarà Montale a rievocare nel necrologio sul Corriere della Sera uno degli ultimi incontri con l’amico poeta, scrivendo «la voce di Dio è sottile, è appena un ronzio, quasi inavvertibile. Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto». Quasi a chiosare la lirica Dall’immagine tesa: «Non aspetto nessuno:/ ma deve venire,/ verrà se resisto/ (.) verrà d’improvviso/
(.) verrà, forse già viene/ il suo bisbiglio.».
La più alta poesia italiana del Novecento sta tutta in questo frammento che chiude i Canti anonimi del 1922. La parola come attesa, in cui è implicito tutto il movimento dell’io, quell’esser tesi, quel tendere a qualcuno, verso un infinito, un eterno che s’affacci negli interstizi del presente (analogo allo “streben” che trama tutta la poesia leopardiana, la sua musicalità, così cara e studiata da Rebora, e il suo lessico. Come non risentire l’eco di quel Pensiero dominante in cui poesia d’amore e poesia religiosa si congiungono, a partire dall’invocazione al pensiero stesso? Sentimento che esige il deserto attorno, la solitudine e il silenzio e chiama a un cammino verso un tu misterioso e anelato). Un attendere tutto giocato sul contrasto, sulla figura dell’ossimoro (“Vigilo. e non aspetto nessuno”), che nel corso del Novecento sarà deputata ad esprimere la contraddittorietà dell’esistenza o dell’attesa di Dio.
Ricordare Rebora a 50 anni dalla morte è fare i conti con chi, secondo il poeta Giovanni Raboni, è il più grande poeta del Novecento, assieme a Montale, ma appartato da quella linea vincente che esalta l’autonomia della poesia, del significante, o la tendenza alla prosa del linguaggio poetico. Non a caso Pier Paolo Pasolini nel ’56, recensendo i Canti dell’infermità, risaltava il suo essere un maestro in ombra della poesia successiva, maestro perché legato alla vita e non alle parole; maestro insieme a Boine, Sbarbaro, Jahier o Campana, «perché il loro luogo è la loro anima, la loro vita interiore. ma nella storia Rebora permane e con tutta umiltà».
Da Montale a Caproni
Non a caso i poeti della generazione successiva alla Guerra legati al Frontespizio di Firenze, come Luzi, Bettocchi, Caproni, Bigongiari, Parronchi, Macrì, lo riscopriranno nel suo magistero. Così scrive Caproni nel ’56: «Rebora, come Ungaretti, non ha fatto a pezzi cuore e mente per cadere in schiavitù di parole, è un uomo che ha preferito prender la parola per il collo e trasformarla fino all’impossibile».
La poesia sorge, dunque, come impegno morale e ricerca di un senso alla drammaticità del vivere, fin dai Frammenti lirici, l’opera prima del 1913 dedicata ai primi dieci anni del secolo, ove il linguaggio duro, dissonante, quasi petroso, come in Michelangelo e Dante, il contrasto città/campagna, vita dell’individuo e ricerca, apertura agli altri, costituiscono l’unità di quella raccolta, che uno dei nostri più grandi critici come Contini collega all’Espressionismo per «quel prolungamento dell’io nel mondo (.) in quell’appigliarsi ad ogni sporgenza del linguaggio per comunicare il proprio tremito al mondo». Una poesia, dunque, di forte tensione etico-esistenziale: «Rebora non è mai poeta di descrizione, ma piuttosto un poeta di trasfigurazione e di trasformazione delle cose, soprattutto degli elementi della natura – scrive Barberi Squarotti. La poesia nasce così come viaggio morale, confronto della coscienza con i princìpi etici e della vita». Recensendo la raccolta nel ’14, l’amico Angelo Monteverdi ne rievocava il clima: «Ci siamo affacciati alla vita con un’innata volontà di fede, abbiamo cercato dappertutto, con ansia infaticabile qualcosa a cui credere, per cui vivere, per cui morire anche. E il deserto c’era davanti. E nessuno rispondeva alle nostre grida. Che fare?». È questa la domanda sottesa fino alla conversione nel ’29 e alla morte nel ’57, dopo mesi di sofferenza. In Curriculum vitae del ’56 scriverà: «Quando morir mi parve unico scampo,/ varco d’aria al respiro a me fu il canto:/ a verità condusse poesia/ (.) Svanì il creato ed apparve il Creatore/ (.) La Parola zittì chiacchiere mie». Nel letto della cella gli si staglia dinnanzi non più il mondo come rappresentazione, bensì la parabola di un mondo liberato che si offre come evento, segno di quel “hospes dulcis animae”, in nome del quale «far poesia è diventato per me più che mai, modo concreto di amare Dio e i fratelli. Il mio pregare è divenuto invocazione muta, interna, di ogni momento».
Il poeta Mario Luzi distingue, in un articolo sul poeta, fra contemporaneità (quella dei Futuristi che volevano essere attuali e assimilati al loro tempo) e modernità, quella di Rebora «che ha sofferto in tutta la sua profondità il dramma consapevole della lacerazione». Così in lui rimane ineludibile il problema del rapporto tra l’io e la realtà, tra soggetto e oggetto, nella tensione, tipica della tradizione lombarda (da Manzoni all’illuminismo del Parini), ad una parola in re, amalgamata alle cose e alle possibilità della vita, sempre impreviste. «Sono un cane da fiuto del divino nell’umano ma non bramo catturarlo, e perciò seguo l’inedia – scrive al fratello Piero nel ’23. Amo il progresso immortale e il lavoro degli uomini per conseguirlo, vorrei trasfondermi in esso come atomo fecondo e intanto di me non so che fare. Ciò non toglie che tendo a fare.». Allora, come dice Giussani, misteriosamente, decide di «morire da re, padrone di se stesso, nascendo al Regno».
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