I furbetti del libricino

Di Punzi Vito
29 Novembre 2007
Rosa Luxemburg rivoluzionaria buona, Astrid Lindgren paladina della famiglia anarchica. Preconcetti acquisiti che si ingrassano a suon di operazioni culturali truffaldine

Rosa Luxemburg non era la rivoluzionaria riformista tanto cara ai Bertinotti di casa nostra? Il Sessantotto ha volutamente ostracizzato quell’Astrid Lindgren sostenitrice della famiglia tradizionale e al mondo nota come l’inventrice di Pippi Calzelunghe? Certe domande, in certi ambienti, non vanno poste. Perché se c’è un posto in cui chi nasce buono muore buono (e viceversa chi riceve in dote l’antipatia resterà obliato dalla cultura di massa) è lo scaffale.
Rosa Luxemburg, appunto. Per i comunisti delusi incarna la tradizione e i contenuti di un “vero” socialismo, quello per il quale avrebbe combattuto e sarebbe infine morta, da martire, vittima, nel 1919, dei Freikorps agli ordini del socialdemocratico Friedrich Ebert. A sostenere quest’immagine della rivoluzionaria polacca d’origine ebraica arriva ora in libreria Un po’ di compassione (Adelphi), un libercolo contenente una lettera della Luxemburg dalla prigione di Breslau del dicembre 1917, destinata a Sonja Liebknecht. A questa missiva, che è ben poca cosa rispetto al corpo delle sue opere (cinque volumi), ci si è voluti appigliare per contribuire a rifondare i tratti d’umanità di un’ideologia ovunque fallimentare. In parte curioso e certo significativo che la “compassione” della protagonista in questo libro non sia indirizzata verso uomini, ma animali, nella fattispecie verso un bufalo, che, sottoposto a frustate, mostra una «espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo». L’operazione adelphiana, curata da Marco Rispoli, grazie all’aggiunta di testi di Karl Kraus, di Franz Kafka, di Elias Canetti e di Joseph Roth, vorrebbe offrire dignità letteraria alla lettera, ma anche dimostrare come l’empatico sentire della Luxemburg fosse condiviso e diffuso «tentativo di immaginare un cammino di salvezza per uomini e animali».
Di fatto le cose stanno diversamente. Ottenuta la cittadinanza tedesca nel 1897, Rosa Luxemburg aderì subito al Partito socialdemocratico tedesco (la Spd), guidato da Karl Kautsky, e da allora diede con continuità il proprio lucido contributo rivoluzionario a difesa del marxismo più puro ed ortodosso, contro il revisionismo riformista. La leggenda di Rosa, la “buona” rivoluzionaria, ha trovato il proprio apice in una sua famosa frase che dovrebbe rappresentare il culmine della sua critica al terrore bolscevico: «La libertà per i soli membri di un Partito – fossero anche molti – non è vera libertà. La libertà di pensiero è sempre libertà di “pensare diversamente”». Peccato che il contesto mostri chiaramente come quella preoccupazione “liberale” fosse da applicarsi solo all’interno dell’ambiente rivoluzionario. La libertà di pensare diversamente non era infatti contemplata per i “nemici” del socialismo: capitalisti, democratici intellettuali “borghesi”, nobili, cristiani, socialdemocratici. Contro questi ultimi, dopo il loro plauso ai crediti di guerra, nel 1914, non fece che indirizzare odio e scherno: «I più grandi e infami farabutti che abbiano abitato la terra», arrivò a definirli. Con loro non c’era alcuna possibilità di comprensione, nessun compromesso possibile, solo «lotta per la vita o per la morte». Compassionevole sì, ma solo col bufalo incontrato per strada, di certo non pericoloso per la sacra causa del comunismo.
Vittima non riabilitata, invece, dello sport di prendere un pezzetto della produzione di un intellettuale per farne la cifra distintiva del suo pensiero, è invece la scrittrice svedese Astrid Lindgren. La mamma,  per dirla secondo la lettura emancipata alla Concita De Gregorio, di una letteratura per l’infanzia che ancora oggi ha la propria ragione d’essere perché critica rispetto al modello tradizionale di famiglia. In realtà la Lindgren non ha nulla che fare con tutto questo. Lo dimostrano la sua biografia e una vasta serie di sue dichiarazioni che in Italia non sono mai arrivate. Dopo la nascita della sua Karin, nel 1937, la scrittrice svedese decise di trascorrere alcuni anni da casalinga. Una scelta commentata così diversi anni dopo: «Una donna ha il diritto di avere un proprio lavoro, di essere autonoma e di guadagnare denaro, ma se ha figli dovrebbe amarli al punto di decidere di passare con loro almeno i primi anni della loro vita». La stessa idea del personaggio Pippi le venne nel 1941, assistendo la figlia, costretta a letto da una malattia.

Quando ridere non si poteva
In Germania, dove ancor oggi è una della scrittrici più lette, il successo è stato enorme, fin dall’uscita del primo libro dedicato a Pippi, pubblicato nella Repubblica Federale nel lontano 1949. Un successo che in varie epoche ha pagato pesanti dazi. Cominciarono i sessantottini, quando nel contesto delle spietate critiche alla fiaba (ritenuto un genere troppo lontano dalla realtà) qualcuno arrivò ad accusare la svedese di trasformare il «bisogno di protesta proprio dei bambini in fantasticherie favolistiche, ingabbiandolo nelle pagine dei suoi libri». In tempi di cupa difesa dell’ideologia “realista” un mondo come quello di Bullerby era intollerabile.
Ancor più violenti gli attacchi subiti dalla Lindgren nel 1978, quando fu insignita del prestigioso Premio dei librai tedeschi per la pace. In una Germania scossa dagli omicidi compiuti dai terroristi della Raf era tollerata solo una letteratura per l’infanzia che fosse intrisa di critica sociale. Per questo i media arrivarono a chiedere che almeno non le fosse concesso di tenere il discorso di ringraziamento, com’era ed è tuttora secondo protocollo, nella Paulskirche di Francoforte. Qualcuno tenne duro e la svedese poté così pronunciare la sua orazione, che intitolò significativamente “Mai con la violenza”. «Da dove partire?», si chiedeva allora la Lindgren. E quale poteva essere la risposta se non: dai bambini. Non c’era nulla di ingenuo in quel suo porre al centro i piccoli. La sua infatti, alla faccia delle letture “anarchiche” che si sono volute applicare alla sua opera, era anzitutto una preoccupazione educativa: «Un bambino che riceva amore dai propri genitori – così un passo dal suo discorso del ’78 – e che a sua volta impari ad amarli ne guadagna un rapporto amorevole rispetto al suo ambiente e quest’atteggiamento non potrà non accompagnarlo per l’intera sua esistenza». Nessun cedimento, nessuna delega a terzi (Stato o Partito). La famiglia, per la mamma dell’anarchica Pippi Calzelunghe, era il luogo del calore umano, della sapienza, della disciplina. Parte integrante della vita familiare erano le regole da rispettare: «Un’educazione libera, non autoritaria – prosegue nel suo intervento – non significa che si debbano abbandonare i figli, che si debba concedere loro di fare ciò che vogliono. Non significa che debbano crescere senza norme, anche perché sono essi stessi a chiederle».

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