Il gregge allo sbando
«Non c’è dubbio che l’elezione del nuovo presidente è stata finora impossibile a causa delle pressioni esterne di Siria ed Iran, ma è anche vero che se i cristiani non fossero politicamente divisi e privi di una leadership unitaria dai tempi della fine della guerra civile nel 1991, difficilmente qualcuno avrebbe potuto impedire la scelta del successore di Emile Lahoud».
Padre Samir Khalil Samir non è libanese, ma da vent’anni insegna scienze religiose all’università St. Joseph di Beirut, alma mater della classe dirigente cristiana (e non solo) del Libano e dirige il Cedrac, il Centro di documentazione e di ricerche arabo-cristiane presso la stessa università gesuita. Le sue osservazioni sull’impasse istituzionale libanese, culminato nella mancata elezione del capo dello Stato che la settimana scorsa ha lasciato vacante la massima carica dello Stato, sono diplomatiche ma estremamente pertinenti. «Non è normale che la preparazione della rosa dei candidati cristiani alla presidenza sia stata affidata al patriarca Sfeir, che il cardinale sia diventato mediatore politico e unico riferimento unitario. È il segno della crisi che ha investito il campo politico cristiano dopo la sconfitta di Aoun nel 1990: il generale è partito per l’esilio, le Forze Libanesi sono state sciolte e Samir Geagea imprigionato per 11 anni, i Gemayel hanno perduto prestigio e l’ unico che sembrava poterglielo restituire, Pierre Gemayel figlio dell’ex presidente Amine, è stato ucciso nel 2006».
«Il responsabile principale della divisione dei cristiani è Aoun, con la sua pretesa di diventare presidente. A causa di ciò i cristiani non possono andare dal patriarca Sfeir con un solo nome. La sua ultima proposta per una soluzione di compromesso non è un vero compromesso: propone di eleggere un presidente che resti in carica due anni e scada insieme al Parlamento, così che si eleggano poi insieme il Parlamento e il capo dello Stato. Sarebbe solo un presidente fantoccio, che non potrebbe fare nulla e dovrebbe spianare la strada all’elezione di Aoun fra due anni». Questa divisione e fragilità del campo cristiano incoraggiano un’opposizione già risoluta e sicura di sè di suo, che per il momento non si sente costretta al compromesso. «Michel Eddé, ex ministro di molti governi e presidente del Consiglio di amministrazione de L’Orient-Le Jour, fondamentale giornale libanese, non sarebbe una cattiva scelta. Non è ostile alla Siria e ha lavorato con Rafic Hariri, è un moderato sotto tutti i punti di vista. Ma l’opposizione pretende che il suo sia l’unico nome possibile, e questo è umiliante per la maggioranza: la maggioranza vorrebbe poter scegliere fra due o tre nomi».
La maggioranza non accetta di eleggere un successore a Lahoud sotto imposizione dell’opposizione filosiriana e filoiraniana. Si può ipotizzare l’elezione di un uomo della maggioranza senza il consenso dell’opposizione, facendo leva sulla risicata maggioranza assoluta di cui i partiti del governo Siniora godono dopo l’assassinio di quattro loro deputati in due anni, facile capire per mano di chi. Ma le conseguenze non sarebbero facili da gestire. «Un’elezione non consensuale non sarebbe inedita nella storia libanese: nel 1970 Suleiman Frangieh fu eletto con pochi voti di scarto. La cosa non sarebbe illegale. Ma la conseguenza sarebbe il boicottaggio del presidente da parte di Hezbollah, Amal e gli “aounisti”. Le istituzioni sarebbero paralizzate. Non si arriverebbe alla creazione di due governi, ma l’ impotenza del governo attuale sarebbe ancora più completa». Effettivamente il problema non è giuridico: non solo Frangieh, ma quasi tutti i presidenti dopo di lui sono stati eletti da parlamenti dimezzati dal boicottaggio di minoranze che non si presentavano al voto. Vedi i casi di Beshir Gemayel, René Moawad, Elias Hraoui. Il problema è che sono tutti morti ammazzati dopo settimane o mesi di caos. Stavolta, però, le cose non dovrebbero prendere una piega così disastrosa secondo padre Khalil Samir: «Nel caso che la maggioranza decida di eleggere un suo candidato non gradito all’opposizione ci sarebbero grandi manifestazioni di piazza ostili, ma non credo che sfocerebbero in scontri armati. Perché tutte le comunità libanesi vogliono evitare una guerra da cui tutti uscirebbero perdenti e perché neanche le potenze internazionali hanno interesse a un Libano in fiamme».
Hezbollah rischia la faccia
«I cristiani – continua Samir – vogliono evitare il ricorso alle armi perché ricordano bene com’è finita la guerra civile del 1975-91. Gli sciiti del popolo mi dicono: “Non ci importa chi sarà il presidente, purché ci lasci vivere e lavorare”. Hezbollah non intende perdere la faccia di fronte alle altre comunità libanesi sparando il primo colpo di una guerra civile: non potrebbero più candidarsi a guidare il Libano in futuro. Nemmeno la Siria ha interesse a far precipitare gli eventi: l’attuale degrado della situazione politica è il migliore spot immaginabile per le ragioni della tutela siriana sul Libano: “vedete”, possono dire, “senza di noi i libanesi non riescono a governarsi”». Una soluzione all’impasse libanese si è cominciata a intravedere alla conferenza internazionale di Annapolis sul conflitto israelo-palestinese. «I paesi arabi – tra cui l’Arabia Saudita – hanno accettato tutti l’invito alla conferenza americana. Per loro non si tratta più solo di aiutare i palestinesi, ma di frenare l’espansione della sfera d’influenza iraniana nella regione. Teheran ormai condiziona come vuole Hamas e ha un rapporto storico con Hezbollah. Finora la Siria si è opposta alle proposte dei paesi arabi sia per quanto riguarda la questione palestinese, sia per quanto riguarda il nuovo presidente del Libano. I paesi arabi sono andati ad Annapolis per convincere la Siria a un “sì” su entrambi gli argomenti. Se israeliani e americani offrissero a Damasco la restituzione del Golan, si potrebbero fare grandi progressi sia nel negoziato israelo-palestinese, sia per la nuova presidenza libanese». Già, sarebbe il regalo di Natale più bello del millennio.
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