Non c’è da fidarsi di un giornale che mette in copertina Magdi Allam. Così un Tariq Ramadan in vena di confidenze motiva il suo no all’intervista con Tempi. Ecco le nostre “domande-tranello”
Lo scambio di mail con Tariq Ramadan è durato qualche settimana. Ho cercato di convincerlo a rilasciarmi un’intervista, ma lui è stato sempre riluttante e diffidente sia nei miei confronti che sulla linea di Tempi. Mi ha detto di non potersi fidare di un giornale che mette in copertina un uomo come Magdi Allam, che secondo lui lo odia e non perde occasione per attaccarlo sul Corriere della Sera. Poi, finalmente, mi ha concesso un appuntamento in un ristorante a Milano. Ci incontriamo a pranzo, lunedì 19 novembre. Tariq Ramadan è un uomo alto, elegante, con due occhi profondi color nocciola. Ci sediamo a tavola e lui esordisce: «Gentile signora, non ho ancora capito lo scopo di questo incontro e che cosa lei vuole esattamente da me». Gli rispondo che mi interessa conoscerlo e che sono pronta a fargli un’intervista. A quel punto, però, è lui che comincia a fare domande. Vuole sapere perché voglio intervistare proprio lui e in che modo ho saputo della sua esistenza. Interrogativo curioso, quest’ultimo, considerato che il personaggio è piuttosto famoso. Poi Ramadan mi racconta della sua gioventù e della sua esperienza di docente in un’università svizzera, cominciata quando aveva appena 18 anni. Chiedo a Ramadan cosa pensa della condizione femminile nei paesi arabi. Lui risponde che non ama le donne sottomesse, anzi, ammira quelle forti e indipendenti, come sono tutte le giovani che collaborano con lui: una di queste si veste all’occidentale, un’altra è semivelata per scelta personale, un’altra ancora indossa il nafiq integrale, sempre per libera scelta. «Sono contrario all’obbligo del velo, il Corano non lo impone assolutamente. Una donna veramente libera decide lei se portarlo o no». Subito però aggiunge che non è d’accordo con un certo femminismo militante. «Tutte queste campagne per liberare le donne islamiche dal velo non servono a nulla. Perché la libertà deve nascere da dentro, e ciò avviene grazie ad una profonda riflessione sulla propria anima e su quello che vogliamo veramente». Gli faccio notare che le sue parole suonano in contrasto con tutto ciò che ho letto su di lui. «Lo so – risponde – ma da me non vogliono sentire queste cose. Da me i giornalisti cercano e si aspettano il contrario. Per questo mi attaccano così spesso. Sono assolutamente prevenuti, a loro sembra impossibile che io possa ragionare in questo modo». E spiega che la sua diffidenza iniziale nei miei confronti nasceva dal fatto che io scrivo per un settimanale che non ascolta le sue ragioni, e che se mi rilasciasse qualche dichiarazione su qualsiasi argomento questa verrebbe sicuramente travisata e diventerebbe uno spunto per attaccarlo. Dice che in giornata terrà la presentazione del libro di Nina zu Fürstenberg Chi ha paura di Tariq Ramadan insieme a Lilli Gruber, e che lì esporrà le sue idee. E non rilascerà interviste. «Così potrà smentire quelli che la descrivono come un estremista», gli dico. «Sì, io sono un moderato. Non sono un estremista. Tant’è che non mi reco mai nei paesi fondamentalisti come l’Arabia Saudita o l’Iran. Io voglio scrivere e parlare di un islam libero dove il protagonista è l’individuo libero». Gli chiedo: «Ma lei prega? Prega le cinque volte al giorno?». «Sì, io prego, ma non necessariamente cinque volte al giorno: spesso sono in viaggio negli orari delle cinque preghiere. Ma questo precetto non è una cosa importante». A questo punto mi faccio coraggio e gli leggo, in inglese, le domande che ho preparato per lui. Mentre ascolta gli si dipinge in volto un sorriso ironico e sempre più contrariato. «Vedi? Sono tutte domande con il tranello. Il tuo settimanale vuole tirarmi fuori delle parole che poi serviranno per attaccarmi e che magari anche Magdi Allam potrà usare contro di me. È proprio quello che mi aspettavo. Conoscevo già l’orientamento di Tempi, ed è per questo che ero riluttante a incontrarti. A nessuno interessano la mia persona e i miei sentimenti, e sono sicuro che il tuo giornale rifiuterebbe un’intervista dove non ci sono elementi per farmi diventare un mostro. Come vedi, la libertà di espressione in questo senso non c’è».
Michelle Nouri
Ho chiesto io a Michelle Nouri il report della sua colazione con Tariq Ramadan. E par di capire che, a parte la mancata intervista, l’incontro sia stato piacevole. Però, le strane motivazioni che Ramadan ha addotto per rifiutare l’intervista ci incuriosiscono. Perché? Perché lasciano intatta la domanda sul suo – chiamiamolo così – mistero. Chi è il vero Tariq Ramadan? Il fine e cosmopolita professore di Ginevra, gentiluomo e profeta del cosiddetto Euroislam moderato, o lo scaltro mullah che si cela sotto le fattezze di un Bel Ami, star di raduni internazionali no global e compagno di battaglie lilligruberiane? Una cosa è interessante: Ramadan ha preso nota di una certa copertina di Tempi e ha deciso di non comparire su giornali che ritengano persona stimabile il vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam. Poiché, detto con più eleganza di quanto non dica Ramadan dell’uomo più minacciato dagli estremisti islamici e più scortato d’Italia, Allam gli sarebbe pregiudizialmente ostile. Il fatto è che Allam scrive, parla e documenta fatti alla luce del sole. Dunque è sempre contestabile con parole, scritti e documentazione di fatti alla luce del sole. Cosa che, almeno sin qui, Ramadan ha evitato accuratamente di fare. Naturalmente per non cadere nei tranelli di chi gli vorrebbe male. Ma serve, poi, indugiare a rappresentarsi vittima della malevolenza islamofobica? E a che serve? Anche nei riguardi del nostro giornale Ramadan sorride e ci iscrive tra i commedianti che cospirano contro di lui e tramano per tendergli “tranelli”. Ma che genere di “tranelli”, please? Ora, a parte il fatto che, oltre a Silvio Berlusconi, Nouri ha intervistato per Tempi anche diversi autorevoli esponenti dell’islam, moderati e no (hanno forse denunciato tranelli Dacia Valent e Ali Abu Shwaima? Eppure non sono certo sospettabili di condividere la linea di Tempi), per noi le domande restano in piedi. Perciò, gentile Michelle, nel caso risenta o riveda il professor Ramadan, ci faccia una cortesia: gli dica che qui non siamo per nulla offesi dei suoi ingenerosi sospetti. E che nel caso ci ripensasse e volesse rispondere ai seguenti chiari e semplici quesiti che lei già gli pose nella piacevole conversazione a tavola (e ad altri attenti anche ai suoi sentimenti e alla sua persona, se il professore non temesse di cadere nel tranello di chi gli darebbe anche l’opportunità di rispondere per iscritto e poi di rivedere i suoi propri pensieri prima di andare in stampa), noi siamo qua. Pronti a pubblicare e a ringraziare anticipatamente.
1) Lei pensa che i musulmani europei dovrebbero avere diritto a un regime distinto almeno per alcune materie? O dovrebbero essere sottoposti alle stesse leggi che valgono per gli altri cittadini? 2) Il velo è un obbligo islamico? Una donna, in Europa o in un paese della umma, può dirsi musulmana anche se non indossa un velo o un foulard in pubblico? 3) Parliamo di scuola. Cosa pensa di quelle legislazioni europee che proibiscono agli studenti di ostentare simboli di appartenenza religiosa? Studenti e studentesse musulmani possono frequentare i corsi di educazione fisica? E le piscine non segregate secondo i sessi? 4) Le è stato rimproverato di aver scritto la prefazione a un libro dello sceicco Qaradawi, da molti giudicato un falso moderato. Quali sono i punti principali che differenziano il suo discorso da quello di Qaradawi? 5) Il Corano è eterno o è storico? È sceso dal Cielo increato o è la parola di Dio ma mediata da un certo contesto storico, sociale e linguistico? Chi ha ragione, Nasr Abu Zayd che sostiene l’applicazione del metodo storico alla lettura del libro o i giudici egiziani che l’hanno condannato?
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