Vi presento i miei zingari

Di Popescu Ramona
06 Dicembre 2007
Gruia Bumbu dell'Agenzia per i romdel governo di Bucarest racconta i segretidi un popolo maltrattato e sconosciuto

Bucarest
Roma, Livorno, Milano. Gruia Bumbu è appena tornato da un viaggio le cui tappe potrebbero essere l’attacco di un articolo di cronaca nera di cui i rom sono unici protagonisti. Bumbu, rom a sua volta, è il giovane presidente dell’Anr, Agenzia nazionale per i rom, organizzazione alle dirette dipendenze del governo di Bucarest che rappresenta l’etnia e promuove insieme con altre autorità e Ong progetti locali con lo scopo di migliorare la situazione dei rom della Romania. Educazione, sanità, abitazioni, riqualificazione lavorativa, microprogetti economici. Una organizzazione necessaria in un paese dove quel popolo rappresenta l’8 per cento della popolazione.
È stato un viaggio difficile?
Non direi. Ho incontrato tanti italiani con una buona opinione dei rom, e tante realtà che aiutano i rom a integrarsi. Penso a Sant’Egidio, o alla Casa della Carità di Milano. C’è apertura anche dal parte delle autorità pubbliche. Ecco, forse all’Italia manca qualche informazione sulle caratteristiche dei gruppi attualmente stanziati nel suo territorio, ma noi siamo pronti a fare la nostra parte per trovare soluzioni condivise. Del resto il problema non è più rimandabile: le nostre stime parlano di 150 mila rom in Italia, di cui 70 mila di cittadinanza italiana, 40 mila romena e gli altri suddivisi tra quella bosniaca, quella serba e altre.
In Italia spesso i termini rom, romeno e nomade vengono usati allo stesso modo.
Evidentemente c’è una certa confusione. Romeno è una persona di cittadinanza romena. Rom è il nome di un popolo suddiviso tra varie nazioni, ben rappresentato in Romania. Nomade invece è un termine che fa riferimento a uno stile di vita che ormai è quasi del tutto scomparso.
Possono essere ancora considerati parte di un unico ceppo etnico?
Sì, sono divisi in diversi gruppi ma sono una singola etnia. Hanno la stessa lingua e la stessa base di tradizioni e cultura. Su questo si innestano però caratteristiche proprie di ogni stirpe che riflettono il livello di rispetto della tradizione, della cultura e della lingua romanì.
Poi, durante il comunismo.
Sotto Ceausescu abbiamo avuto limitazioni della libertà, deportazioni e soprattutto la cosiddetta assimilazione forzata. Per legge era obbligatorio avere una residenza fissa, mandare a scuola i bambini, avere un lavoro. Per chi trasgrediva c’era anche la prigione. C’è stata una sedentarizzazione forzata dei rom. Il nomadismo tradizionale della società romanì è stato profondamente trasformato da questo processo violento. Ecco perché neanche in Romania oggi è facile incontrare gruppi di rom nomadi. Negli anni Settanta si usava dire che Ceausescu ha mandato in condominio il rom e il cavallo ad abitare assieme.
Veniamo al 1989. Che diversità c’è tra la situazione dei rom durante il comunismo e la democrazia di oggi?
Nel 1990 i rom sono stati riconosciuti come minoranza nazionale con propri diritti, e questo riconoscimento è stato un bene. Ma se parliamo di mercato del lavoro, è ben diverso. Dopo la rivoluzione sono stati i primi a essere licenziati. Prima del 1989 la maggioranza dei rom aveva un posto di lavoro, ma buona parte di essi l’ha perso in seguito alla ristrutturazione delle fabbriche dopo la caduta del comunismo. Sia perchè in parte non svolgevano lavoro qualificato, sia perché un romeno se deve licenziare non manda via altri romeni. Manda via i rom. Perciò parte del mio popolo da un lato aveva perso il lavoro, dall’altro non aveva più modo di tornare allo stile di vita tradizionale, rimanendo così senza mezzi di sussistenza. A questo, poi, si aggiunge il problema dei rapporti tra i diversi gruppi: i cosiddetti assimilati, quelli di cui parliamo, non sono accettati dalla maggioranza dei romeni in quanto rom, ma non sono accettati nemmeno dai gruppi più tradizionalisti, che li vedono come non più rappresentativi della genuina cultura rom. È da questi assimilati che proviene la maggior parte degli immigrati in Italia. Perciò, a causa di questi pregiudizi e del rifiuto della comunità tradizionale, spesso i rom che hanno successo nella vita nascondono la loro identità, e questo, specie per le persone colte, a volte è un dramma. Anche sotto Ceausescu molti funzionari statali di alto livello erano rom che non dichiaravano la loro identità. Se guardiamo i numeri questo è evidente: i rom riconosciuti ufficialmente in Romania sono 535 mila, ma ufficiosamente si parla 1,5-1,8 milioni di rom. Dove sono gli 1,3 milioni che mancano? Sono quelli che non dichiarano la propria identità. Ciononostante, però, ci sono ancora tradizioni comuni a tutti i rom, anche in quelli assimilati. Io, Gruia Bumbu, che provengo da una famiglia assimilata con la forza, per esempio ho conservato il rispetto per gli anziani.
In Italia uno dei problemi principali è riuscire a mandare a scuola i ragazzi rom.
Anche in Romania ci sono dei problemi. Il ragazzo rom che va a scuola spesso non trova niente che rappresenti la sua cultura, che parli di lui. Ma a scuola non si dovrebbero perdere tradizioni e abitudini. Quando studiavo io, per esempio, i libri di storia non parlavano mai della parte avuta dai rom nelle vicende storiche. Io da bambino sognavo di essere Mihai Viteazul o Stefano il Grande, che sono personaggi importanti della storia romena, e poi rimanevo molto deluso nello scoprire che non avevano parte alcuna nei libri di storia. È ovvio che se anche oggi un ragazzo rom non ritrova con la maestra nulla di ciò che vede a casa sua perde interesse per la scuola e abbandona gli studi.
Vale anche per l’Italia?
Sì, soprattutto se il ragazzo appartiene a una comunità tradizionalista. Il ragazzo da una parte è rom, dall’altra è romeno di cittadinanza, in più cresce ed è educato in Italia. Ognuno di questi tre elementi della sua personalità deve essere rispettato e deve avere il suo posto nella scuola.
E riguardo al problema della lingua?
Non si può mettere un ragazzino in prima elementare senza che conosca la lingua. Non solo per il lavoro scolastico, di cui non capirà niente, ma anche per il rapporto con i compagni. Se rimane escluso dai loro giochi, perderà la voglia di andare a scuola. E il genitore gli dirà: «Io a scuola non sono andato, puoi restare a casa anche tu». Un periodo di passaggio per imparare la lingua, quindi, è necessario.
E le famiglie rom? In Romania sono disposte a mandare i ragazzi a scuola?
Dipende molto dalle condizioni socio-economiche del genitore. Perché se la famiglia vive in una baracca ed è senza lavoro, allora il ragazzo diventa fonte di reddito. Se il genitore non ha una motivazione forte per mandare a scuola il figlio, la scelta diventa: mando a scuola il ragazzo o ricavo i soldi per mangiare?
L’indicazione che viene dalla famiglia per i rom è importante?
Sì, nella cultura romanì la famiglia è tutto. Della famiglia non fanno parte solo i parenti stretti, ma anche nonni, cugini, zii. Per questo si dice che un marito che parte non avrà fortuna finché non prende con sè anche la moglie. Per questo di solito emigrano non singole persone ma interi gruppi legati da parentele familiari: perché i rom non si possono separare l’uno dall’altro. Infatti nella società romanì il numero di divorzi è molto basso. Nella nostra tradizione familiare i vecchi, che hanno molta esperienza, sono molto rispettati, e il loro parere conta molto. Un giovane, in famiglia, non ha diritto di parlare in presenza di un vecchio. Inoltre, l’educazione dei figli spetta alla donna, ma il mantenimento economico è compito dell’uomo.
Quali sono le qualità dei rom?
Quali sono le qualità di un uomo? Queste, pari pari, sono le qualità di un rom. Se io prendo un rom, lo vesto bene, lo metto in un appartamento, si può riconoscere come rom? La risposta è: no. Dietro a questa domanda c’è un pregiudizio. Si dice che i rom sanno solo cantare e ballare, o solo rubare, ma è evidentemente un pregiudizio. Sono t

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