Fino all’ultima cima
Non è un mestiere semplice, anzi, non è proprio un mestiere se vogliamo dirla tutta. Non ci sono orari e si sta aperti sempre, 365 giorni l’anno. Un’attività impegnativa, forse la più delicata, quella delle onoranze funebri. Perché quando c’è di mezzo la morte, la morte di una persona cara, saltano per aria tutti gli artifici, i castelli di sabbia. Il mondo, nella sua gran parte, va in confusione. Finché non ti riguarda, cioè ti tocca da vicino, si preferisce voltare le spalle, tenere lontano la morte e il suo senso. Già, allontanare, non pensarci. Invece la questione c’è, puntuale, quotidiana. Al di là degli infiniti tentativi di rimozione. Provate allora a pensare a chi si occupa e si preoccupa di onoranze funebre perché ne ha fatta la sua attività imprenditoriale. Occorre serietà, delicatezza e una certa percezione della vita.
Pensieri così hanno scandito il tragitto all’Impresa Sansiro, storica realtà milanese che da oltre quarant’anni opera nel difficile settore dell’arte funeraria. Incontriamo Massimo Cerato, figlio del fondatore Alcide, in gioventù promettente corridore in bicicletta. «Mio padre era una speranza del ciclismo italiano. Lo ha fermato una grave caduta. Ma da una grande sfortuna è venuta fuori un’opportunità professionale importante. Decisivi i consigli di suo suocero che aveva una piccola attività proprio in quel comparto. L’attività si è così avviata nel 1965. Oggi l’Impresa Sansiro è sicuramente un marchio. Vogliamo essere scelti e dimostrare con i fatti, pur in una situazione di profondo dolore, l’eccellenza del servizio, la puntuale attenzione a tutti gli aspetti che si impongono alla morte di un nostro caro». Cerato, che ha una laurea in Scienze politiche, che sul lavoro segue la parte commerciale e delle risorse umane, dice che nell’impresa agiscono un centinaio di dipendenti in venti sedi dislocate tra Milano e l’hinterland. «La scelta dei collaboratori è un momento fondamentale. Non possiamo permetterci persone che prendano sottogamba questo lavoro, proprio per la sua delicatezza. Da noi sono quasi tutti sposati con figli, gente tranquilla, assolutamente disponibile. Anch’io credo di essere una persona così, sono cresciuto in un rapporto saldo e franco con mio padre». Alla domanda se avrebbe potuto svolgere un’altra professione, Cerato jr fa capire di no, e poi parla di un percorso del tutto naturale, di un graduale avvicinarsi a quella che sarebbe diventata anche la sua attività.
Naturalmente dal papà ha preso pure la passione per la bicicletta. Si illumina: «Certo non ho il suo talento, lui andava davvero forte, però fare i miei chilometri in bicicletta mi piace moltissimo. E mi difendo anche in salita». Avete presente lo Stelvio? Lui, cioè Massimo Cerato lo ha domato prendendolo dalla parte più difficile, da Trafoi. Sono la bellezza di 44 tornanti. Lì non bleffi. Se le gambe non sono a posto, la pedivella va a farsi benedire. «Salgo con il mio passo, allenato a dovere, prendendo i tornanti con cautela e scaltrezza. E quando arrivo in cima, godo. Apprezzo tutto, pure la fatica tremenda di pendenze che consiglierebbero la resa». Azzardiamo: non è che il suo lavoro, per il tipo di lavoro, è un po’ come procedere sempre con la strada che sale e sale? Massimo Cerato risponde con franchezza, quasi da grinpeur navigato: «È proprio così. Il nostro lavoro quotidiano sono i 44 tornanti dello Stelvio. Ci vogliono i tempi giusti per affrontarli, mai in corpo la fretta. Quanti corridori ho visto partire agili al primo chilometro e poi drammaticamente impiantarsi, costretti ad arrancare se non addiritura a scendere di sella. Noi qui non possiamo permetterci di scendere di sella, dobbiamo salire con la nostra andatura che è molto buona e che ci permette di raggiugere gli obiettivi dell’eccellenza».
La sede del nostro incontro è davanti al cimitero di Baggio, storico quartiere della cerniera metropolitana. All’interno di una struttura moderna e confortevole. Si chiama Casa funeraria. Essa, in linea con le principali città europee, si pone come utile servizio alle famiglie che non ritengono opportuno esporre il proprio caro nell’abitazione privata o nella strutture sanitarie. «Voglio dire che la Casa funeraria non significa solo il ricorso ad una struttura qualificata e assai specializzata, ma rappresenta anche la garanzia del rispetto e della tutela di tutte le norme igienico-ambientali». Senza dubbio si tratta della più grande Casa funeraria italiana. La visitiamo con discrezione. Colpisce certamente l’ampiezza e l’eleganza degli ambienti. Spiega Cerato: «I locali sono tutti indipendenti gli uni dagli altri e sono tutti dotati di una camera ardente annessa. Tra l’altro la struttura è dotata di un salone dove è possibile riunirsi per commemorazioni e celebrazioni private, anche di carattere pubblico e istituzionale». Un servizio di questo tipo è stato possibile idearlo e realizzarlo grazie alla nuova normativa approvata dalla Regione Lombardia. «Quanto voluto dalla giunta Formigoni ha semplificato molto e ha finalmente offerto la possibilità, per chi lo desidera, di portare il proprio caro deceduto in una casa funeraria. Un po’ come avviene nelle maggiori e moderne metropoli del mondo. Il funerale non è e non deve essere una corsa ad ostacoli. Ma un modo di stare insieme, magari di tornare a saldare rapporti con parenti che non si vedevano da tempo. Ecco, nella sala funeraria, seppure in una circostanza di stringente dolore, può accadere che gli affetti tornino a manifestarsi secondo le modalità e i tempi che appartengono all’animo umano». Da un anno funziona la Casa funeraria. Finora oltre mille passaggi. «Si vede che le famiglie si sentono unite come a casa propria». Un’altra iniziativa chiave, insomma. Un altro tornante affrontato con rispetto e sicurezza. «Rispetto e sicurezza che per me vengono da lontano. Da una buona educazione e dall’aver frequentato il collegio San Carlo». Una buona preparazione fisica e metafisica.
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