Dalle gare in bicicletta alle pompe funebri

Di Tempi
06 Dicembre 2007

Nel pomeriggio inoltrato del 30 settembre scorso, a Stoccarda, Alcide Cerato, presidente del Consiglio del ciclismo professionistico italiano, era un uomo fuori di sé dalla gioia. Aveva appena visto il magnifico Paolo Bettini regolare con una stilettata delle sue rivali caparbie: per la seconda volta consecutiva all’azzurro era riuscito di conquistare il titolo di campione del mondo di ciclismo su strada. Roba per pochi, trionfo che si addice solo ai fuoriclasse della pedivella. Il Cerato poteva capire bene il succo di quell’avventura memorabile. Buon intenditore, il presidente. Perché, tanti anni fa, pure lui correva in bicicletta. E prometteva assai bene. Muscoli e sale in zucca. Una miscela che oliata a dovere combina di solito un atleta coi fiocchi. Infatti aveva già aiutato la stampa dell’epoca a spendere aggettivi beneaguranti. Però quella carriera doveva interrompersi prima di spiccare il volo definitivo. Il misfatto accadde durante il Giro del Piemonte del 1964. Cerato, come sempre, era atteso a una buona prestazione. Invece quel giorno la sorte si mise di traverso, il ciclista rovinò a terra pesantemente facendosi molto male. La portata dell’incidente fu tale che lo costrinse al prematuro abbandono. Tuttavia la tempra del guerriero, dell’uomo che non vuole arrendersi nella vita, l’aveva ben stampata sul petto. Così, dietro suggerimento del suocero, avviò un’altra attività. Che lo avrebbe portato ad essere leader. 

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