La rosa dei Tempi
La ruota senza Mike Bongiorno
Grande ritorno per un programma che ha segnato la storia della televisione: La ruota della fortuna. La ruota ha ricominciato a girare lunedì scorso alle 20.30 su Italia Uno, tutta rivestita a nuovo. Tempi più agili, pubblico più dinamico, montepremi più alto. Un programma da “bollino verde”, che vuole attirare l’attenzione di tutte le generazioni rinnovando una formula vincente. Nuova la valletta (la selleronissima Victoria Silvstedt), nuovo lo studio, nuovo il presentatore. Enrico Papi al posto di Mike Bongiorno.
allegria un corno Altro che Luttazzi. Altro che diktat bulgaro. Questo sì che è un sopruso degno di un regime. Intervenisse il Cavaliere dal predellino a dire che La ruota senza Mike è come Lapo Elkann vestito bene, come Beppe Grillo senza blog, Santoro senza meches, la Juve senza Moggi, un treno senza ritardo. Silvio, tu che tutto questo lo sai bene, intervieni e rendi a Mike il lavoro da cui ogni ultraottantenne pagherebbe per farsi usurare. Girare la ruota sotto le bombastiche grazie di una valletta alta un metro e ottanta.
La Festa della legalità in Toscana
Il 19 dicembre si svolgerà a Firenze la “Festa della legalità in Toscana”, una giornata ricca di appuntamenti sui temi pù svariati. Si va dai beni confiscati alla mafia alla piaga del bullismo fino all’usura. Una convention ricca di grandi ospiti e temi alti. In più, si legge sul depliant dell’evento, è prevista «la partecipazione straordinaria di Marco Columbro». Quello di Paperissima, I suppose.
champagne Già la cosa in sé è entusiasmante. A chi infatti non sobbalzerebbe il cuore in petto all’idea di un incontro su “La confrisca dei beni delle mafie”? E chi non salterebbe sulla sedia al sentire nominare il seminario “Prevenire e combattere l’usura”? Ebbene, pensate che lo slogan è ancora più emozionante: “Dal rosso sangue al rosso pomodoro. la legalità cambia la percezione dei colori”. Roba forte insomma. C’è solo una controindicazione. Ce l’ha fatta notare un magistrato: che con certe attività si diventa ciechi lo sapevamo, la novità è che la legalità rende daltonici.
Stupratori sì, ma aborigeni
In Australia il giudice Sarah Bradley, che per giunta è un giudice donna, ha deciso di non comminare alcuna pena detentiva ai nove uomini aborigeni che nel 2005 violentarono una ragazzina, sempre aborigena di soli 10 anni. Il giudice Bradley ha giustificato la sua decisione sostenendo che la vittima «probabilmente era consenziente», di fatto sottoponendo la valutazione del fatto avvenuto a criteri di giudizio ispirati (in maniera molto arbitraria) al multiculturalismo più estremo.
fortunati loro Grazie al cielo le sentenze hanno lasciato sgomenti perfino alcuni tra i benpensanti più incalliti, il che dimostra che non tutto è perduto in Australia. L’attivista per i diritti degli aborigeni Boni Robertson, ad esempio, ha ribattuto alla Bradley che «non c’è nulla di culturale, nulla di morale, nulla di sociale e assolutamente nulla di legale che possa giustificare un tipo di decisione simile». Vedremo come finirà. Per ora di certo c’è solo il paradosso di un multiculturalismo cieco al punto da rendere paragonabile uno stupro a un festino nella foresta.
Giorgio Napolitano il federalista
«Mi preme ribadire che non può essere eluso il dovere costituzionale dell’attuazione del Titolo V qual è stato riformato, né si può in Parlamento esitare nel portare avanti la legge sul federalismo fiscale. Si darà forza così a quel “nuovo regionalismo”, come “nuova forma dell’unità nazionale”». Con queste parole si è espresso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la sua tre giorni di visita in Lombardia. Il passaggio sul federalismo fiscale è stato tra i più applauditi.
finalmente Un grazie al presidente. Ma questa cosa del federalismo fiscale ci pareva di averla già sentita tipo dieci anni fa da un certo Roberto Formigoni. Augurando salute e lunga vita al presidente ci chiediamo se dobbiamo aspettare altri due lustri per sentirci dire che: a) occorre una riforma che innalzi l’età pensionabile; b) servono le grandi opere; c) i magistrati non devono fare politica;
d) i sindacati non possono dettare l’agenda di governo; e) la grande stampa è antiberlusconiana;
f) Prodi ci ha frantumato il picio.
Fabrizio Gatti nei panni del rom
Sulla copertina dell’Espresso uscito venerdì 7 dicembre c’era scritto: “Esclusivo. Io lavavetri romeno a Parigi, Monaco e Barcellona”. Trattavasi del richiamo all’inchiesta intitolata “Io romeno no limits” firmata dal noto giornalista d’assalto Fabrizio Gatti e corredata da eloquenti fotografie del Gatti medesimo travestito in effetti da accattone. Fabrizio Gatti non è nuovo a inchieste sensazionali di questo tipo, anzi. Con tutti i vetri che ha lavato ormai come minimo sarà il finto rom più ricco del mondo.
multiuso Tutto cominciò quando Gatti entrò nei panni di un immigrato clandestino e si fece un giro in un Cpt, dove i cronisti non mascherati non entreranno mai. Scoop col botto: il Gatti scoprì angherie di ogni tipo, scatenando l’indignazione generale. E ci prese gusto. Da allora l’abbiamo letto in tutte le salse: da bracciante irregolare a infermiere infiltrato. L’unica veste in cui non s’è mai visto è “Io al lavoro in redazione”. Ma all’Espresso mica li fanno entrare, i giornalisti farlocchi.
Il cronista del Corriere «usato da De Magistris»
La procura di Matera ha avviato un’inchiesta ipotizzando gravi reati per Luigi De Magistris, il pubblico ministero di Catanzaro cui è stata avocata l’inchiesta “Why not” (in cui erano coinvolti anche Clemente Mastella e Romano Prodi). Dai brogliacci trascritti dalla Squadra mobile di Matera risulta che il pm usasse del noto giornalista del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, per diffondere in anteprima sui media i contenuti delle sue inchieste e crearsi così uno “scudo pubblico”.
come può essere? Per il collega Vulpio l’accusa è molto grave: associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione e alla violazione del segreto istruttorio. Siamo garantisti e auguriamo a Vulpio di poter chiarire nelle sedi opportune la sua innocenza, essendo noi da sempre convinti che non esistano magistrati che passino le informazioni ai giornalisti, vieppiù in barba al segreto istruttorio. E che non esistano né giornali né giornalisti tanto stupidi da lasciarsi usare come buca delle lettere da pm un po’ sovraeccitati.
La baldoria di Blanco-Amor
Si dice che la letteratura in galego abbia un prima e un dopo rispetto a A Esmorga, l’opera di Eduardo Blanco-Amor, per la prima volta tradotta in italiano col titolo La baldoria grazie alla Società editrice fiorentina (146 pp., 12 euro). Blanco-Amor (Ourense 1897 – Vigo 1979) scrisse questo suo capolavoro in Argentina a causa della censura che patì in patria. Storia dei bagordi di tre scavezzacollo, si configura come una sorte di odissea popolare senza però una meta e una possibilità di redenzione.
sottovalutato Molti critici hanno voluto vedere nell’opera di Eduardo Blanco-Amor una sorta di denuncia delle condizioni deprimenti delle classi sociali più umili, costrette al male dalla loro condizione d’indigenza. Ma tale interpretazione non rende onore all’aspetto forse più interessante di questo romanzo che invece si configura come un viaggio all’interno della superficialità del male e un’amara riflessione sull’impossibilità che un imprevisto ci salvi dalla rogna del peccato.
Prodi e la terza via per Mosca
Palazzo Chigi ha diffuso una nota per spiegare che «Prodi si è congratulato con Putin per il positivo svolgimento delle elezioni» in Russia, vinte con oltre il 60 per cento dei voti dall’ormai tre volte presidente Vladimir. Lo staff del premier italiano ha sottolineato che è stato Putin a telefonare e che durante lo scambio di saluti Romano Prodi avrebbe chiesto al presidente russo: «Fammi capire come si fanno a prendere tanti voti». La nota di Palazzo Chigi dice pure che nella chiacchierata si è parlato anche di gas e altri affari.
burlone Chissà le risate. Grazie alla sua insuperabile ironia Prodi se l’è così cavata evitando un incidente diplomatico sulle contestatissime elezioni russe. Non è stato sgarbato come quell’antipatico di Bush (che non ha telefonato a Putin per le irregolarità sul voto) né entusiasta come Sarkozy (l’unico ad aver chiamato di sua sponte lo “zar”). Chissà se il Prof sarà riuscito a buttare lì anche l’altra battuta che si era preparato: «Caro Vladimir, fammi capire: ma è molto nocivo per i diabetici aggiungere nel caffè un cucchiaino di polonio?».
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