Il Belgio agli sgoccioli
Il 10 dicembre il Belgio ha doppiato l’incredibile boa di 6 mesi senza un nuovo governo dopo lo svolgimento delle elezioni politiche. Il 1° dicembre Yves Leterme, il leader del partito democristiano fiammingo che ha conquistato la maggioranza relativa alle elezioni di giugno, ha rimesso per la seconda volta il mandato per l’impossibilità di formare un governo. Il 7 novembre, per la prima volta, tutti i partiti fiamminghi, dall’estrema destra alla sinistra (con la sola eccezione dell’astensione di un deputato Verde), hanno votato insieme contro quelli francofoni per togliere agli abitanti di un distretto elettorale della periferia di Bruxelles il diritto di votare per i partiti valloni pur facendo parte della regione fiamminga. In Belgio non esistono partiti nazionali, ogni elettore sceglie fra i partiti dell’area linguistico-amministrativa in cui si trova a vivere e in cui il paese è stato suddiviso nel 1963. Il collegio Bruxelles-Halle-Vilvorde era una delle poche eccezioni. Fra i fiamminghi continua a crescere il numero di chi vorrebbe porre fine all’esperienza storica del Belgio, paese nato nel 1830. «L’Europa può regolare i nostri funzionamenti e le nostre solidarietà. Perché accanirsi a mantenere questo tetto intermedio chiamato Belgio?», dichiara a Le Monde Bart De Wevere, leader del partito indipendentista Nva. D’altra parte ogni anno 12 miliardi di euro passano dalle Fiandre alla Vallonia per coprire i costi dello Stato sociale nella seconda regione. Anche gli intellettuali cominciano a dirsi favorevoli. «Il Belgio non esiste, è un sogno mangiato dai vermi», scrive nel suo libro La vie est belge lo scrittore e cineasta Jan Bucquoy. «Essere belgi non è una gioia del cuore, è essere un errore, uno sforzo inutile. Sono belga, sono niente».
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